Ma, poichè gli artefici erano già esenti ab omnibus muneribus, la speciale esenzione ai pittori, come quelle precedenti in favore degli ingegneri, degli architetti e degli aquae libratores sotto Costanzo significa solo che si voleva esentare questi da carichi speciali o che, ad essi, in rapporto alla loro professione, riuscivano soverchiamente gravosi. Le solite immunità sono perciò accompagnate da altre non mai concesse. Così i pittori non avrebbero più soggiaciuto alla negotiatorum collatio; non più all’obbligo, tassativo nella legge romana, di un domicilio fisso e determinato, che contrastava con le esigenze della professione. Non più sarebbero stati costretti a fitti gravosi per provvedersi di uno studio o di una bottega, ove attendere alle loro occupazioni, ove esporre e smerciare le proprie opere. Non più sarebbero stati tenuti a compiere lavori notevoli, per ordine del governatore, senza congruo compenso, e così via. Ma con i privilegi, che si traducevano immediatamente in utili materiali, se ne notano degli altri, che rialzavano moralmente il credito e la dignità della professione, mettendola alla pari delle più onorate dell’impero. E tra queste sono significative le due concessioni, che ritroviamo soltanto a questo proposito, la prima dalle quali rendeva i maestri di pittura indipendenti dalla giurisdizione dei iudices pedanei — una specie di giudici conciliatori del tempo — [656] e li sottoponeva esclusivamente all’autorità dei magistrati maggiori, mentre l’altra esentava i maestri di pittura dall’obbligo di denunciare i barbari trapiantati sul suolo romano e impiegati in qualità di loro coloni, perchè, come tutti gli altri cittadini romani, soggiacessero al controllo esercitato dallo Stato sugli schiavi, posseduti da ciascun proprietario[657].
Ma più notevole ancora è, riguardo alla considerazione morale, che i maestri di pittura venivano ad acquistare, la natura della pena minacciata a coloro, che la legge e i conferiti privilegi avessero violato: la pena, senz’altro, del sacrilegio. Ciò non ostante, non può non apparirci strano il silenzio sullo scopo della legge stessa. Allorquando Costantino aveva privilegiato gli architetti, egli aveva dichiarato il suo intendimento, ch’era di promuovere la produzione professionale; allorquando aveva privilegiato tutta un’altra serie di professionisti di varie arti, egli aveva ripetuto la ragione del suo atto[658]. Questa volta, non una parola di tutto ciò. L’imperatore benefica una certa categoria di persone, ma non esprime i motivi, che avevano determinato la sua volontà. I quali, tuttavia, non rimangono per questo meno chiari come non meno evidente ne riesce il nesso con le sorti dell’istruzione pubblica del tempo. Promuovere la pratica della pittura non era soltanto promuovere un mestiere od un’arte mercenaria; era far convergere verso quell’attività, con effetti inattesi, energie distratte altrove, era elevare la dignità degli studii dei pittori, tramutarli in focolari di arte pura, era farvi accorrere, assai più che nel passato, giovani volenterosi di seguirne le tracce e raggiungere la gloria; era creare la scuola d’arte, dove prima non aveva dominato che il mestiere.
La legge è del 374. Un anno dopo, Valentiniano I. moriva improvvisamente, interrompendo così la sua politica scolastica, come la sua tenace difesa dell’impero Occidentale dalle sempre incalzanti scorrerie dei Germani. Ma di lui rimane imperituro l’elogio, che, dirigendosi al giovane successore, ebbe a dettarne Temistio: «Sotto quale imperatore — egli esclamerà — le Muse ebbero tanto splendore e tanto fiorirono, come sotto il tuo genitore? Chi altrettanto sollecitò gli animi dei giovani verso l’istruzione e verso la cultura? Chi vi propose eguale copia di premi? Chi, come lui, onorò gli illustri per eloquenza tanto quanto gli illustri in armi? A chi la filosofia — arditamente — rese più insigne testimonianza di onore?»[659]. Parole, che, toltene le iperboli consuete al genere di componimento adottato, ben si attagliano a l’opera di un principe, che aveva avuto la fortuna, o la sciagura, di vivere, e, insieme, il merito di saggiamente regnare, in un’età agitata da grandi passioni sociali.
IV.
Insieme con Valentiniano I. era, nel 364, salito al governo dell’impero il fratello di lui, Valente. Egli aveva con lui sottoscritto tutte le leggi, che riguardavano l’Occidente, come altre ne sottoscriverà, che discenderanno dall’iniziativa del suo futuro collega; ma la sua opera personale, si riguardi nel suo complesso, o in ciò che specialmente concerne i problemi della pubblica istruzione, ci appare, al confronto, assai più fiacca e più scarsa. Ed invero, quantunque più zelante del fratello per le sorti della religione cristiana, egli non ha l’energia di abrogare, nella sezione dell’impero affidata alle sue cure, la legge e l’editto di Giuliano, relativi ai maestri di discipline liberali, ch’egli preferisce lasciar cadere in dimenticanza, e l’atto di lui più notevole, di cui ci sia rimasta menzione, può dirsi sia una breve costituzione riguardante la biblioteca Costantinopolitana.
Vedemmo infatti come Costantino il grande e il figlio di lui Costanzo avessero lavorato a formare, nella capitale dell’Oriente, ampie raccolte di libri classici. Valente stabilisce, per la pubblica biblioteca costantinopolitana, un ruolo apposito di antiquarii (trascrittori e curatori di codici) quattro per la sezione greca, e tre per quella latina,[660] da stipendiarsi in natura[661] sul fondo destinato alle annonae populares di Costantinopoli, consistenti in forniture di pane, olio, carne, vino, vesti e frumento.[662] Contemporaneamente, provvede alla custodia della biblioteca ed ordina che vi siano adibiti dei conditionales, cioè degli schiavi, legati per la vita alla loro condizione ed al loro ufficio.
Se non che, mentre in tal guisa Valente curava la conservazione delle opere degli antichi, riusciva fatale alla cultura del tempo, anzi, un poco, alle sorti di tutta la cultura avvenire, attraverso una serie di eventi, che sembrò dapprima nulla vi avessero di comune. Valente non era un imperatore tollerante, come Costantino e come qualche altro dei successori del primo principe cristiano. Era un seguace della dottrina di Ario, e come perseguitò spietatamente l’ortodossia cristiana, non palesò una meno vivace ostilità contro i seguaci dell’antico culto e delle antiche ideologie. Un episodio, avvenuto durante il suo regno, bastò a farlo prorompere in eccessi veramente deplorevoli. Nel 371, s’imbastiva un enorme processo a carico d’individui, denunziati come rei di magia, per aver tentato di sapere chi mai sarebbe stato il successore di Valente. Le prigioni rigurgitarono per lungo tempo di accusati; poi, dopo il processo e la conseguente condanna, si ebbe un’esecuzione in massa degli indiziati e, insieme, dei complici, diretti e indiretti, nonchè di coloro, che l’operazione magica avrebbe lasciati supporre eredi del trono di Costantinopoli. Gli accusati e gli uccisi furono, com’era naturale, per la più parte, dei neoplatonici, anzi dei filosofi pagani in genere.[663] Una strage così grande fece per lunghi anni vuote le cattedre e le aule delle scuole dell’impero. Ma il principe e i suoi ministri non si limitarono ad infierire sulle persone. Essi istituirono, in quel triste quarto d’ora, in Costantinopoli, dei veri e propri tribunali di inquisizione, sequestrarono nelle biblioteche private, e a maggior ragione in quelle pubbliche, le opere più sospette dell’antica cultura, e tutte abbandonarono alla distruzione. Si trattò, dice, forse esagerando e con qualche inesattezza, uno storico pagano, di mucchi di codici e di volumi di discipline scientifiche e di opere giuridiche[664], bruciati in enormi falò, sotto gli occhi impassibili dei giudici.[665] Era la scienza la forma più odiata dell’antica cultura, quella che racchiudeva e sviluppava le più stridenti dottrine teologiche e cosmologiche, ed era ormai scoccato per essa l’istante della persecuzione.
Tuttavia, la intransigente ortodossia non spinse l’imperatore ad avversare a priori ogni forma della cultura classica. Il filosofo pagano Temistio, che fu uno dei suoi favoriti e che più volte enumera i principi, che a loro volta avevano giovato al progresso della filosofia, pone anche Valente tra i primi insieme con Valentiniano I. e con Costanzo II. «Tu apprezzi», aveva detto una volta, rivolgendosi a lui, «la filosofia più della retorica»; «tu chiami a Te i filosofi dubitosi, e Tu occupi in esercizi di cultura la parte dell’anno, nella quale sei costretto a rimanere presso di noi. Tu tieni in pari onore gli uomini di guerra e gli uomini di pensiero; sì che ti cinge della migliore difesa, non la sola scorta della potenza, ma, insieme con essa, quella della saggezza».[666]
E gli elogi di quest’uomo, che non era nè un ariano, nè un cristiano, nonostante la consueta esagerazione ufficiale e personale che li inquina, hanno tuttavia un peso che non può essere misconosciuto.