Quale il valore e il contributo, recato direttamente dagli Arabi alle matematiche e all’astronomia? Il loro merito è, diremo così, di carattere più estensivo che intensivo. Essi acquistarono una conoscenza completa di tutto quanto i Greci avevano scoperto nelle matematiche; ma, eccezion fatta della trigonometria, che perfezionarono, che trattarono per i primi indipendentemente dall’astronomia, e a cui dettero la forma attuale, essi lasciarono immutate, quali le avevano ricevute dai Greci, le altre parti della geometria. Per contro, avendo appreso l’algebra dagli Indiani, l’applicarono alla geometria, e si spinsero fino alla soluzione delle equazioni di 3º grado mediante costruzioni geometriche. Come si vede anche da quest’unico esempio, gli Arabi non trattarono separatamente geometria ed algebra, ma l’una col mezzo dell’altra, precorrendo e fissando in tal modo uno dei caratteri della matematica moderna ed anche molti dei progressi della geometria, dopo il sec. XVI.[50]
Dell’astronomia gli Arabi ebbero bisogno, forse più che delle matematiche, perchè certe norme religiose richiedevano la conoscenza della direzione in cui si trova la Mecca; perchè i digiuni e le festività maomettane dovevano farsi in corrispondenza delle fasi lunari; perchè la mirabile trasparenza del cielo orientale invita naturalmente alle osservazioni astronomiche; infine perchè, specie le civiltà orientali, con cui gli Arabi entrarono in intimo contatto, credevano fermamente che i moti degli astri, le eclissi ecc. avessero influenza sul destino degli uomini e che si potesse predire il futuro delle vicende umane (cfr. §§ 2 A; 3 A).
Per ciò gli studii astronomici furono, presso gli Arabi, in gran voga, e, oltre a voler tradotte le opere degli astronomi greci, i principi arabi fondarono osservatorii astronomici (a Damasco, Bagdàd, Cordova) e fecero istituire serie, continuate e metodiche, di osservazioni. Si ebbe perciò campo di correggere e perfezionare le tavole astronomiche greche e gli istrumenti fin allora conosciuti e adoperati; si applicò, infine, largamente, la matematica all’astronomia.
Come abbiamo accennato, anche quando, in Oriente, il dominio dei Califfi cedette il posto a quello dei Mongoli, l’eredità della loro scienza — specie in astronomia — rimase intatta, e gli astronomi di Gengiskan usavano strumenti, per grandezza e per costruzione, superiori, forse, a quelli usati dagli Europei nell’età di Copernico (sec. XVI).
Tuttavia deve dirsi che nessuna grande scoperta può essere attribuita all’astronomia araba. Gli Arabi assimilarono le idee altrui, le perfezionarono, le corressero, in quanto erano osservatori pazienti e calcolatori abilissimi. Ma nulla più: il massimo dei servizi, reso dagli Arabi all’astronomia, può dirsi questo: ch’essi conservarono e tramandarono all’età moderna la scienza greca, la quale senza di loro sarebbe forse andata dispersa.[51]
Ecco qualche nome di matematici-astronomi arabi: Maometto ben Musa al Hovarezmi (sec. IX), Al Battani e Abul Wafa (sec. X), Gebar, Omar Al Hayami (secc. XI-XII), Nassir Eddin (sec. XIII), astronomo di Gengiskan; Zerkakali, in Spagna (sec. XI), ecc.
D). Fisica e Chimica. — Come in astronomia e matematica, così anche in fisica, gli Arabi furono fedeli discepoli dei Greci, le cui dottrine essi continuarono, e, in qualche punto, perfezionarono. Ma in verità essi trattarono a fondo un solo ramo della fisica: l’ottica. Notevolissimi, ad esempio, furono gli studii di ottica di Al Hazen (secc. X-XI), che scrisse appunto un’Ottica. Egli sostenne, e, per la prima volta, in modo preciso, che il fenomeno della visione non dipende da raggi luminosi, che partano dall’occhio, ma al contrario, da fasci di raggi luminosi, in forma di piramide, che si partono dall’oggetto, e penetrano nell’occhio, aventi come vertice il punto dell’oggetto da cui muovono e come base la pupilla dell’occhio. Egli è il primo fisico che ci abbia dato una descrizione particolareggiata dell’occhio umano. Non basta: nella sua Ottica, pigliando le mosse da Tolomeo, egli ristudiò a fondo le leggi della propagazione, della riflessione e della rifrazione della luce. Famoso è il problema di ottica che porta il suo nome (il problema di Al Hazen): data la posizione di un punto luminoso e dell’occhio, trovare il punto nello specchio (sferico, cilindrico, conico), in cui avviene la riflessione.
Altri dopo di lui tornò a studiare i fenomeni dell’ottica, del calore, della meccanica (specie la questione del peso specifico). Tuttavia, gli Arabi non aggiunsero nulla alle teorie fisiche greche in questi altri campi. Non si può dire neanche che circa ai concetti di materia e di forza, e ai loro rapporti, si discostassero dai Greci. Aristotele rimase il loro esclusivo maestro, ed anch’essi, come Aristotele, opinarono per il dualismo di questi due elementi (cfr. § 8 A).
Per contro, una disciplina, nella quale gli Arabi vennero considerati maestri, fu la chimica od alchimia, parola, quest’ultima che infatti, avvertimmo, significa semplicemente la chimica.
Con gli Arabi, ossia sotto il dominio dei Califfi, la chimica, quale scienza sperimentale, si stacca nettamente dalla chimica industriale e diviene una scienza a sè, coltivata non più da mestieranti o da artigiani, ma da colti scienziati operatori.