I soli tra i loro atti, che fermino in certo modo la nostra attenzione, riguardano anch’essi quella che noi abbiamo definito la cura dei monumenti e delle antiche opere d’arte.
In due editti dei primi del 398,[704] Onorio ripete, per tutta la prefettura delle Gallie,[705] il divieto ai governatori — già emanato da Valentiniano I. e da Graziano — con cui si comminavano loro determinate pene, se avessero asportato le opere di arte o gli ornamenti della città alla loro dipendenza, o li avessero semplicemente accolti in dono dalla servilità adulatrice dei Consigli municipali, che si dichiara di ritenere in ugual misura responsabili.
E l’anno successivo, con due nuovi editti, concernenti, oltre le Gallie, l’Africa e la Spagna,[706] Onorio riconferma la sua intenzione di salvare dalla rovina universale gli antichi templi insieme con le opere d’arte, che essi custodivano.
Questa tendenza dell’imperatore romano appare in categorico contrasto con la politica del collega e fratello suo in Oriente. Quivi, infatti, ove tuttavia erano i maggiori tesori dell’arte ellenica, nè Arcadio emana alcun editto, che mostri di volerli salvaguardare, o, se qualcuno di sua iniziativa ne venne pubblicato, esso fu lungi da ogni pietà per i monumenti del culto antico[707].
Tale differenza di vedute politiche doveva, fra l’altro, dipendere dalle opposte influenze, che gravavano sulle due Corti e sugli uomini, che ne guidavano l’azione. E di ciò, se ve ne fosse bisogno, abbiamo una prova in quella polemica in versi di Prudenzio contro Simmaco, composta, per ragioni politiche, proprio in questo giro di tempo,[708] nella quale il poeta riferisce, o formula lucidamente, la teorica, che la custodia dei resti dell’arte antica debba considerarsi come un pubblico dovere.
Marmora tabenti respergine tincta lavate,
o proceres, liceat statuas consistere puras,
artificum magnorum opera; haec pulcerrima nostrae
ornamenta fuant patriae nec decolor usus
in vitium versae monumenta coinquinet artis.[709]