1.insegnanti di ginnasticaL.1,00ca.
2.pedagoghi»1,00»
3.maestri di lettura e scrittura»1,00»
4.maestri elementari di aritmetica»1,50»
5.insegnanti di stenografia»1,50»
6.insegnanti di calligrafia»1,00»
7.insegnanti di lingua e letteratura greca e latina»4,00»
8.insegnanti di geometria o di matematica»4,00»
9.insegnanti di retorica»5,00»
10.insegnanti di architettura»2,00»

Un insegnante di lingua e di letteratura latina avrebbe così, per una scolaresca di 50 alunni, percepito L. 200 mensili; un insegnante di retorica, L. 250, e così via, onorarii questi di entità media, che, confrontati con quelli dei secoli precedenti, dànno (e fu questo merito del legislatore) l’impressione di segnare cifre proporzionali al fabbisogno dei docenti.

Gl’insegnanti, considerati dall’editto, prestano un servizio in iscuole aperte al pubblico. Di questo ci avverte il fatto che a tutti, non escluso il paedagogus, era fissato un onorario mensile per discepolo, il che impone si presupponga una collettività di discepoli[498]. Se non che la tassazione non doveva valere soltanto nei rispetti delle scuole di fondazione privata, ma eziandio (o specialmente?) in quelli delle scuole municipali e delle scuole dello Stato. Tale convinzione discende dal carattere di universalità dell’editto stesso, dall’equità dello stipendio calcolato, nonchè dalla mancanza, pur fra tanta cura di dettagli, di un capitolo speciale per le retribuzioni degli insegnanti municipali e imperiali, che invece dovevano essere state le prime a fermare l’attenzione del governo. In tal caso, i pagamenti avrebbero dovuto farli, non più i privati, ma il governo o gli enti municipali, e il metodo della liquidazione degli stipendi, proporzionali al numero dei discepoli, sarebbe dovuto essere molto simile a quello che oggi si adotta per le libere docenze universitarie. Ciò, evidentemente, avrebbe, alla prova, portato delle complicazioni e la necessità, fino ad allora non sentita, di una più numerosa burocrazia addetta a quel servizio. Ma l’editto, come accennammo, venne, subito dopo la sua promulgazione, abrogato,[499] onde le sue clausole rimasero senza nessuna pratica influenza sulle sorti della istruzione pubblica nei secoli successivi.

VII.

Ciò non ostante, il governo di Diocleziano palesa eziandio chiari segni di reazione contro l’indirizzo di qualcuno dei principi, che più avevano curato le vicende dell’istruzione pubblica nell’impero; nè manca di un rovescio, che ne attenua gravemente i meriti verso le sorti della cultura in quell’età e nei secoli successivi. Diocleziano e Massimiano riprendono l’antica tradizione di provvedimenti contro l’astrologia e le scienze affini. Essi vengono così a demolire buona parte dell’opera di Alessandro Severo: «È d’interesse pubblico» — suona un loro editto — «apprendere ed applicare la matematica; è al contrario condannabile ed interdetto l’apprendimento dell’astrologia»[500].

Contemporaneamente, Diocleziano faceva bruciare tutti i libri egiziani e persiani, che trattavano di alchimia, non tanto forse perchè quell’insegnamento non aprisse — come fu detto — filoni di nuovi tesori ai popoli che ne usavano,[501] quanto per obbedire a un’ostile prevenzione comune al suo tempo. Ma evidentemente, così legiferando, Diocleziano e Massimiano, mentre ribadivano la necessità e la dignità delle cattedre ufficiali di matematica, sopprimevano recisamente le altre di astrologia, nonchè di aruspicina, istituite da Alessandro Severo. E tale soppressione sarà, pur troppo, definitiva.

Ma più gravi certamente furono le conseguenze di un altro provvedimento di Diocleziano, che, nella mente del suo autore, doveva tuttavia avere uno scopo meramente politico. Intendo accennare alla grande persecuzione del 303 contro i Cristiani. Uno degli articoli dell’editto, che l’ordinava, portava, questa volta, la clausola della distruzione di tutte le biblioteche cristiane.[502] Noi possiamo da vari indizi arguire quale fosse il contenuto di queste collezioni. Le biblioteche cristiane possedevano gli scritti del Nuovo e del Vecchio Testamento, notevoli sovratutto per i voluminosi commentari che li accompagnavano, lunghe serie di libri necessari alla liturgia, le opere dei primi autori cristiani, biografie di santi e di martiri, scritti didascalici, panegirici, inni religiosi,[503] tutte copiose e interessantissime collezioni, che venivano ora sacrate allo sterminio.

La persecuzione fu universale, sebbene non esercitata dovunque con eguale rigore. Ma fierissima essa fu là dove, a prescindere dalle intenzioni, più gravi si potevano prevedere gli effetti, negli Stati cioè del secondo Augusto, che comprendevano la Spagna, l’Italia e l’Africa: l’Italia, con Roma, sede delle più importanti biblioteche cristiane, che vi erano proprietà del governo centrale della Chiesa, e l’Africa, nelle cui città si conservavano i manoscritti biblici più preziosi e più copiosi,[504] i quali, in parte rintracciati dai funzionari imperiali, in parte consegnati dai proprietari o dai depositari infedeli, vennero, senza eccezione, rigorosamente distrutti[505].

Noi possediamo ancora taluni resoconti di quelle perquisizioni e di quelle consegne, e vogliamo qui riferirne dei brani, che più ci interessano e che fanno parte del verbale redatto da un Munazio Felice, flamine perpetuo e Curatore della Colonia di Cirta in data del 19 maggio 303: «Quando — riferisce quel verbale — si fu arrivati alla casa, nella quale si riunivano i cristiani, Felice, flamine perpetuo e curatore, disse al vescovo Paolo: — Portateci le Scritture della vostra legge e tutti gli altri scritti che qui avete, e obbedite così agli ordini dell’imperatore. — Il vescovo Paolo rispose: — Le Scritture non le abbiamo; le hanno i lettori; ma noi vi daremo tutto quello che abbiamo. — Il flamine Felice replicò: — Indicaci i lettori o manda a cercarli. — Il vescovo Paolo disse: — Voi li conoscete tutti.... — Si recarono quindi nella biblioteca, ma gli armadi erano vuoti.... Il flamine perpetuo e curatore Felice disse: — Portaci le Scritture, che tu possiedi, e obbedisci così agli ordini imperiali. — Catulino consegnò un grosso volume. Il flamine perpetuo e curatore Felice chiese a Marcuclio e a Silvano: — Perchè avete dato un solo volume? Portate le Scritture che possedete. — Catulino e Marcuclio risposero: — Noi non ne abbiamo altri perchè siamo subdiaconi; i volumi li hanno i lettori. — Il flamine perpetuo e curatore Felice disse allora a Marcuclio e a Catulino: — Indicateci i lettori. — Marcuclio e Catulino risposero: — Noi non sappiamo dove abitano. — Felice replicò: — Se non sapete dove abitano, dateci almeno i loro nomi. — Catulino e Marcuclio risposero: — Noi non siamo dei traditori; facci piuttosto uccidere. — E il flamine perpetuo e curatore: — Che essi siano tratti in arresto! —

«Quando furono arrivati alla casa di Eugenio [uno dei lettori], il flamine perpetuo e curatore Felice gli disse: — Dacci le Scritture che tu possiedi, e mostra così la tua obbedienza. — Questi gli portò quattro volumi. Il flamine perpetuo e curatore Felice disse a Silvano e a Caroso: — Fate conoscere gli altri lettori! — Silvano e Caroso risposero: — Il vescovo vi ha già dichiarato che gli uscieri Edusio e Giunio li conoscono tutti; fatevi indicare da costoro le loro case. — Gli uscieri Edusio e Giunio dissero: — Noi te le indicheremo, signore. — E, quando si fu alla casa del mosaicista in marmo, Felice, questi consegnò cinque volumi. Quando si fu arrivati a quella di Proiecto, questi mise insieme cinque grossi volumi e due piccoli. Quando si fu alla casa del grammatico Vittore, il flamine perpetuo e curatore Felice gli disse: — Dacci le Scritture, che tu possiedi, e mostrati così ossequente. — Il grammatico Vittore consegnò due volumi e quattro quaderni. Il flamine perpetuo e curatore Felice disse: — Porta le Scritture; tu ne hai ancora. — Il grammatico Vittore rispose: — Se ne avessi ancora, le avrei consegnate. —