È noto il grande rispetto, che agli istituti del passato portarono i due re barbari, i quali governarono l’Italia innanzi la restaurazione di Giustiniano. E tale tendenza, ch’è in germe nella politica e nel fugace governo di Odoacre, si dispiega intera con Teodorico. Tutta la parte più intellettuale della politica di questo principe fu ispirata da uno dei più grandi dotti romani del tempo, il senatore Cassiodoro, figlio di un altro Cassiodoro, che Odoacre aveva levato alle più alte dignità e nipote di uno dei personaggi più illustri dell’età immediatamente precedente[741]. Ed egli stesso ce ne lasciò documento in quelle sue preziose Variae, che sono una delle fonti più notevoli della storia del governo di Teodorico.

Alla corte del monarca ostrogoto, Cassiodoro percorse tutta la scala degli onori: fu questore, patrizio, console, senatore, magister officiorum[742]. Ma più delle dignità esteriori, è per noi significativa la natura dei suoi rapporti col principe. Cassiodoro stesso ci informa come, non ostante la rozzezza della sua cultura, il re aveva colloqui frequenti con i dotti; colloqui, che volgevano spesso su problemi di filosofia, di scienze naturali, di astronomia. «Teodorico — scrive Cassiodoro — libero dalle cure del suo governo, ascoltava i dotti, perchè voleva, con le proprie opere, uguagliare gli antichi, e si informava del corso degli astri, della configurazione dei mari, delle sorgenti meravigliose, con tanto zelo, che, a vederlo così scrutare nei misteri della natura, l’avresti detto, non un monarca, ma un filosofo rivestito della porpora»[743].

Interpretando il desiderio e la volontà del re, Cassiodoro, nelle lettere e negli editti, che stendeva in suo nome, non tralascia occasione per lodare i letterati e i filosofi dei tempo e per mettere in rilievo i meriti intellettuali di coloro, che il principe nominava ai più alti uffici dello Stato.[744] Tanto pregio della cultura e dei dotti fa sì che Teodorico intervenga a curare direttamente le scuole del paese ch’egli governa. È stato scritto e ripetuto ch’egli vietasse ai Goti di frequentare le pubbliche scuole. Probabilmente, si tratta di una esagerazione o di un equivoco,[745] in fondo ai quali, di vero non c’è che l’adulazione di un settatore del generale greco, futuro trionfatore dei Goti, e la volontà di Teodorico che la grande massa del suo popolo custodisse un vigoroso allenamento militare[746]. Diversa è invece l’educazione, che egli volle per i figliuoli e per i congiunti. La figlia Amalasunta è da lui fatta diligentemente istruire in tutte le discipline liberali,[747] ed il nipote Teodato, riceve un’istruzione romanamente perfetta[748]. Non si poteva attendere nulla di diverso da un principe, che tanto sospirò il possesso di quella cultura, di cui egli mancava. E quando Amalasunta volle educare il proprio figliuolo alle arti liberali romane, il che doveva — disgraziatamente — fruttarle buona parte della sua sciagura, si può ritenere ch’ella seguisse, e interpretasse, il più sincero sentimento del padre suo.

In ogni modo, qualunque sia stato il pensiero di quel principe circa l’educazione da impartire ai Goti, i suoi intendimenti, nei riguardi della popolazione romana, non si scostarono di un pollice da quanto avevano giudicato i migliori tra i suoi predecessori imperiali.

Egli infatti, più benevolo e più zelante di Valentiniano I., pose sotto la sorveglianza speciale del prefetto di Roma — «la città delle lettere», «la madre feconda dell’eloquenza», «il tempio di tutte le virtù», com’egli soleva chiamare questa metropoli — i figliuoli o i congiunti di quegli stranieri, i quali amavano che i loro giovani connazionali frequentassero le scuole della Città eterna[749]. E, per giunta, il re accompagnava il suo permesso con la clausola che nè i giovani lasciassero Roma, nè i parenti li ritirassero, finchè quelli non avessero ultimato gli studii e non ne avessero realmente profittato, il che, come egli stesso aggiungeva, non sarebbe dovuto spiacere ai maggiori interessati[750].

Oltre che agli studiosi, Teodorico pensa ai docenti. Quegli stipendii o quelle annone, che da Adriano si solevano corrispondere ai professori dell’Ateneo romano, e che vedemmo soppressi sotto Teodosio I., sono da Teodorico ripristinati, e corrisposti, con lodevole precisione amministrativa. I beneficati sono i docenti di grammatica, di retorica, di giurisprudenza, di medicina. E ad informarcene è precisamente un paragrafo della Prammatica Sanzione di Giustiniano,[751] il quale, a Teodorico appunto dovrà ispirarsi per mitigare le sue leggi contrarie alla diffusione dell’istruzione classica nell’impero.

Ma di un altro ramo della pubblica istruzione ebbe anche a curarsi Teodorico, come di rado si erano curati i suoi predecessori. Intendo accennare alla conservazione delle antiche opere d’arte. Nelle Variae di Cassiodoro si discorre spesso di tale soggetto. «Assai acerbo è pel nostro animo», scrive una volta Teodorico, «constatare che, mentre noi cerchiamo ogni giorno di accrescere la bellezza della città, i monumenti antichi vengano quotidianamente a perire.»[752] «A nulla giova fermare i principii delle cose, se poi si distrugge ciò che si è incominciato». «Solo è durevole ciò che la prudenza incomincia e la cura custodisce; maggiormente perciò si deve badare a conservare, anzichè ad iniziare.»[753]

E in Roma e in Italia egli ripara, a proprie spese, mura, edifici pubblici, canali, terme, teatri[754]; nomina appositi architetti[755], crea la carica della comitiva romana, che richiama la cura statuarum del II. secolo e il tribunato rerum nitentium del IV., con l’incarico di invigilare sulla sicurezza e sulla incolumità delle opere d’arte esposte pubblicamente in Roma[756]. E uno scrittore del tempo nota, pieno di maraviglia e di ammirazione, che con Teodorico risorgono a nuova vita Roma e l’Italia intera[757].

III.

L’opera e l’indirizzo politico di Teodorico non si interrompono con la sua morte. Atalarico e Teodato continuano nella via tracciata dal nonno e dallo zio[758].