Le nostre notizie sul personale e sul reggimento delle biblioteche pubbliche, se non tali e così copiose come le desidereremmo, non sono però eccezionalmente scarse. Dall’età di Claudio — potrebbe anche dirsi da Augusto — e certamente per tutto il primo secolo, l’amministrazione delle biblioteche imperiali romane fu affidata ad un procurator bybliothecarum o ad un procurator Augusti a bibliothecis.[832]
I procuratores erano in genere degli affrancati, addetti al servizio personale dell’imperatore, e questo li soleva contraddistinguere dai procuratores Augusti, membri dell’ordine equestre e depositarii di una più larga e diretta autorità dello Stato nel disimpegno dei pubblici servizi.[833] Noi troviamo infatti, nell’amministrazione delle biblioteche, taluni procuratores, che sono esplicitamente detti liberti imperiali,[834] ma, poichè di altri questo deve escludersi[835] e poichè ci furono veri e proprii procuratores Augusti, deve inferirsi che la procura delle biblioteche, e, perciò, il servizio ad esse relativo, siano da considerarsi quali uffici e servizi di Stato, e non già impieghi o servizi privati della Corte imperiale. Nel II. secolo, i procuratores sono due, di diverso ruolo, uno, l’antico procurator bybliothecarum, l’altro, un procurator sexagenarius, stipendiato cioè con soli 60.000 sesterzii annui, e, forse, addetto soltanto alla parte amministrativa dei singoli istituti. Ebbe tutto ciò a mutare nel III. secolo, nel quale un’epigrafe ci addita un procurator rationum summarum privatarum bybliothecarum Augusti nostri,[836] secondo cui il servizio delle biblioteche imperiali parrebbe tornato a carico della cassa privata dell’imperatore? Questa ipotesi, che pure ha avuto dei sostenitori, non è certo la più probabile. Anzi tutto, l’epigrafe può comportare interpretazioni e riferimenti diversi dai consueti: essa può intendersi riferita alla biblioteche private dell’imperatore, che neanche in Roma o in Costantinopoli alcuna sufficiente ragione riesce ad escludere[837], e può il nostro procurator del III. secolo essere stato soltanto l’amministratore di quella parte di patrimonio privato, con cui l’imperatore avrebbe accresciuto il non lauto fondo destinato alle biblioteche, specie a costituirne di nuove. Ma la considerazione più grave, che vale ad escludere l’ipotesi di un regresso delle biblioteche, da istituti pubblici a proprietà private del principe, muove dall’indirizzo generale dell’amministrazione dell’impero, che coi secoli andò, in tutti i suoi rami, perdendo ogni carattere di servizio personale per convertirsi man mano, più saldamente, in servizio di Stato.
Questo per il personale superiore delle biblioteche. Quello subalterno appare, fin dal I. secolo di C., composto di liberi, di liberti imperiali e di schiavi, che, nel IV. secolo e in Costantinopoli, si preferirono pubblici, e furono, come tanti altri funzionari, stipendiati su le annonae populares[838].
VI.
Di Accademie, fondate dagli imperatori, non ve n’è che una sola, il Museo Claudio, sede di studio, laboratorio di scienze e di letteratura, auditorium destinato a pubbliche conferenze. Ma gl’imperatori romani continuarono nel mantenimento e nella direzione dell’antico Museo alessandrino, di cui, a suo tempo, notammo i tratti caratteristici. Noi vedemmo, anzi, come gli imperatori abbiano col tempo reso più universali i benefici di quella Accademia, facendone partecipi i dotti di altre provincie dell’impero, e fornendo loro, ovunque risiedessero, delle congrue pensioni, che ne garantissero l’agio dell’esistenza.
Ma certo assai più interessante ed efficace, nei riguardi della cultura pubblica, fu la sollecitudine del governo imperiale pei monumenti antichi ed artistici di Roma, di Costantinopoli e di altre città d’Italia e delle provincie, che contribuì non poco a formare quel gusto della scultura, della pittura e dell’architettura, così esiguo durante il periodo repubblicano, e a salvare più tardi, al culto dei posteri, gli ormai pericolanti resti dell’arte greco-romana.
Ed infatti, nell’età imperiale, noi assistiamo alla ordinata conversione in pubblici di parecchi musei e gallerie, esistenti nella capitale del mondo, e alla formazione di un primo nucleo di amministrazione centrale e provinciale delle belle arti. La serie dei magistrati, che l’avrebbero costituita, porta nomi diversi attraverso i tempi. Da un procurator a pinacothecis e da un procurator moninentum terra (?) imaginum dell’età degli Antonini noi passiamo, nel IV. secolo, a imbatterci in un curator statuarum e in un centurio o tribunus o comes rerum nitentium. Noi non siamo sempre in grado di distinguere le attribuzioni di ciascuno; non siamo neanche in grado di distinguere cronologicamente il tempo, in cui il loro ufficio si volgeva soltanto alla città capitale, da quello, in cui cominciò a esercitarsi nella città di provincia. Ma sappiamo tuttavia di essere certamente dinanzi a una consuetudine e a un ordinamento così notevoli, che, attraverso le disavventure dei tempi, rimarranno ancor saldi durante il governo del secondo Re barbaro in Italia. E sappiamo ancora che cotali magistrati, quando non dipendevano direttamente dall’imperatore, stavano alle dipendenze delle varie autorità provinciali (praefecti praetorio, vicarii, duces) o della suprema autorità cittadina delle due metropoli regie, il praefectus urbi, e che essi furono altre volte, da apposite costituzioni imperiali, direttamente incaricati della custodia, della manutenzione, dell’esposizione e dell’apertura al pubblico di opere e di edifici, considerati monumenti nazionali[839].
VII.
Le due autorità, che, durante l’impero, quasi sino all’ultimo, si ripartirono la direzione degli affari concernenti la pubblica istruzione, furono l’imperatore e il senato, ciascuno, naturalmente, con il diverso, effettivo potere, di cui disponeva, nelle nuove invalse consuetudini della politica generale dello Stato. E può dirsi recisamente che i poteri del senato, infinitamente minori di quelli dell’imperatore, andassero man mano assottigliandosi, per restare da ultimo limitati all’ordinamento della istruzione pubblica in Roma e in Costantinopoli. Fu questo un processo di involuzione, analogo a quello, che le attribuzioni del senato ebbero a subire in tutti i campi dell’amministrazione; onde quel consesso, che, sotto Augusto, aveva cominciato col largire l’immunità a tutti i medici e i docenti dell’impero, terminò, nei secoli V. e VI. di Cristo, con l’assumere il modesto carattere di minuscola, subordinata autorità municipale.
In Roma e in Costantinopoli, dunque, il senato sceglie i pubblici docenti,[840] ne fissa gli stipendii,[841] conferisce loro nuove immunità[842] e propone per essi le onorificenze contemplate dalla legge,[843] provvede alla custodia dei monumenti e delle opere d’arte,[844] mantiene, in una parola, la generale sorveglianza sulle cose attinenti alla cultura e alla pubblica istruzione, ed è tramite necessario tra il pensiero o il volere imperiale e i maestri delle due città[845].