La luccicante medaglia ha anch’essa il suo rovescio. E non vogliamo con questo accennare alle persecuzioni, così frequenti in quest’età, contro qualche retore, o contro schiere di filosofi, colpevoli di opinioni antidinastiche, persecuzioni le quali ricadevano fatalmente sulle loro scuole e sulla pratica libertà dell’insegnamento. Gl’imperatori Flavii possono allegare a loro parziale discolpa la pur dubbia attenuante di avere avuto in questo dei predecessori tra gli imperatori Claudii. Intendiamo invece accennare a qualche specifico provvedimento ai danni delle scuole esistenti nell’impero romano, e precisamente delle scuole filosofiche di Atene, ch’era allora la capitale intellettuale di tutto l’Occidente.
È nota la violenta reazione di Vespasiano contro le libertà municipali, già restituite alla Grecia da Nerone, e a Vespasiano, o al suo governo, deve riferirsi una misura, la cui paternità non possiamo, con uguale verisimiglianza, attribuire ad alcuno dei successori, e che noi conosciamo solo attraverso un rescritto di Adriano, che ne interruppe definitivamente l’applicazione.
È noto come i creatori delle varie scuole filosofiche greche avessero fondato in Atene delle comunità di studiosi, per la diffusione della loro rispettiva filosofia. Ciascuno di essi aveva trasmesso, per testamento, la propria carica ed il proprio ufficio alla persona, che aveva creduto più indicata, e questa, a sua volta, ne aveva seguito l’esempio[267]. Ma Vespasiano, nella sua avversione alla filosofia, e nei pericoli politici, di cui la credeva capace, intervenne a limitare la facoltà dei testatori. Secondo una sua prescrizione, gli scolari di ciascuna scuola filosofica dovevano essere cittadini romani, nè essi potevano nominare successori che non rivestissero tale qualità[268].
I motivi di siffatta disposizione si possono facilmente immaginare. Vespasiano aveva voluto, per quanto sapeva e poteva, garantire se stesso e lo Stato contro la potenzialità rivoluzionaria della filosofia, e rendere questa politicamente innocua col farla impartire da cittadini romani. Ma altrettanto prevedibili sono gli inconvenienti di quel sistema. La scelta del successore era, ogni volta, dipendente, non già dalle degnità e dal merito, e neanche dalla maggiore fedeltà dell’eligendo alle idee del maestro, sibbene dalla condizione esteriore della sua cittadinanza. Veniva così, in una città e in un paese tanto poco romanizzato, come la Grecia, chiusa la via alle iniziative del genio locale, che aveva dato al mondo i pensatori ed i filosofi più illustri, e quella via si apriva invece al privilegio della breve schiera dei cittadini romani, professanti colà discipline filosofiche. E la libera scelta del successore, preclusa una prima volta allo scolarca, tornava a chiudersi ugualmente, più tardi, alla comunità degli studiosi, qualora essi, conforme alla consuetudine, avessero voluto correggere la nomina e procedere a una nuova elezione[269].
Era un viluppo di ostacoli, che ledeva necessariamente la libertà e l’efficacia dell’insegnamento filosofico in Atene. E i maestri e i discepoli tollerarono, per anni, duramente, quel freno; per anni cercarono di romperlo. Finchè, interceditrice una principessa imperiale, il più greco degli imperatori avrà, come noteremo, l’onore di esaudire il semisecolare desiderio.
X.
Tale la politica degli imperatori Flavii.
A quest’opera loro, in rapporto all’istruzione pubblica, suole, nella storia della medesima, riconoscersi un’importanza decisiva. I Flavii — si dice — avrebbero deposto la prima pietra di quell’edifizio, che l’avvenire dedicherà solennemente alle cure della istruzione pubblica.
La disamina, che noi abbiamo precedentemente tentata, non ci consente un giudizio così entusiasta. L’opera di quei tre imperatori non contiene, salvo una sola eccezione, alcun elemento, che già non fosse stato posto dagli imperatori della casa Giulio-Claudia. Per qualche parte, anzi, il lavoro dei predecessori non è continuato; per qualche altra, l’opera stessa dei Flavii è demolita da un’insanabile intima contraddizione.
L’unico tratto originale è rappresentato dalla concessione dello stipendio ai maestri di retorica. A parte però il brevissimo àmbito di persone e di ordini di scuole, cui essa ebbe a riferirsi, è necessario, per poterla valutare, distinguere la portata e l’importanza del provvedimento, considerato isolatamente, dalla idea che esso ne induce nel pensiero degli storici moderni. Noi oggi non riusciamo più a concepirlo fuori dagli svolgimenti, che più tardi ne derivarono, e siamo costretti a scorgervi il primo consapevole passo verso quella statizzazione delle scuole primarie, medie e superiori, cui mirò la civiltà posteriore, e verso cui tende la civiltà attuale. Ma Vespasiano e i suoi ministri rimasero le mille miglia lontani da tanta preveggenza. Uno stipendio annuo a qualche retore — come le ingenti somme prodigate ai poeti, agli scultori, ai musicisti — non costituivano per loro una rivoluzione, non ebbero, per loro, l’importanza, ch’esso assume presso i tardi storici dell’avvenire. Vespasiano intese porgere — a chi lo meritava — nulla più e nulla meno di un principesco incoraggiamento, e sarebbe oggi meravigliato nel vedersi attribuire un più vasto pensiero.