«Quando si fu giunti alla casa di Euticio di Cesarea, il flamine perpetuo e curatore Felice gli disse: — Obbedisci e consegna le Scritture, che tu possiedi. — Euticio rispose: — Io non ne ho. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse: — La tua risposta sarà messa a verbale. — Quando si fu alla casa di Codeone, la di lui moglie portò sei volumi. Il flamine perpetuo e curatore disse: — Cercate, se ne avete altri ancora e portateli. — La donna rispose: — Io non ne ho più. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse allora a Bos, schiavo pubblico: — Entra e cerca se essa ne possiede degli altri. — Lo schiavo pubblico disse: — Ho cercato e non ne ho trovati. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse a Vittorino, Silvano e Garoso: — Se voi non avete fatto tutto ciò che avreste dovuto, ne sarete tenuti responsabili — »[506].

Questi pochi brani di un processo verbale forniscono una chiara idea della diligenza e della durezza della ricerca, nonchè del danno, che alla cultura del tempo e a quella dei secoli successivi dovette arrecare la persecuzione di Diocleziano. Si salvarono le sole biblioteche di Gerusalemme e di Cesarea, e, per l’astuzia del vescovo, un po’ quella di Cartagine[507]. Altrove la devastazione fu ovunque gravissima, e tutto il patrimonio della cultura cristiana dei primi tre secoli, insieme con quello delle civiltà, che vi avevano attinenza, andarono miseramente perduti.

VIII.

Ma, se così tristi furono le sorti della cultura cristiana, la mancanza di guerre estere e la nuova tranquillità, che, col governo della Tetrarchia, si era andata ovunque diffondendo, non avevano mancato, e non mancavano, di produrre, come sempre, i loro benefici effetti, specie in quelle provincie dell’impero, che godevano dei principi più tolleranti e più illuminati.

Un altro sopravvenuto motivo di bene era adesso il frazionamento dell’impero in quattro governi sufficientemente autonomi. Questa nuova condizione politica si traduce in un vivo stimolo ad occuparsi, ciascuno, dei territori, sottoposti alla sua giurisdizione, con quella sollecitudine, che mai non aveva potuto usare l’accentrato governo di Roma. Da questo momento perciò si hanno i più significativi indizi della cura imperiale, intesa ad estendere in Oriente e in Occidente la lingua latina e a far fiorire ovunque tutti i più svariati generi di studi[508].

Il mezzo è triplice: l’assunzione, quasi esclusiva, di dotti e di letterati alle supreme magistrature; l’eccitamento ai singoli comuni alla fondazione di nuove scuole; l’invito a maestri famosi di trasferire colà le loro cattedre. Così il retore Eumenio è subito nominato magister memoriae del reggente delle Gallie;[509] così Diocleziano chiama a Nicomedia il grammatico Flavio e il retore Lattanzio;[510] così Costanzo Cloro, vero «princeps iuventutis», come lo definisce un suo apologista,[511] sceglie ufficialmente per Augustodunum, il maggior centro intellettuale delle Gallie, quello stesso Eumenio, che già aveva chiamato al suo gabinetto imperiale.

Ma questa ultima nomina ha per noi assai più valore di quello che l’atto materiale non possa significare.

Le Gallie toccavano ormai, nel IV. secolo di C., la pienezza della loro civiltà e della loro romanizzazione. L’opera, iniziata fin da Augusto, aveva maturato i suoi frutti migliori. In circa tre secoli, esse si erano dappertutto popolate di scuole famose, da Autun (Augustodunum) a Vienne, da Arles a Tolosa, da Lione, a Bordeaux, da Poitiers ad Angoulème, da Besançons a Treveri.

Ma a questa germinazione spontanea, nella quale, se facili a supporsi, difficili a precisarsi erano, fino ad ora, i meriti ufficiali, si aggiungono, nel IV. secolo, gli sforzi assidui e diretti del governo imperiale.

La Gallia aveva molto sofferto durante il secolo precedente: era stata teatro di guerre civili fra gli autocandidati a l’impero, teatro di invasioni di Franchi e di Alemanni, aveva subito gli assedii e la distruzione di parecchie città, era stata devastata da insurrezioni di contadini e da scorrerie di briganti. Essa ben meritava dunque le cure speciali del nuovo governo, di cui, per giunta, era divenuta una delle residenze privilegiate. E quelle cure, come a tutto il resto, si volsero alla restaurazione degli istituti scolastici.