Valentiniano I., con due successive leggi, del 368 e del 370, regolò e migliorò le condizioni economiche e morali dei medici condotti in Roma[679], ed egli stesso e Graziano riconfermarono, specificandole, le antiche immunità, e di nuove ne concessero, ai medici di Roma e della Corte[680].

Gli è evidente come questi favori dovessero al solito promuovere l’esercizio della medicina e, quindi, diffondere tra i giovani il desiderio e l’interesse del suo studio. Ma alle su citate si accompagnano ancor più notevoli disposizioni, riguardanti la conservazione degli antichi monumenti artistici dell’impero.

Già con Valentiniano I. si era, nel 365, avuta una costituzione, comminante delle pene ai magistrati dell’impero, i quali avessero seguito la mala consuetudine di abbellire le maggiori città, non solo trasportandovi statue di altre minori (il che sarebbe stato un lieve inconveniente) ma adoperando ad altri scopi la materia prima di antiche opere d’arte[681].

Graziano redige, in forma di missiva al senato, una nuova legge, che si limita a Roma, ma che è assai più energica e più decisa della precedente. Essa, dopo aver ripetuto che nè ad alcun prefetto di Roma, nè ad alcun prefetto del pretorio, era d’ora innanzi lecito costruire edifici o monumenti nuovi, dovendo curare invece la conservazione degli antichi, soggiunge — ed è questa la clausola più notevole — che chiunque tra i privati voglia in Roma costruire possa farlo, ma a patto di rispettare scrupolosamente le tracce dell’arte antica. «Chiunque — si esprime testualmente l’imperatore — vuole costruire in Roma, lo faccia a sue spese e con materiali propri, senza invadere gli edifici antichi, senza demolire le fondamenta di costruzioni celebri, senza servirsi di materiali venuti in luce, senza spogliare altri edifici e asportarne via i marmi»[682].

Nella storia di questo tempo, i due divieti di Valentiniano I. e del figlio suo sono una nobile eccezione, ed essi riescono per noi ancora più interessanti quando si riflette che non erano stati determinati da quello zelo religioso, che aveva guidato, e guiderà, le precedenti e successive demolizioni ordinate dagli imperatori cristiani, o che avrebbe potuto guidare le ricostruzioni di principi pagani, ma da uno schietto intendimento d’arte e di coltura. Ed invero, l’ultimo provvedimento di Graziano era, come del resto tutte le sue leggi, relative a cose dell’istruzione pubblica, uscito dalla ispirazione di un letterato, di un poeta, e, quindi, di un estimatore dell’antichità classica, il suo maestro Ausonio, colui che, chiamato da Valentiniano I. alla corte quale precettore del principe ereditario, venne da costui elevato alla prefettura d’Africa, d’Italia e delle Gallie; e, quindi, agli onori del consolato; colui, che Graziano amò dell’amore più squisito e più tenero di discepolo.[683]

VII.

Con Graziano noi siamo ormai al colmo della rinascita intellettuale, iniziatasi fin da Costantino. «Nel IV. secolo» scrive un moderno storico della letteratura greca «appare d’un tratto come una nuova rinascenza. Di nuovo noi incontriamo, nella società classica, degli oratori famosi». «Accanto all’eloquenza pagana, e ad essa di gran lunga superiore, sorge una potente eloquenza cristiana, quella degli Atanasio, dei Basilio, dei Gregorio di Nazianzo, dei Crisostomo. E se noi guardiamo intorno ad essi, l’aspetto dell’Oriente greco è ben diverso che nel secolo precedente. Mentre allora il movimento delle idee sembrava nullo fuori delle scuole, ora al contrario l’agitazione è dappertutto. Grandi dibattiti eccitano e appassionano gli spiriti; grandi correnti di opinioni si formano e poi si urtano fragorosamente. La parola e il pensiero ritornano ciò che da secoli avevano cessato di essere, gli strumenti del pensiero e dell’azione.»[684]

Nè tale fenomeno è limitato alla cultura greca. È questa l’ora, in cui veramente la lingua e la cultura latina conquistano l’Europa occidentale,[685] e sembrano vincere la gara di concorrenza con le lettere greche, che da gran tempo sembrava irrimediabilmente perduta.[686] «Da Costantino» «il deserto comincia a ripopolarsi»; «le lettere si rianimano; gli scrittori di prose e di versi divengono più copiosi, e un gran secolo letterario incomincia». Sorgono «poeti, come Ausonio, Paolino da Nola, Prudenzio, Claudiano; poligrafi, come Simmaco e S. Girolamo; oratori, come S. Ambrogio e S. Agostino». «Le lettere profane sono in progresso come le sacre: è un risveglio universale della letteratura»[687].

Da circa sessant’anni gli oratori, quali che siano le simpatie e gli attaccamenti personali, sono costretti a celebrare l’amore che gl’imperatori del tempo dimostrano verso la coltura. Perciò Temistio celebra Costanzo, Gioviano, Valentiniano, Valente, e proclama che la dottrina e le lettere riscuotono ormai a Corte un favore eguale a quello delle armi.[688] Non è stereotipa e insignificante adulazione, come taluno ha pensato; è constatazione di un nuovo indirizzo. L’amore della coltura trionfa ancora di ogni divario di fedi e di opinioni religiose.

Per certo, tale risveglio non fu, neanche questa volta, opera esclusiva della scuola o dello Stato. Il risorgimento intellettuale di un popolo non è mai elaborazione burocratica od aulica. Ma lo Stato può porgerne o contrastarne i mezzi, può favorirlo od avversarlo. E i principi romani dei primi quattro quinti del IV. secolo furono — sia gloria a loro! — tra i più consapevoli, che la storia rammenti, dei proprii doveri verso l’istruzione e verso la pubblica coltura.