CAPITOLO VIII. La dinastia dei Teodosii e la istruzione pubblica.
(383-450)

I. La reazione cattolica di Teodosio I. e l’istruzione pubblica: la soppressione degli stipendi ai docenti pubblici in Roma e in Atene. — II. Eccezioni a favore dei medici; cura delle opere d’arte. Ripresa della decadenza intellettuale del III. secolo. — III. I due figli di Teodosio continuano la politica del padre. — IV. Teodosio II. riconferma le immunità ai maestri. I provvedimenti di Teodosio relativi alla Università Costantinopolitana. — V. Carattere di quest’opera. L’università Costantinopolitana e quella ateniese. La distribuzione delle cattedre. L’abolizione dell’insegnamento privato pubblico. VI. — Il nuovo ordinamento e le altre scuole medie e superiori, create dallo Stato. — VII. Teodosio conferma di nuovo le immunità ai maestri. La compilazione del Codex Theodosianus; la scienza e l’insegnamento giuridico.

I.

La prima interruzione di tanto favore, che per oltre mezzo secolo era disceso dall’alto del trono imperiale sulle sorti della cultura dell’impero, si ha con Teodosio il grande.

Teodosio I. inizia l’allegra vendetta di Giuliano. Egli incarna la prima grande reazione cristiana, anzi cattolica, contro la società pagana del tempo, le sue passioni, i suoi gusti, i suoi amori. Si era fatta colpa a Giuliano di aver voluto ridar vita a un grande passato, che tramontava, ed ecco ora Teodosio sospingere, con pari violenza, fino alla vittoria più schiacciante il presente, che già aveva trionfato. Si era accusato Giuliano, o i suoi governatori, di avere demolito qualche tempio, cristiano e Teodosio ordina una sistematica e regolare crociata contro i templi e i monumenti dell’antichità pagana. Si era accusato Giuliano di avere rotto, a favore del paganesimo, la perfetta equanimità dell’Editto di Milano, e Teodosio, assai più violento, la distrugge senz’altro a favore del cristianesimo, anzi del solo cattolicesimo. Si era accusato Giuliano di legare le sorti della cultura a quelle della sua religione preferita, ed ecco Teodosio far coincidere la politica più antipagana[689] con la negligenza più palese e con l’avversione, più manifestamente dichiarata, alla buona sorte della istruzione pubblica nell’impero romano!

Il suo regno quasi ventennale — quello di Costantino I. aveva in realtà toccato appena i tre lustri — ebbe dei periodi di guerra, come ognuno dei brevi governi dei predecessori aveva avuti, ma godette eziandio di lunghi periodi di pace incontrastata, e Teodosio I. fu, con Teodosio II. e con Giustiniano, uno degli ultimi imperatori, che di fatto, oltre che di diritto, riunirono ancora una volta nelle proprie mani le due sezioni dell’impero. Ma, durante così felice governo, non un solo atto di lui viene segnalato, che promuova le sorti dell’istruzione pubblica, non una scuola che si apra, non una biblioteca che si eriga, non un docente o una classe di docenti che si favorisca.

Noteremo anzi qualche provvedimento di tenore e di effetti opposti. Ma la politica di Teodosio, anche considerata nelle sue linee più generali, doveva, nei rispetti della pubblica coltura, andare incontro a degli effetti disastrosi. Noi abbiamo infatti con Teodosio I. il tentativo della distruzione di ogni traccia superstite del culto antico. Forse sin dal 384 egli aveva ordinato la chiusura di tutti i santuari pagani; ma già, nel 391, egli proscriveva assolutamente ogni sacrificio, ogni atto di adorazione degli antichi Dei, e iniziava una guerra regolare contro la incolumità dei loro templi, per applicare, poi, nel 392, ai violatori del suo editto, le gravi pene dei reati di lesa maestà.[690]

Era la fine della religione, delle feste, dei giuochi, delle processioni, delle cerimonie, dei teatri, delle immagini degli Dei, in cui viveva tanta parte della poesia e dell’arte antica. Come avrebbe il tronco potuto reggere, colpito così fieramente nei rami, nelle fronde, nelle radici?

Ma agli effetti imprevisti si accompagna un’opera meditata contro la coltura. Nel 383, una legge, diretta al prefetto dell’Oriente,[691] viene a limitare le immunità dei docenti. Già con altre sue disposizioni Teodosio I., da quel zelante e rude amministratore ch’egli fu, aveva più volte cercato di limitare o il numero delle persone, aventi facoltà di sottrarsi ai pubblici oneri e alle pubbliche cariche, o la portata della loro immunità,[692] movendo dal criterio che l’immediato interesse pubblico doveva prevalere su quello individuale[693]. Ma, fino al 383, dei maestri non si era fatta esplicita menzione. Adesso, il loro nome viene pronunziato; i maestri vengono sottoposti alla regola comune, che imponeva di ottemperare ai munera civilia, e, insieme con essi, i loro figli, già esentati dalle leggi di Costantino.

Ma — fatto ancora più grave — noi rileviamo da una lettera di Simmaco, che, in un certo anno del regno di Teodosio I., gli stipendi ai maestri dell’Ateneo romano vennero improvvisamente soppressi[694]. «La tua partenza — scrive Simmaco a un amico — porta con sè un seguito di coorti di letterati, e come taluni sogliono recarsi in Atene, o visitare i luoghi, sacri alle Muse, così, tratti dal desiderio, essi seguono le tue peregrinazioni. Nè a te, cui affluiscono copiosi gli appannaggi, che si legano alla tua carica militare, riesce gravoso tanto accompagnamento di amici. Sii lieto dunque di mantenere i dotti con le ricchezze, che ti provengono dal tuo ufficio, e spera che più numerosi accorrano tosto a te gli ospiti, dacchè sono stati soppressi gli stipendii ai maestri della gioventù romana....»