Sotto questo imperatore, venne stabilita una differenza tra i responsa e il loro valore effettivo, sì che, mentre, fin allora, dei pareri, esibiti dalle parti, poteva non tenersi alcun conto, il giudice, adesso, qualora il responso fosse opera di un giurista, specialmente patentato, era moralmente tenuto a riconoscerlo, perchè esso era stato formulato in nome del principe; costituiva cioè delle emanazioni della di lui sovrana autorità.

Tale innovazione non subì alcuna interruzione sotto i successori di Augusto — patentarono giuristi Tiberio, Caligola, e altri[190] — ed essa, col rialzare notevolmente il prestigio di questa classe di studiosi, era fatale avesse delle ripercussioni sull’insegnamento e sulla diffusione della cultura giuridica. Darsi agli studi del diritto, praticarne l’insegnamento era adesso un mezzo con cui raccogliere la fiducia dei principi; respondere populo, con tanta efficacia pratica, era anche fonte di lucro. Massurio Sabino ne aveva dato l’esempio e provato i beneficii: egli, consultore pubblico, patentato da Tiberio, inaugurò la serie dei professori di giurisprudenza retribuiti di regolare onorario dai loro auditores[191].

È possibile che gli imperatori della casa Giulio-Claudia abbiano fatto anche qualcosa di più. Come il governo repubblicano aveva, ad un pontefice, assegnato un alloggio sulla Via Sacra per le sue pubbliche consultazioni,[192] sembra che analogo provvedimento si sia ora adottato a vantaggio delle nuove scuole dei giuristi. La cosa può dirsi fuori dubbio per l’età di Adriano,[193] ed è probabile anche per quella immediatamente precedente. Allora gli auditoria dei giuristi e dei loro scolari avranno sede nelle biblioteche di fondazione imperiale[194]. Ma è legittimo supporre che l’usanza fosse cominciata anche prima. Le biblioteche dell’età di Traiano e di Adriano non sono che ricostruzioni di istituti rispondenti a l’idea, che Augusto ne aveva avuta, e, come, nella prima metà del II. secolo di C., erano in esse delle intere sezioni giuridiche[195], altre analoghe ne avevano contenute le biblioteche augustee, sì che, secondo l’esagerazione di uno scoliasta di Giovenale, Augusto avrebbe, nel tempio di Apollo Palatino, inaugurato un’intera biblioteca di diritto civile.[196] Perchè dunque l’ipotesi che qualcuna delle sale di tali biblioteche fosse ritrovo dei giuristi e dei loro discepoli, non dovrebbe convenire anche alla prima metà del I. secolo di C.? Perchè non riconoscerla legittima se la ufficialità è nell’intima essenza dell’istruzione giuridica romana e se la sua pubblicità è perciò, non solo da intendere nel senso che tutti potevano goderne, ma in quello ch’essa veniva impartita col consenso, o con la sottintesa iniziativa, del potere centrale?[197].

Fu questa l’opera e furono questi gli atti, con cui, inconsapevolmente, e consapevolmente, gli imperatori della casa Giulio-Claudia promossero l’istruzione giuridica. Pur troppo, la natura stessa del nuovo potere assoluto era tale da ridurre di parecchio gli effetti di così benevoli intendimenti.

XIX.

Noi abbiamo ora sott’occhio tutto il quadro della politica degli imperatori di casa Giulio-Claudia, nei rispetti dell’istruzione nazionale. E possiamo senza esitazione affermare ch’esso occupa un posto eminente nella storia della civiltà umana. Noi vi notiamo da un canto il grande impulso dato allo studio di talune discipline, la inestimabile iniziativa della fondazione di pubbliche biblioteche, lo stabilirsi di una condizione privilegiata ai precettori delle arti liberali. Noi vi notiamo l’introduzione di elementi fin ora ignorati e trascurati: l’educazione fisica a tipo greco, l’istruzione musicale, e — ciò che è assai più importante — fin da Augusto, un piano sufficientemente completo di educazione ufficiale della gioventù.

Assai strano è intanto constatare come i maggiori propulsori dell’istruzione pubblica romana, in questa età, siano stati due uomini, due principi, le mille miglia lontani l’uno dall’altro per indole e per politica: Augusto e Nerone, sì che, nel I. secolo dell’impero, la istruzione e l’educazione delle classi elevate ondeggino tra questi due poli: l’indirizzo Augusteo e l’indirizzo Neroniano.

Ma più importante è un’altra constatazione, che ci è imposta dalle vicende della storia politica dell’impero romano e che dà la chiave dell’enigma delle strane sorti della produzione intellettuale nei secoli venturi. L’impero perfeziona e moltiplica gli strumenti esteriori e materiali del progresso, ma fin d’adesso — ugualmente — la scuola comincia ad essere vuotata della sua anima, della sua libertà formatrice d’intelletti e di coscienze e cessa di produrre tutti i suoi frutti. Le scuole di retorica moltiplicano sin da Nerone, ma non formano più oratori, formano dei retori. Le scuole di filosofia dilagano, ma il filosofare diviene d’ora innanzi un pericolo, e sola filosofia possibile non è più quella che scandaglia per tutti i recessi dell’abisso profondo, dove, come s’esprimeva Seneca, giace la verità, ma l’altra, che si cristallizza in una secca e vuota ermeneutica dei più celebri autori dei secoli trascorsi o che si deforma in una sofistica arguta e sottile, che insegna meno a vivere, a sentire, a pensare, di quello che a disputare e a schermagliare.[198] La stessa educazione fisica va man mano smarrendo il proprio scopo e cede il posto all’atletica e all’acrobatica. La cultura e la scienza divengono così ornamento mnemonico o intellettuale, non creano, nè ricreano l’uomo. Questo non fu per certo conseguenza di volontà colpevole di individui; fu bensì effetto di tempi mutati, fu derivazione necessaria di istituti politici, che svolgevano tutte le deleterie influenze, a cui l’intima capacità li costringeva, e sospingeva, ma di cui non meno gravi saranno le fatali ripercussioni.

CAPITOLO II. Gl’imperatori di casa Flavia e l’istruzione nell’impero romano.
(69-96)

I. Vespasiano e la fondazione di nuove biblioteche. — Riconferma delle immunità ai maestri di grammatica, retorica e filosofia. — Stipendio ai principali insegnanti di retorica in Roma. — Non si tratta di una statizzazione delle scuole di retorica. — II. Motivi della innovazione. Condizioni economiche dei maestri di retorica. — Il provvedimento di Vespasiano quale misura della considerazione sociale dei retori. — III. Trascuranza del governo imperiale verso i grammatici e gli insegnanti elementari; loro condizioni economiche. — IV. Rapporti amministrativi e giuridici dei retori stipendiati con lo stato. Giudizio dei contemporanei. — V. Quintiliano primo retore stipendiato, come maestro e come pedagogista. — VI. Tito rimane fedele alla politica scolastica del padre. Domiziano riedifica le biblioteche distrutte. La ripercussione della operosità imperiale sulla diffusione e sul regime delle biblioteche. — VII. Domiziano e il trionfo della educazione fisica a tipo ellenico. Vespasiano, Domiziano e l’istruzione musicale. — Il nuovo indirizzo dei collegi giovanili. — IX. Il rovescio della medaglia: Vespasiano contro le scuole filosofiche ateniesi. — X. Il governo dei Flavii e l’istruzione pubblica nell’impero romano.