Forse, anzi, il paragone, che noi abbiamo invocato, non riesce a rendere con esattezza la natura dei Codici ufficiali del tempo. Le nostre raccolte di leggi e decreti rispondono solo a una parte di ciò che il Codice Teodosiano fu, giacchè in esso rientrava anche quanto oggi siamo costretti a ricercare nelle raccolte di sentenze emanate dai supremi corpi giudicanti.
In un paese, ed in un’età, in cui il commercio intellettuale era ostacolato fortemente dall’assenza di mezzi rapidi di trasmissione, è facile intendere l’efficacia e l’impulso, che l’opera di Teodosio dovette esercitare sulla diffusione della cultura giuridica. Eppure, essa non rispondeva certamente a tutto il complesso genere di lavoro, cui si sarebbe dovuto dar mano. Circa un secolo dopo, noi udiremo dalla bocca stessa di un successore di Teodosio, dalla bocca di Giustiniano, la enumerazione di tutto quello che ancora sarebbe stato necessario fare, delle lacune che sarebbe stato d’uopo colmare, e vedremo quanto egli stesso tenterà.
Sarà questo il compito di un altro tempo e di altri uomini. Ma l’opera di Giustiniano nè cancellerà l’importanza di quella di Teodosio II., nè può, ai nostri occhi, menomarla. Nonostante il futuro Codice Giustinianeo, quello Theodosiano, che lo precede di circa un secolo, rimane per noi il più saldo e il più sicuro contrafforte, tra le cui difese la scienza e la cultura giuridica del mondo antico seppero sfidare i secoli per giungere fino a noi.
CAPITOLO IX. L’impero e l’istruzione pubblica dalla morte di Teodosio II. alla fine del governo di Giustiniano.
(450-565)
I. Necessità di estendere il presente studio fino VI. secolo. — II. Il governo di Teodosio, la coltura e l’istruzione pubblica in Italia. — III. Prosecuzione della politica di Teodorico sotto Atalarico e Teodato. Atalarico e le scuole di Roma. — Rinascita intellettuale. — IV. Giustiniano, la sua reazione cristiana; il divieto d’insegnamento ai pagani. — V. Soppressione dell’università ateniese. — VI. Sospensione degli stipendii ai docenti di arti liberali. — VII. La compilazione del Codex iustinianeus, del Digestum e delle Institutiones. — VIII. Scopi e vantaggi di tale opera rispetto alla scuola e all’insegnamento. — Riduzione delle scuole di giurisprudenza; aumento del personale insegnante in Costantinopoli e in Berito; immunità ai professori di giurisprudenza; prolungamento del corso; la disciplina degli studenti. — IX. I nuovi programmi per l’insegnamento della giurisprudenza. — X. Giustiniano e l’istruzione pubblica negli ultimi anni del suo governo.
I.
Teodosio II. moriva nel 450. In quell’anno stesso, spirava l’ultima figliuola di Teodosio il grande, colei, che, per circa cinque lustri, aveva, quale reggente di Valentiniano III., tenuto il governo della sezione occidentale dell’impero. Nel 451, Attila invadeva coi suoi Unni l’Europa; nel 452, penetrava in Italia, e non è del tutto inaccettabile la tradizione che, in quella sua corsa rovinosa attraverso la penisola, egli vi abbia vagheggiato un piano radicale di distruzione del romanesimo[738]. Nel 455, invadevano l’Italia e Roma stessa i Vandali d’Africa. Dal 455 al 476 si susseguivano otto imperatori, eletti e deposti, con alterna ironia, da generali barbari — figure senza energia, strumenti di volontà non proprie. Così si giunge al 476, l’anno in cui suole segnarsi la fine dell’impero romano d’Occidente. Ma questa data, che ha un mero valore cronologico, non può essere quella, a cui debbono arrestarsi le nostre ricerche sui rapporti tra lo Stato e l’istruzione pubblica nell’impero romano. Allorquando Odoacre assumerà il governo d’Italia e rimanderà la porpora e il diadema all’imperatore dell’Oriente, tacito invito a un governo nominale sull’Occidente, l’autorità di questo principe, su questa parte dell’Europa, non cesserà, ma continuerà nella identica misura, in cui da parecchi lustri essa si esercitava. E, subito dopo, Teodorico, re degli Ostrogoti, venuto a spodestare Odoacre, dichiarerà di compiere l’impresa in nome dell’imperatore di Oriente, e lascerà intatto l’ordinamento dell’Italia, e gl’imperatori lo nomineranno loro luogotenente, confermandone gli atti suoi e dei successori, e continueranno a legiferare per l’una e l’altra sezione dell’impero, come su proprio immutato possesso[739]. Meglio ancora, qualcuno tra essi tornerà a tenere, per non brevi anni, nel suo pugno, le sorti di tutto l’impero.
Fino a Giustiniano, dunque, l’unità ideale e politica dell’impero romano non è rotta teoricamente, e, praticamente, essa lo è tanto, o tanto poco, quanto sin dalla morte di Teodosio il grande. Ancora nei secoli V. e VI., Roma è uno dei due centri, donde irraggia, sui resti dell’impero occidentale romano, tutta l’autorità, di cui un tempo disponevano gl’imperatori; e i re barbari, soggiornanti in Italia, avranno cura di proseguirne scrupolosamente la politica.
Ma se questo si può dire dell’Occidente, ancora più forti sono le ragioni, che ci inducono a inoltrarci fin nel secolo VI. della storia dell’Oriente. Il regno di Giustiniano è l’ultimo grande atto della portentosa trilogia della vita ideale di Roma, e le sue vicende scolastiche vi assegnano un’importanza capitale nella storia dell’insegnamento. Giustiniano, come vedremo, applica, anche a questo campo dell’amministrazione, tutti i criterii dominanti la politica generale dello Stato e porta alle estreme conclusioni quelle tendenze, che, nei rapporti della istruzione pubblica, si erano da tempo manifestate e avevano, con Teodosio II., avuto una così significante espressione. Riesce dunque impossibile allo storico, che si occupi dei fenomeni, che noi andiamo in queste pagine rievocando, arrestarsi alle soglie del secolo VI. Ma, se così evidenti sono i motivi che ci sospingono a penetrare fin nel cuore del VI. secolo della storia dell’impero romano d’Oriente, non altrettanto invincibili sono quelli, che ci inducono ad arrestarci a questo momento. La barriera cronologica, che si suole fissare alla morte di Giustiniano, non poggia sulla realtà dei fatti; essa corrisponde solo a una inveterata distinzione fra storia del pensiero greco e storia del pensiero bizantino, anch’essa sprovvista di ogni valore ideale[740]. Ma la forza della consuetudine e le sue esigenze sono ormai troppo grandi, perchè sia lecito violarle in una trattazione d’argomento così particolare, e questa ragion pratica è la sola ad impedire che la nostra esposizione prosegua, per l’Oriente, oltre la seconda metà del VI. secolo di Cristo, oltre cioè la fine del governo di Giustiniano.