Il più grande chimico o alchimista arabo è Gebar,[52] le cui opere sono numerose e, per la chimica araba del Medio Evo, fondamentali. Sua teoria, chiave di ogni altra era questa: che tutti i metalli sono composti di zolfo, di mercurio (solo più tardi l’alchimia vi aggiungerà il sale e l’arsenico, che però spesso verrà confuso con lo zolfo), e le loro differenze dipendono dalle proporzioni relative e dal grado di purezza di questi due loro componenti. Ma lo zolfo, il mercurio, di cui Gebar parla, non sono le sostanze, che noi conosciamo e che così denominiamo; sono invece le quintessenze delle medesime. Il mercurio rappresenterebbe il principio della fusibilità, della lucentezza, della malleabilità; lo zolfo, il principio della combustibilità e del colore. Chi perverrà a isolare queste quintessenze, questi principii potrà fabbricare tutti i metalli.

Questo è uno dei concetti capitali della chimica nel Medio Evo. Sulla traccia segnata dal Gebar, lavorarono gli Arabi di Oriente e di Spagna dei secc. IX-XI — Rhazes, Avicenna, Albiruni —, sì che deve dirsi che, se egli fu uno dei primi e il più grande, non è punto l’unico chimico arabo.

Quei dotti conoscevano e praticavano comunemente gran numero dei nostri processi chimici (distillazione con l’alambicco, sublimazione, calcinazione, filtrazione); preparavano molte sostanze saline (carbonato di soda, potassa, sale ammoniaco, nitrato di argento, allume, sublimato corrosivo, ossia bicloruro di mercurio); conoscevano il modo di preparare taluni acidi (aceto, acqua ragia, vetriolo).

Ma tutte queste conoscenze dovevano, secondo i chimici arabi, non restare fine a se stesse. Dovevano, da un lato, servire alla medicina (i chimici furono in buona parte medici); dall’altro, e principalmente, servire a raggiungere lo scopo supremo della conquista del sovrano reagente, con cui trasmutare tutti i metalli vili in oro o almeno in argento.

Questo reagente molti alchimisti dicevano di averlo trovato. Esso sarebbe stato la pietra filosofale. Ma, se su di essa si davano formule misteriose, nessuno all’infuori degli interessati ebbe la fortuna di vederla e toccarla.[53] È chiaro come, avviata su questa strada, la chimica dovesse cadere in mano di falsari, di ciurmadori, o anche, semplicemente, di visionari. Ne seguì che, non ostante il gigantesco lavorio chimico che gli Arabi iniziarono, o a cui dettero un grande impulso, e che durerà fino al sec. XVIII, le imposture e le illusioni vi si mescolavano in tale e tanta copia, da nascondere quasi completamente i resultati utili.

E). Medicina e scienze naturali. — Al pari di quella chimica, la letteratura medica degli Arabi medievali d’Oriente e d’Occidente è immensa, e di non spregiabile valore. Tuttavia deve dirsi che essa si fonda, al solito, sulla scienza medica dei libri greci del periodo ellenistico e romano, e assai spesso ne ripete alla lettera gl’insegnamenti. Fra i Greci del periodo romano, il grande dominatore della scienza medica è Galeno, e Galeniani sono Rhazes (IX-X sec.), Avicenna (930-1037), uno dei maggiori intelletti dei secc. X-XI, matematico, chimico, filosofo, ma sopra tutto medico e autore di un Canone della medicina, attinto sostanzialmente a Galeno, e, con Avicenna, Averroè (Maometto ibn Rochd) (sec. XII), spagnolo e discepolo ideale di Avicenna, autore, anche lui, di un corso completo di medicina.

Lo stesso non è a dire della zoologia e della botanica araba. Gli Arabi arrecarono assai piccolo contributo all’una e all’altra scienza. Descrissero un certo numero di animali dei paesi, da essi conosciuti e conquistati, e di piante, cui attribuivano un valore, medicinale o economico; ma nulla di scientifico in tutto ciò.

F). Valore della scienza araba medievale. — Il giudizio, che deve farsi della scienza araba, è identico a quello che può portarsi su tutta la cultura in genere di questo popolo. La scienza araba, salvo un po’ nelle matematiche, non ebbe gran che di originale, e diffuse e seguì fedelissimamente quella greca. Ma questo appunto fu il suo merito indimenticabile: in un’età, nella quale tanto preziosa eredità veniva dimenticata e sperduta, essa ne raccolse, e serbò inviolata, la memoria, e, quando la vitalità storica del popolo arabo si spense, trasmise intatto all’avvenire il prezioso tesoro.


16. La scienza bizantina. — Si deve anche agli Arabi, o piuttosto alla loro invasione, il fatto che una parte dei dotti greci, sparsi nelle capitali dell’Oriente, ellenistico e romano, fuggissero atterriti dinanzi ai conquistatori e si rifugiassero a Costantinopoli, cuore e cervello del mondo bizantino.