Ma, nella sua molteplice operosità, Augusto — fatto veramente singolare, se si considera la politica di tutti gli imperatori fino al II. secolo — rivolse anche le sue cure alla istruzione pubblica nelle provincie. E la provincia privilegiata fu — lo si poteva in anticipazione giurare — quella, che maggiormente seppe conquistarsi le sollecitudini della sua imperiale amministrazione: l’Egitto.
Quivi egli trovava le arti e le lettere già onorate da due suoi predecessori, lo zio Giulio Cesare e il rivale Marco Antonio. Ed era previdibile, che, se l’esempio del primo avrebbe dovuto incoraggiarlo a continuarne l’opera, i grandi donativi del secondo alle pubbliche biblioteche di Alessandria dovevano costituire un amaro termine di paragone, che Augusto sarebbe stato tratto a voler offuscare e superare.
Perciò egli cominciò con l’allogare nel Sebasteum, il tempio, che, lui vivo, fu eretto al suo culto divino in Alessandria, una biblioteca meravigliosa,[64] rivale delle altre due esistenti nel Serapeum e nell’antico Museo alessandrino.
La biblioteca era ancora nella pienezza della sua magnificenza sotto Caligola, ma, dopo questo tempo, sembra che la sua ripercussione sulla vita intellettuale alessandrina sia, per motivi ignoti, andata divenendo scarsissima, e che il suo ricordo e la sua presenza siano stati ricacciati nell’ombra da un altro istituto rivale, il Museo.
Ma fu appunto al famoso Museo alessandrino, che accoglieva in sè la maggior gloria dell’antichità, che vennero rivolte le maggiori sollecitudini di Augusto, il quale ne dette per primo l’esempio a tutti i successori.
Che cosa si fosse il Museo non è agevole spiegare, date le associazioni mentali, di cui oggi possiamo disporre. Conteneva sale di anatomia, un osservatorio astronomico, giardini per acclimatazione di piante esotiche, parchi di animali di specie rare, una meravigliosa biblioteca, il tutto, sotto il patronato delle Muse, a cui vi era stato eretto un tempio apposito. E ivi lavoravano letterati, poeti, scienziati, eruditi, filosofi. Vi conducevano ricerche, isolatamente o in comune, discutevano, poetavano, componevano, tenevano, non si sa bene, se corsi ufficiali o liberi, per giovani e per giovanetti. Qualcosa dunque tra il tempio, l’accademia, l’università, il museo (secondo la moderna significazione di tale vocabolo), il laboratorio, il seminario filologico; in ogni caso, un istituto con proprio indirizzo, il quale nulla ha più oggi di simile, ma in cui lo studio e l’istruzione venivano praticati con l’antica indipendenza da ogni stereotipia burocratica.[65]
Il Museo era stato fondato dai primi due Tolomei, e, finchè questi vissero e governarono, la monarchia egiziana si era addossato il carico del suo mantenimento e della sua amministrazione, come quei sovrani, il diritto di nominarvi gli scienziati e i letterati, che avrebbero avuto a farne parte, ad esservi alloggiati e mantenuti, nonchè quello di mettervi a capo persona di loro nomina e di loro fiducia. I suoi locali si trovavano anzi nel cuore del Palazzo reale, e la politica dei Tolomei era stata così sottile da imporre, a quel massimo fra gl’istituti di cultura del regno, la sovrintendenza, non già di un dotto, ma di un uomo politico e straniero per giunta, un greco, come greci erano i dominatori[66].
Ma i mezzi indiretti di addomesticamento e di coercizione usati dai Tolomei non furono questi soltanto. L’inframmettenza del Re giunse talora fino a sospendere, e pei motivi più futili, lo stipendio dei dotti del Museo[67]. Gli è perciò che un poeta satirico chiamava il Museo, anche quando esso era nel suo periodo migliore, non il tempio, ma «la gabbia» o «la stia delle Muse,»[68] intendendo significare con questo che i costosi volatili, nudriti in quella reale uccelliera, non avevano precisamente agio di cantare in qualunque tono avessero voluto.
Se dunque la politica dei Tolomei non aveva imposto una filosofia, una storia e una poesia ufficiale, aveva fissato, per tutte queste discipline, dei limiti invalicabili, aveva reso loro necessaria una speciale tournure, che, nella storia della letteratura greca, ha ben una denominazione particolare, l’alessandrinismo, e quegl’illustri pensionati regi sarebbero stati male ispirati, ove si fossero accinti a dissertare sul miglior governo possibile, a discutere gli atti del sovrano, a scriverne la storia con imparzialità, a mettere in questione gli Dei e, più specialmente, quel culto dei sovrani, che mai forse i Greci erano riusciti a pigliare sul serio.[69].
Or bene, estinta la casa dei Tolomei, costituito l’Egitto in provincia romana, gl’imperatori del mondo avrebbero potuto interrompere le liberalità e la politica dei predecessori, avrebbero, come faranno i principi cristiani, nei riguardi di altri famosi istituti d’istruzione pubblica, potuto abbandonare alle sue sole risorse la vita del Museo, avrebbero magari, nella migliore ipotesi, potuto continuare automaticamente, svogliatamente, l’antica tradizione. Viceversa, Augusto volle che l’impero avesse per il Museo alessandrino le stesse cure della monarchia tolomaica. Egli ne addossò al pubblico tesoro il gravame del mantenimento, e, come i Tolomei, aggiunse la carica e il nome del sovrintendente del Museo al non breve elenco dei grandi funzionari imperiali. Anzi, quasi non gli bastasse la diretta influenza, che egli avrebbe potuto esercitare su quel funzionario, in un paese, ove il carattere della amministrazione imperiale fu sempre così strettamente personale, la sovrintendenza del Museo rimase uno dei pochi ufficii della provincia d’Egitto, del cui titolare l’imperatore volle riserbata a se stesso la nomina[70]. Una sola modificazione venne apportata dal nuovo governo, modificazione, che ci è, in modo positivo, testimoniata relativamente tardi,[71], ma che si deve presupporre datante da quei primi anni: a sovrintendente supremo del Museo non fu più scelto un greco, ma un romano.