Noi non possediamo notizie distinte di ciascuno dei due concorsi oratorii e poetici. Ma, se anche i primi non ebbero, come taluno ha pensato, la lunga vita dei secondi,[248] la gloria, o la solennità, ne fu, finchè esistettero, di poco minore. Del pari che pei concorsi poetici, le previsioni sul loro esito dovettero, ogni volta, essere oggetto delle più appassionate discussioni dei circoli romani. I candidati vi accorrevano numerosi, e il conseguirvi vittoria rimase per parecchio tempo uno degli scopi più alti e più gelosi dei letterati dell’impero.

Ma, insieme con questa gara solenne, in Roma, Domiziano ne istituì una seconda più modesta, in Albano. Richiamò egli quivi un vecchio culto romano a Minerva, protettrice della poesia e della letteratura, dal quale ufficio ella era stata, da circa un secolo, fugata da Apollo[249], e vi istituì un collegio religioso, avente, fra l’altro, l’incarico di organizzare concorsi oratorii, oltre che poetici, da celebrarsi ogni anno, il 19 marzo, in onore della Dea. Anche qui era una giurìa, anche qui erano assegnate, quali premi ai vincitori, corone auree di ulivo.[250] Ma, probabilmente, meno fortunati, i concorsi albani si spensero prima degli altri, romani e capitolini, di eloquenza.[251]

VIII.

Ci resta a discorrere dei mezzi, con cui Domiziano promosse il culto dell’educazione fisica a tipo greco in Roma. Domiziano fu un principe essenzialmente imitatore. Dopo aver imitato il padre, dopo avere, nell’amore e nella cura delle pubbliche biblioteche, imitato Augusto, egli entrò in gara con Nerone.

Ed invero, l’Agone Capitolino, da lui istituito, comprese eziandio una prova equestre (ἀγῶνες ἱππικοί) ed una ginnastica (ἀγῶνες γυμνικοί). Tra i concorsi ginnici — pretta imitazione ellenica — a cui pigliavano parte fanciulli romani liberi, si diedero, sull’esempio della antica Sparta, anche gare di corsa di fanciulle. E come Nerone aveva costruito un ginnasio per gli esercizi fisici, Domiziano costrusse al Campo di Marte, per le gare ginniche ed equestri, uno stadio[252] capace di oltre 30 mila spettatori. Il carattere ellenico della festa fu anche nell’apparato esteriore. Presiedeva l’imperatore in veste purpurea e assistevano, e giudicavano, il Flamen Iovis, nonchè i membri del collegio Flavio, vestiti anch’essi in costume greco[253].

I giuochi capitolini sopravvissero fino agli ultimi confini dell’antichità romana, e ad essi sopratutto si deve se gli spettacoli atletici divennero fin da allora comuni in ogni genere di spettacoli in Roma. Ma quello che a noi più importa è che, in Roma, fin dall’età di Domiziano, si nota una sicura e decisa prevalenza dei fautori della educazione fisica greca, che penetra ormai vittoriosa, così nella consuetudine, come nel quadro della educazione italica dei fanciulli liberi di ambo i sessi[254].

Al nuovo indirizzo della educazione fisica vanno congiunti gli impulsi, non meno efficaci, dati alla istruzione musicale. Anche su questo terreno, la politica dei Flavii si era sperimentata fin da Vespasiano. L’antico soldato aveva reagito contro il gusto degli ultimi Cesari, rimettendo in onore il culto dell’antica musica classica.[255] Ma non era andato più oltre; aveva anzi continuato a profondere ricompense ai virtuosi dell’arte musicale: 400 mila sesterzi a un cantor tragico; 200 mila a due citaredi; 140 mila ad altri, e corone d’oro a iosa. Il ritorno all’antico non osava più violare i confini di una assennata disciplina dell’avvenire, e il nuovo era accettato, e ratificato, in tutto quello che esso aveva avuto di rivoluzionario e che aveva di novatore.

Identica può sembrare la contraddizione, in cui si avvolge Domiziano, ma quest’ultimo dei Flavii, che sembra nato per far riscontro all’ultimo dei Claudii, riesce a decidere delle sorti dell’educazione e dell’istruzione musicale, nella società romana. Domiziano comincia con l’abolire le pantomime pubbliche.[256] Si è detto che facesse ciò per gelosia della moglie e per avere subìta una sgradevole esperienza domestica.[257] La spiegazione è certo insufficiente, e il divieto, che fu limitato alle pantomime recitate in pubblico, non la rende davvero più attendibile. Rimosse poscia, dal Senato, Cecilio Rufino, solo perchè amator della danza.[258] Ma, nello stesso tempo, Domiziano inaugurava, nell’Agone Capitolino, il più grande e il più felice concorso musicale dell’età imperiale, in cui si distribuivano premi per la citaredia, per la citaristica, per gli a solo di flauto, per la corocitaristica, e a cui accorrevano artisti di ogni paese,[259] ed egli stesso costruiva appositamente, per gli spettacoli musicali, l’Odeon, al Campo di Marte, capace di contenere circa 10 mila spettatori.[260] Era quanto di più grandioso e di più onorifico fosse stato concesso, fin allora, al culto di Euterpe, in Roma, e subito se ne videro tangibilmente gli effetti. Nelle case dei ricchi, i maestri di musica divennero più ricercati dei loro colleghi di retorica. Nell’età di Giovenale, i citaredi Crisogono e Pollione sono divenuti dei signori, al confronto di Vezzio, il precettore di retorica.[261] Non più i poeti, ma i citaredi hanno fortuna;[262] e Marziale, consigliando un amico intorno alla carriera, cui avviare il proprio figliuolo, scrive: «Fuggi per carità e grammatici e retori!» «Fa versi? Caccia di casa il poeta!» «Intende imparare un’arte lucrativa? Che egli divenga citaredo o coraulo!»[263].

Noi possiamo da tutto ciò prevedere quale sia stata l’opera dei Flavii circa l’educazione della gioventù nei collegi giovanili. Vespasiano era rimasto nell’orbita della schietta tradizione augustea,[264] ma Domiziano svolge e integra, come nel resto, il programma di Nerone. Egli istituisce — questa volta ne siamo informati in maniera positiva — anche fuori di Roma, dei Iuvenalia, cui prendono parte i suoi iuvenes augustales,[265] e fonda collegia iuvenum, con appositi maestri, i quali danno caccie di bestie feroci, rappresentazioni sceniche, e gareggiano in concorsi di poesia e di eloquenza.[266] Con Domiziano dunque si consolida, e trionfa, l’indirizzo educativo Neroniano.

IX.