Nel mondo greco ed orientale, infatti, fiorivano da secoli illustri scuole di medicina. Ne fiorivano ad Atene, a Cirene, ad Alessandria, in Asia Minore, nelle isole dell’Arcipelago, in Bodi, a Marsiglia, nella Magna Grecia, e in altri luoghi ancora[28]. Scuole private fiorivano anche in Roma, specie dopo la concessione della cittadinanza, appositamente largita da G. Cesare ai medici,[29] e quivi ognuno di essi aveva numerosi apprendisti, che egli, dietro onorario, istruiva e conduceva seco al letto dei malati[30]. E in Roma, insieme con l’insegnamento privato, i più famosi medici davano, in luoghi pubblici, conferenze, esperimenti, e si esponevano anche a discussioni, venendo con questa loro attività a costituire un vero e vivo focolare di istruzione medica[31].

A tutti costoro Augusto largiva la esenzione dagli oneri pubblici, e non soltanto alle loro persone, ma anche a quelle dei successori.[32] Si beneficava così, per la prima volta, tutto un genere di insegnamento professionale, ai cui seguaci, pel fatto solo di scegliere una determinata professione, che esentava da numerosi carichi, si veniva a concedere un utile materiale quotidiano[33]. Gli effetti della liberalità di Augusto li rileveremo tra qualche secolo. Il numero degli esercenti la medicina si sarà allora così moltiplicato da imporre una qualche restrizione delle godute liberalità.

Quali fossero intanto gli oneri, da cui i medici, sia nella loro qualità di esercenti che d’insegnanti, venivano, pel momento e per l’avvenire, esentati, noi specificheremo più innanzi, là dove la concessione largita diventerà comune ad altre categorie di «magistri», ed avrà assunto, progredendo, tratti più decisi.

V.

Ma la grande riforma, iniziata da Augusto nell’istruzione e nella educazione della gioventù, la riforma tutta sua, che da sola basta a fargli assegnare un posto eminente nella storia della civiltà italica, si svolge su altro terreno, con altri mezzi, ed è assai strano che gli storici dell’educazione e dell’istruzione nell’impero romano o non ne abbiano tenuto il conto che si doveva, o ne abbiano assolutamente taciuto. Intendo accennare alla prima organizzazione della gioventù italica in quelle associazioni, che saranno i collegia iuvenum romani e municipali.

Le fonti letterarie e storiche ci dànno con sufficiente ampiezza un’idea dei criterii, che, secondo Augusto, avrebbero dovuto informare l’educazione della nuova gioventù romana. Era il ritorno all’antico, all’esercizio fisico, alla vita militare, all’apprendimento e alla pratica della religione dei padri. Orazio, uno dei migliori interpreti del pensiero di Augusto e dei più efficaci diffonditori delle sue idee politico-sociali, cantava:

«Bisogna svellere i germi di ogni tendenza malvagia e temprare le infrollite menti a studii più aspri. I giovinetti inesperti non sanno stare a cavallo e han paura di esercitarsi alla caccia, troppo esperti invece, sia che si invitino al greco giuoco del paleo, sia a quello dei dadi vietati dalle leggi».[34] «Il giovinetto, ingagliardito dall’aspra milizia, apprenda invece a tollerare lietamente l’austera povertà, e, cavaliere temuto, tormenti coi colpi della sua lancia i Parti, e viva sotto l’aperto cielo, nell’ansietà dei cimenti»[35].

Dione Cassio, in una, storicamente famosa, allocuzione ad Augusto, ch’egli mette in bocca a Mecenate, ripete fedelmente, sebbene più prosaicamente: «Che i fanciulli dell’ordine senatorio ed equestre frequentino le scuole, e, appena divenuti adolescenti, apprendano a cavalcare e si addestrino nelle armi, avendo all’uopo maestri stipendiati dallo Stato per l’uno e per l’altro insegnamento[36]. Così essi, sin da fanciulli, saranno atti a sè e a ogni cosa, e capaci di fare quanto è necessario che facciano gli adulti, sia per averlo appreso che per averlo praticato»[37].

L’idea radiosa era nel pensiero e nel cuore di tutti i poeti civili del tempo, nel cuore degli amici e dei frequentatori del circolo di Augusto. Con quale compiacenza Virgilio non descrive le exercitationes e i ludi campestres della antica gioventù latina! «E già i giovani al termine della via vedevano le torri e le alte case dei Latini, e si accostavano al muro. Innanzi alla città, fanciulli e giovinetti si esercitavano a montare a cavallo, a reggere carri nell’arena, a tendere gli archi difficili, a vibrare dardi, e si sfidavano alla corsa ed al getto».[38] «Siamo noi una gente vigorosa fin dalla nascita. Noi portiamo ai fiumi i fanciulli appena nati e li tempriamo nelle acque gelide. I fanciulli frequentano le cacce e percorrono le selve; è loro giuoco domare i cavalli e tendere le saette su l’arco corneo. I giovani poi, tolleranti della fatica e contenti di un parco vitto, o lavorano il suolo, o battono in guerra le fortezze. Ogni età si esercita nelle armi, e l’asta rovesciata è il pungolo pei nostri giovenchi»[39].

E con quale compiacenza, a vieppiù esaltarli, non vi contrapponeva egli i costumi e la vita del mondo greco-orientale! Il mondo, in cui si vestono abiti tinti di croco e di porpora, ove la vita scorre tra gli ozii, i piaceri, le danze. Il mondo, in cui si portano turbanti intricati di nastri, e tuniche con maniche che impacciano; il mondo, ove non si conosce che il frastuono dei timpani e delle bifori tube di Cibele![40]. Oh, strappare la gioventù, e non la sola gioventù romana, alla perdizione, cui la guidavano gli invadenti costumi greco-orientali, ricondurla all’antico, e renderla gagliarda e sana di corpo e di spirito, gagliarda come l’antico figliuolo del suo progenitore,[41] infonderle il sentimento del dovere, della sua partecipazione alla vita dello Stato, renderla capace e degna della difesa e della gloria della patria!