I. La monarchia Dioclezianea — Costantiniana e il trasporto della capitale a Costantinopoli. Ripercussione di ciò sulle sorti della istruzione pubblica nell’impero. — II. Costantino e la coltura. L’Università Costantinopolitana. — III. Una nuova biblioteca pubblica. Costantino e l’istruzione professionale. L’istruzione primaria; fine delle fondazioni alimentari. — IV. Privilegi e garanzie ai docenti privati e pubblici nelle città di provincia. — Ampliamento delle immunità e suoi motivi. Immunità ai professionisti delle arti edilizie e industriali. — V. Costantino e la cura delle opere d’arte. — VI. I figli di Costantino ne continuano la politica; gl’imperatori, il Senato e i governatori nella scelta dei maestri. Riforme nell’Università Ateniese. Dichiarazione dei nuovi criterii di governo in fatto d’istruzione pubblica. — VII. I figli di Costantino e probabile limitazione delle immunità.

I.

La nuova riforma dello assetto politico dello Stato, che, iniziata sotto Diocleziano, ebbe a consolidarsi definitivamente con Costantino, e la fondazione di una seconda capitale in Oriente, la quale veniva ad accrescere il lustro e le esigenze di quest’altra vasta porzione dell’impero, sono le due grandi determinanti di quel meraviglioso progresso delle sorti dell’istruzione pubblica, di cui il primo imperatore cristiano si rese benemerito nella storia della civiltà. Queste due condizioni bastarono perchè quest’uomo, che consacrò la nuova fede con la più solenne delle approvazioni, dovesse poi, in tutta la sua vita, in tutta la pratica di ogni giorno, negarne il principio fondamentale: il regno degli uomini non essere di questo mondo, e il regno di questo mondo volesse adorno di tutte le grazie più squisitamente pagane.

Già avvertimmo che la nuova e macchinosa burocrazia, le cui sorti andavano strettamente connesse alle recenti riforme politiche, richiedeva, in modo indispensabile, un più diretto e palese intervento dello Stato nelle cose dell’istruzione pubblica. Il governo ormai, per funzionare, aveva bisogno di uomini, che sapessero, e potessero, starne a capo[522]; meglio ancora, aveva bisogno di produrli. La responsabilità di questa produzione come del funzionamento dello Stato, era passata, da un’anonima classe sociale, nella persona stessa del dirigente supremo. Onde tutta quella serie di insegnamenti, che, fin allora, parevano risolversi soltanto nell’utile di privati, e di cui solo i più chiaroveggenti scorgevano l’intimo rapporto con la vita pubblica e sociale, diventavano ora insegnamenti professionali di prima necessità. E fra essi il posto di onore doveva toccare all’insegnamento indispensabile per dei buoni amministratori: la giurisprudenza. Tutto ciò — ripetiamo — maturava da tempo, senza aver potuto determinare una crisi risolutiva di effetti; ma ecco, avvenire con Costantino, la fondazione della nuova città, che doveva essere anche la città capitale. Tutto quanto in Roma, od altrove, l’opera dei secoli aveva lentamente formato, dovea quivi essere creazione immediata del governo centrale. Onde, come tutto il resto, bisognava — e bisognò — suscitare nella nuova metropoli, sin dai più elementari, tutti gli organi della pubblica istruzione; il che bastava a far sì che questa creazione ex novo non fosse ritardata dalla tradizione, ma si adattasse immediatamente ai sopravvenuti bisogni, alle sopravvenute influenze dell’ambiente sociale.

Ma il fatto stesso della nuova città, che si fondava, si popolava e si abbelliva, richiese tutta un’altra serie di cure per altri ordini di insegnamenti, esclusivamente professionali, a cui, fino a quel giorno, quasi nessun imperatore aveva pensato. Bisognò all’uopo evocare tutte le energie delle industrie del tempo; e questo, Costantino, nei limiti delle sue forze, e a seconda delle circostanze, non esitò a tentare gloriosamente.

I nuovi rivolgimenti dovevano provocare altri effetti sull’equilibrio della cultura nell’impero romano. Ed essi furono gli stessi, che, nell’ordine politico, avrebbe arrecato la fondazione di Costantinopoli e la residenza, che ivi, stabilmente, fisseranno, gl’imperatori. Il mondo civile avrà ora due soli, uno, pallido, del tramonto, l’altro, luminoso e fulgido, dell’oriente; ed esso si volgerà con preferenza a quest’ultimo. In Costantinopoli, e non più in Roma, preferiranno d’ora innanzi accorrere i più illustri dottori del tempo; in Costantinopoli, dove essi, sotto gli occhi imperiali, potranno più facilmente sperare onori e ricompense. Ma il danno, che per ciò stesso ne consegue all’antica metropoli, torna eziandio a vantaggio di altre città di provincia. L’incantesimo del suo monopolio intellettuale è rotto, e la nuova capitale irradia della sua luce anche altri centri di cultura. Gli studii, fino ad ora ristretti e raccolti in una sola città, si spargono intorno. I dotti non disdegnano rimanere nella breve patria provinciale; onde, insieme con la decadenza di una città, si assiste allo spettacolo di altri fari luminosi, che le si accendono intorno — da presso e da lungi — effetti imprevisti di cause inconsapevoli e di atti compiuti con intendimenti diversi.

II.

Costantino il Grande, che aveva iniziato la sua carriera imperiale tra le battaglie e le vittorie, non fu solamente un guerriero valoroso; non soltanto quel grande uomo politico, che ebbe agio di rivelarsi in parecchie delle più difficili circostanze; fu egualmente — ed in pari misura — persona colta ed amante d’ogni disciplina intellettuale. Il padre suo Costanzo Cloro, aveva cominciato a praticare, nel seno della sua stessa famiglia, quel culto dell’istruzione, che aveva ispirato buona parte della sua amministrazione. E Costantino adolescente aveva frequentato un corso regolare di studii letterari e vi si era distinto fra i coetanei. Gli amori dei primi anni non lo abbandonarono facilmente. E adulto e glorioso, aveva proseguito a coltivare le lettere, aveva amata la compagnia dei filosofi, aveva, come Augusto, gradito la conversazione delle Muse e gli omaggi dei poeti, e, come Augusto, s’era compiaciuto di asserire (e di darne la prova!) che i poeti e gli scrittori del suo secolo avevano sempre trovato presso di lui il più benevolo ascolto, come gli studiosi, l’adeguata ricompensa del loro valore.[523]

Nè le tempestose vicende del primo periodo della sua vita avevano mancato dal confermarlo in questa tendenza politica. Il suo più fiero avversario, Licinio, era stato un barbaro infesto alle lettere,[524] onde un’elementare opportunità di governo obbligava l’antagonista a brillare per qualità opposte.

Così Costantino, primo imperatore cristiano, il quale teneva mostrarsi soltanto alla Croce debitore di ogni suo trionfo, e che alla gloria di questa aveva innalzato una nuova capitale nell’impero, non tralasciò per tutta la vita di onorare al tempo stesso quell’Atene, che rimaneva ancora l’invitta e sdegnosa cittadella del disprezzato Paganesimo, dichiarando che egli, imperatore universale, preferiva a tutti gli onori e a tutte le cose l’umile carica di stratego ateniese e il modesto ricordo, che di lui quella città aveva voluto scolpire nella pietra.[525] Così le virtù della guerra e la saviezza dell’opera legislativa egli aveva voluto alternare con le opere della cultura, e fare in modo che gli imparziali avessero a tramandare ai posteri il suo nome come quello di uno dei principi romani, che più, e meglio, avevano favorito il progresso delle lettere e delle discipline liberali[526].