Con essi anzi, il mecenatismo di Teodorico si fa più intenso e più frequente: Cassiodoro assurge alla prefettura del pretorio;[759] l’«eloquente» Aratore viene nominato Conte dei Domestici;[760] il retore Felice, questore del sacro palazzo[761]. E, durante il loro governo, le sorti dell’istruzione pubblica nella capitale del regno vengono prese a cuore in modo ancora più energico che nel passato.
Ebbe, invero, Atalarico la fortuna, non comune, di Graziano e di Teodosio II. insieme, di avere al suo fianco due rari genii ispiratori, la madre Amalasunta e il ministro Cassiodoro[762]. E di lui noi possediamo il testo di una relazione al senato, che vale la pena di riprodurre per apprendere dalla sua stessa bocca come, pur esprimendosi ne l’orribile prosa del tempo, pensava quest’ultimo fra i Romani: «È noto, — egli scrive — che Noi lasciamo a buon diritto ai padri le questioni, che riguardano i figliuoli, perchè essi sentano il dovere di curare il profitto di questi, ai quali interessa il sempre migliore ordinamento degli studii in Roma. Non è perciò da credere che Voi possiate non essere solleciti verso le cose, da cui deriva e ornamento alla Vostra stirpe, e, con l’assiduo insegnamento, consiglio a tutta la società. Or bene, recentemente (poichè le cure Vostre toccano anche Noi) abbiamo appreso che i professori di eloquenza in Roma non riscuotono le ricompense fissate all’opera loro, e che, per il mercanteggiare di taluni, accade spesso che essi vedano ridursi le somme destinate ai pubblici docenti. Ora, poichè è chiaro che le varie discipline sono alimentate dalla speranza dei relativi compensi, noi giudichiamo sommamente colpevole sottrarre alcunchè ai maestri della gioventù, i quali invece sono piuttosto da eccitare alla gloria degli studii, con l’accrescerne gli agi, di cui ora godono.
«La scuola di grammatica è infatti il fondamento migliore delle lettere, la madre gloriosa della eloquenza, ciò che insegna a nobilmente pensare e a parlare impeccabilmente. La scuola di grammatica insegna ad aborrire gli errori del discorrere, nella stessa guisa, in cui il buon costume aborre dalla colpa. E come il musico sa foggiare una dolcissima melodia con cori fra di loro intonati, così il grammatico sa recitare, disponendo convenientemente i varii accenti. La grammatica è maestra della parola, abbellatrice del genere umano; essa, mettendoci in grado di leggere le opere mirabili degli antichi, viene ad offrirci l’ausilio della loro saviezza. De’ suoi beneficii non godono i re barbari; essa — è noto — rimane esclusivo privilegio dei principi legittimi. Qualunque persona infatti può possedere le armi: solo l’eloquenza favorisce i re dei Romani. Con essa contendono gli oratori civili; da essa procede la nobiltà del dire, per cui vanno onorati tutti i sommi, e, volendo omettere il resto, è per essa che noi siamo in grado di parlare.
«Per questo, o senatori, Noi deferiamo volentieri a Voi e la cura e l’autorità necessaria perchè coloro, che via via succedono all’insegnamento, quando vengano riconosciuti idonei all’ufficio, e in questo confermati da un decreto del senato, siano grammatici, siano retori, siano giuristi, riscuotano, da chi spetta, senza alcuna menomazione, gli utili goduti dai predecessori, nè alcuno di loro abbia a correre il rischio di vedersi le annone stornate e ridotte, ma tutti, dietro Vostro ordine e con la Vostra garanzia, godano sicuramente quello che loro compete.
«Il prefetto della città è incaricato dell’esecuzione di ciò che Voi avrete stabilito. E affinchè nulla debba restare alla mercè di chi è deputato al pagamento[763], Noi ordiniamo che, appena scorso il primo semestre dell’anno, i maestri riscuotano la metà dello stipendio fissato, e il secondo semestre non si chiuda senza il dovuto saldo delle annone». «È tanto Noi vogliamo che tali norme siano osservate rigorosissimamente, che, se qualcuno di coloro, a cui tocca, stimerà di differire questa funzione, che gli incombe come l’adempimento di un dovere, se, per deplorevole cupidigia, egli defrauderà dei dovuti vantaggi coloro che lavorano meritoriamente, soggiaccia al pagamento degli interessi secondo le norme consuete. Se Noi largiamo le nostre ricchezze in spettacoli teatrali, per diletto del popolo, e ne facciamo con ogni scrupolo godere persone, che non sono stimate così necessarie, quanto maggiormente, e senza indugi, non dobbiamo far ciò a vantaggio di coloro, che alimentano gli onesti costumi e forniscono gli uomini dell’intelletto e di eloquenza alla nostra corte?
«Quest’altro Nostro proposito ordiniamo che Voi comunichiate alla benemerita classe degli attuali docenti di lettere: sappiano essi che Noi siamo solleciti del loro utile, ma siamo assai più esigenti del profitto dei giovani. Non abbia ormai più ragion d’essere quell’opinione, ripetuta da queruli poeti satirici, che cioè l’umano intelletto non deve essere impegnato in due cure diverse. Oggi essi godono di un trattamento non disprezzabile; abbiano dunque un’unica cura e si dedichino con tutto l’animo agli studii delle arti liberali.»[764]
Così, romanamente, nel 534 di C., parlava Atalarico al senato di Roma, e l’ascoltavano i superstiti di quello, che per dieci secoli era stato il più grande consesso del mondo.
Una traccia, così dei nuovi provvedimenti, come del nuovo benessere, di cui, per circa mezzo secolo, ebbe a godere tutta la nazione (che fu anch’esso merito dei principi seguìti all’ultimo imperatore romano) noi possiamo ritrovare in quella estrema rinascita della cultura italica, che è contemporanea ai primi lustri del VI. secolo di C.
Il regno di Teodorico e dei suoi successori immediati è l’età di Boezio e di Cassiodoro, due nomi che basterebbero da soli a onorare tutta un’età, ed è anche quella di Ennodio, di Massimiano, di Fausto, di Avieno, di Aratore, di Simmaco, Festo, Probino, Cetego, Agapito, Probo, Olibrio[765]. Adesso si coltivano con ardore gli studii classici di ogni specie,[766] e la società colta romana è invasa da una vera e propria febbre di umanesimo. Si trascrivono e correggono codici greci e latini, si fanno nuove edizioni di vecchi testi[767]. Cassiodoro, ritirandosi dal mondo e abbracciando la vita monastica, impone, come una delle principali regole ai suoi confratelli di clausura, l’illustrazione, la ricerca e la trascrizione dei codici antichi[768]. Sì che, quando di lì a otto secoli, la Rinascenza leverà alla luce del giorno tutta la gloria dell’antichità, reagendo, o credendo di reagire, contro la secolare barbarie medievale, essa non avrà fatto che ripigliare il lavoro cominciato sotto il secondo dei principi barbari in Italia.
Ma Teodorico era morto nel 526; Atalarico moriva nel 534, e già, nel 536, la dominazione, o la luogotenenza degli Ostrogoti in Italia agonizzava. Un tentativo di reazione antiromana da parte di quei barbari aveva pôrto la sospirata occasione, perchè l’imperatore d’Oriente, Giustiniano, intervenisse, e ordinasse al suo miglior generale la conquista dell’Italia. Ventisette anni dopo, questa era già un fatto definitivamente compiuto, e un legittimo imperatore aveva ripreso nelle sue mani il governo di tutto l’orbe conquistato dall’antica capitale del Lazio.