La prima legge di Giuliano non ha nulla di men che ragionevole. La quasi sconfinata libertà d’insegnamento, lasciata fin allora dal governo romano ai singoli docenti, se era un bene, in quanto — teoricamente almeno — non insidiava, nè meccanizzava, il contenuto o i metodi dei singoli docenti, poteva tradursi in un danno pubblico tutte le volte che l’insegnamento veniva accaparrato da maestri ignoranti od inetti. Ed invero, il fatto della concorrenza, che in parte valeva ad impedire ciò, si combatteva, non soltanto nel campo del merito, ma anche in quello dell’economia, e il maestro di minor merito, ma più a buon mercato, poteva conseguire maggior fortuna e maggior numero di scolari di altri, più degni e più meritevoli. Riusciva quindi, nell’interesse pubblico, necessaria una disamina preventiva della capacità dei docenti, e, siccome dubitare della imparzialità dei Consigli municipali non era certamente cosa temeraria (ne aveva dubitato anche l’insospettabile Costantino con una sua citata legge del 321), l’imperatore poteva ben a ragione volervi aggiunto il controllo del governo centrale. L’una e l’altra di queste due ingerenze corrispondono perfettamente a quanto oggi si pratica nella maggior parte delle nazioni civili.
Rimane l’editto, che — si è detto — veniva a limitare la libertà d’insegnamento.
Le censure della grande maggioranza dei cristiani di quel tempo sono in verità assai poco persuasive; tradiscono anzi la propria debolezza, rivolgendosi, come esse fanno, non contro l’editto, ma contro una sua equivoca interpretazione, secondo cui Giuliano avrebbe vietato, non già ai maestri Cristiani, l’insegnamento, ma ai giovani di quella fede, l’apprendimento delle lettere e dell’eloquenza greca e latina. Certo, in tal caso, il provvedimento di Giuliano sarebbe stato gravemente deplorevole; per fortuna, si trattò di ben altra cosa, e questa soltanto sarebbe bisognato discutere, e, se fosse stato d’uopo, censurare.
Non è però da credere che i più che rari scrittori cristiani, i quali con maggior verità accennano al provvedimento, che fu realmente adottato da Giuliano, lo definiscano in modo benevolo. Tutt’altro! Essi, come era costume di quel tempo, agitato da grandi passioni politiche e religiose, corsero all’eccesso opposto, e S. Giovanni Crisostomo, che non fu l’ultimo tra quei Cristiani, rendendo il pensiero, che doveva essere della maggioranza, definisce senz’altro l’editto «una mala azione»[595].
Ma non tutti i credenti nella nuova religione accolsero con egual sentimento i divieti imperiali. Una piccola parte tra essi ne fu soddisfatta. Questi — erano i più intransigenti — approvarono, esultanti. Finalmente veniva rotto ogni pericoloso contatto con la coltura classica, diffonditrice dell’aborrito politeismo! Finalmente il Cristianesimo si sarebbe servito di mezzi e di forme proprie, nè più si sarebbe contaminato con il pensiero e con il sentimento pagano![596]
Ma, se così esplicito fu il giudizio dei cristiani, transigenti ed intransigenti, non altrettanto possiamo dire dei pagani. Esultarono essi dell’editto? Non v’ha, nelle nostre fonti, nessun elemento, nessuna traccia che ci autorizzi ad affermarlo. Ma questo silenzio è di quelli, che recano in se stessi un grave significato. È infatti impossibile immaginare che, in tanto fervore di polemiche, i Cristiani avessero obliato quella, che certamente, se ci fosse stata, avrebbero definito con le frasi più atroci: la demoniaca esultanza degli avversarii trionfatori; è inconcepibile che questi, se tale esultanza avessero provata, non fossero anch’essi entrati in polemica.
Ma della noncuranza, anzi forse del biasimo dei pagani, noi abbiamo una diretta riprova nel giudizio aspro, che Ammiano Marcellino dà dell’editto, ch’egli definisce «misura degna d’essere sepolta sotto un perenne silenzio».
Come assai giustamente è stato notato, Ammiano Marcellino fu un onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non prese interesse, non che alle questioni religiose, ad alcuna delle grandi questioni ideali del tempo, di che la sua Storia ci fa fede piena. Egli, specie dopo l’insuccesso, non poteva quindi non deplorare che un principe, tanto prode come Giuliano, si fosse impelagato nei flutti insidiosi delle dispute teologiche[597]. Se non che, tale stato di animo, tale indifferenza, tale mediocrità di pensiero e di sentimento dovevano essere comuni alla grande maggioranza dei pagani del tempo, come sono, del resto, in ogni tempo, comuni alla grande maggioranza degli uomini. Da siffatta constatazione ebbe anzi a provare le maggiori amarezze l’imperatore filosofo, nella sua vanamente tentata riforma spirituale. Il suo editto aveva parlato di cristiani; ma quanti maestri pagani non tradivano ugualmente, dalla cattedra, la loro missione rigeneratrice, quale la concepiva Giuliano! E che veniva, per essi, ormai blaterando costui, in un editto, odiosa preparazione, e conseguenza insieme, di tante altre sue fastidiose riforme e velleità? Cotale irritazione sorda, cui l’insuccesso diede la baldanza e l’insolenza della viltà, è consegnata nella frase di Ammiano Marcellino, e risponde all’atteggiamento spirituale della grande maggioranza dei pagani.
Solo qualche spirito eletto intese il pensiero imperiale: qualcuno di quei nobili sognatori, che insieme con lui si affaticavano invano a fermare l’ora del tempo, che mai non s’arresta; qualcuno dei migliori tra i filosofi o i retori, in corrispondenza con lui, forse Massimo, forse Prisco, l’amico, più che il protetto di Giuliano, che alla fine di lui e del suo sogno di risurrezione del paganesimo, nascose l’infinita amarezza dell’anima, e seppellì, come si esprime un suo biografo, la lunga vecchiezza negli antichi templi della Grecia;[598] forse Libanio, che con grande finezza spiegava come l’imperatore «ritenesse indissolubili l’eloquenza e il culto degli Dei.»[599] Ma che valor politico poteva avere, che efficace conforto poteva arrecare la tacita o aperta approvazione di qualche isolato?