E, dopo questa constatazione, dopo avere cioè rilevato come, sotto Teodosio I., venissero rotti i vincoli, che legavano la prima Università del mondo alle iniziative dello Stato, riesce forse troppo cervellotica — come potrebbe a prima vista apparire — l’ipotesi,[695] che altrettanto fosse accaduto a qualche altra, pur famosa, Università dell’impero, la quale, agli occhi del principe intransigente, doveva apparire ancor più macchiata di paganesimo, che non quella di Roma? È cervellotico supporre che Teodosio I. abbia soppresso il contributo imperiale, corrisposto fin da Marco Aurelio all’Università ateniese, abbandonandola alle sole risorse delle sue rendite private? O, piuttosto, non è ragionevole ammettere che la sorte di questa dovette essere identica all’altra di Roma?

Sola, fra tutte, l’Università costantinopolitana, sia per la natura speciale di scuola, in cui le tinte classiche erano notevolmente sfumate, sia per il rispetto verso la città, in cui sorgeva, potea attirare gli sguardi e le sollecitudini imperiali. Ma Teodosio, in altre faccende affaccendato, non ebbe agio o volontà di curarsi neanche di quella, e preferì trapassare ai posteri trionfante per gloria di armi e per fede di cristiano, anzichè per eccellenza di amore verso la pubblica coltura.

II.

Due soli atti di lui noi possiamo lodare come giovevoli alla coltura del tempo: tre leggi, concedenti nuovi favori ai medici di corte (gli archiatri sacri Palatii),[696] e una quarta, che coincide, secondo che sembra, con un fuggevole, lucido intervallo delle tendenze politico-religiose del governo di Teodosio, relativa alle antiche opere d’arte dell’impero[697].

Le tre prime leggi, anzi, poichè coloro, che ne vennero favoriti, vi si denominano medicinae professores, sono state da taluno considerate[698] come riguardanti veri e propri docenti di medicina. Ma, pur troppo, codesta seducente interpretazione non è che un inganno. La qualità di medici di Corte basterebbe ad escludere la possibilità della loro condizione di pubblici o privati docenti di medicina; ma ancor più, agli scopi della nostra dimostrazione, giova il confronto tra quelle leggi e un passo di una lettera di Simmaco,[699] in cui lo scrittore chiama medicinae professore, i medici condotti di Roma, significando con ciò che tale denominazione si attagliava, oltre che a dei docenti, a dei comuni professionisti della medicina. Ad ogni modo, questi nuovi privilegi, accrescendo onori ed utili a quell’arte, dovevano, come al solito, invogliare molti al suo apprendimento, e, quindi, concorrere indirettamente a intensificarne la cultura e lo studio.

La quarta legge, da noi segnalata ad onore di Teodosio I., riguarda, come accennammo, la cura delle opere di arte. Pur troppo, non ostante i divieti di Valentiniano e di Graziano, le provincie romane continuavano ad essere bersaglio della meno perdonabile devastazione artistica per opera, e questo, per eccitamento, di privati, di sodalizi, di autorità. Ma sembra che lo zelo dei credenti sia stato ancora maggiore di quello del nuovo monarca, che pur non era piccolo, e che i loro eccessi abbiano, come sempre, oltrepassato i limiti di ogni discrezione e provocato una reazione nel seno stesso del concilium principis. Certo, nel 382, Teodosio I., pur ripetendo gli antichi divieti circa il culto pagano, ordinava la riapertura al pubblico di uno dei più famosi templi dell’Oriente, un tempio nella Mesopotamia, e, più precisamente, nella Ostroena,[700] ricchissimo di preziose opere d’arte. Teodosio stesso ha cura di far rilevare che tale deliberazione, la quale abroga ogni altra precedente, era stata presa dietro ampia discussione e maturo consiglio (publici consilii auctoritate); che anzi ogni disposizione precedente doveva considerarsi come carpita alla distrazione del potere esecutivo (obreptivum oraculum). Ed egli stesso sentenzia altresì che le opere d’arte debbono essere apprezzate per il loro intrinseco valore, e non già per il culto, a cui si riferiscono, e che si ha quindi il diritto di volerle esposte pubblicamente.

Era questo per certo un atto veramente encomiabile. Ma esso, che risale ai rosei esordi del governo di Teodosio, fu subito dopo sopraffatto da disposizioni di tenore diverso od opposto, nè poteva, in ogni modo, avere la forza di contrastare alla generale decadenza, la quale ora ripiglia trionfalmente il suo fatale andare. A questa età infatti, e non ad altra, si riferisce Ammiano Marcellino in quel suo quadro delle condizioni morali e intellettuali di Roma, da lui conosciuta solo dopo il regno di Valente, e che è disegnato nel libro decimoquarto delle sue Istorie[701]. Egli vi deplora la decadenza degli studii di filosofia e di eloquenza: «Le poche case, un tempo celebrate per la serietà degli studii, che vi si coltivavano, ora sono affaccendate nelle occupazioni più molli e più oziose.... Ai filosofi si preferiscono i cantanti; agli oratori, i maestri di musica. Le biblioteche[702] sono chiuse a mo’ di sepolcri», «e a tal punto di indegnità s’è arrivati, che, recentissimamente, nell’imminenza d’una carestia, sono stati espulsi precipitosamente gli stranieri, e, quindi benchè pochi, tutti coloro che coltivavano le discipline liberali, senza neanche lasciare ad essi il tempo di pigliar fiato».[703]

Così, per la prima volta, dopo Augusto, gli studiosi e i maestri tornano, nella capitale dell’impero romano, ad essere considerati quale materiale ingombrante, quale zavorra da buttar via, a cautela della sicurezza annonaria dei dominatori del mondo!

III.

I primi tredici anni del regno dei figliuoli di Teodosio non hanno, per l’argomento che c’interessa, maggiore, o diversa, importanza del regno paterno.