Lo stesso Boyle distinse per il primo, come noi facciamo, i miscugli dalle combinazioni chimiche, e incoraggiò le consuetudini delle analisi chimiche allo scopo di accertarsi della natura di questi composti.

Dopo il Boyle, l’analisi diviene strumento principale delle ricerche chimiche. Per essa, applicando sistematicamente certe reazioni e certi reagenti, e sempre con maggior precisione, si scopersero elementi fin ora sconosciuti. Dall’analisi qualitativa si passò all’analisi quantitativa. Si accrebbe il numero degli strumenti destinati a tale scopo e si moltiplicarono i processi industriali per la fabbricazione dei varii prodotti.

Di queste scoperte due sono fondamentali: quella dell’inglese Priestley (1774) sull’ossigeno dell’aria, quella del Cavendish (anch’egli inglese) sui due componenti dell’acqua: l’idrogeno e l’ossigeno. In tal modo, due corpi, per secoli ritenuti «semplici» — l’aria e l’acqua —, venivano decisamente scomposti!

Al passivo di questo bilancio sta una delle teorie più tenaci nella chimica di questo periodo: quella del flogisto. È questa una errata, ma famosa, teoria della combustione,[83] la quale veniva attribuita a una particolare sostanza, diffusa, più o meno, nei corpi combustibili, il flogisto.[84] In essa credette anche taluno dei migliori, il Cavendish, ad es., il quale ultimo, anzi, identificò il flogisto con l’idrogeno.

Tale era lo stato della chimica, in Europa, allorchè apparve il Lavoisier.

B). Lavoisier (1743-94) e la sua scuola. — L’importanza enorme dell’opera chimica di Antonio Lorenzo Lavoisier, di quest’uomo, che, vissuto nel cuore della Rivoluzione francese, a soli 51 anni fu dal fanatismo giacobino costretto a lasciare la testa sul patibolo, consiste nell’avere scoperto esattamente, non dei nuovi corpi, ma alcuni fondamentali processi dei corpi.

Il Lavoisier, movendo dalle scoperte del Priestley e del Cavendish, in alcune sue memorie del 1777 e specie nel suo classico Trattato elementare di chimica (1789), dimostrò, in modo assoluto e definitivo, che tutti i processi di combustione non sono che altrettanti fenomeni di combinazione dell’ossigeno dell’aria con la materia combustibile. In tal modo egli colpiva mortalmente la dottrina più radicata, in seno alla chimica dei sec. XVII-XVIII: quella già citata del flogisto.

Grazie alla sua scoperta, egli spiegava la natura degli acidi, quali combinazioni di ossigeno con fosforo, zolfo, carbone ecc., e rinforzava la dottrina del Boyle circa la esistenza di numerosi corpi semplici, che (a suo avviso) sarebbero stati i metalli e i vari corpi combustibili (carbone, zolfo ecc.): gli uni e gli altri immutabili di peso e (contro le vedute alchimistiche) inconvertibili dall’uno all’altro.

È dello stesso Lavoisier, sebbene non mai formulato esplicitamente, il principio della conservazione della materia, che non si crea nè si distrugge, che solo alcuni fra i Greci antichissimi avevano divinato, e a cui egli si ispirò in tutto il suo lavoro. Strumento prezioso di tale dimostrazione fu la bilancia. Ma la innovazione pratica più importante, che risale a lui, è la nuova nomenclatura chimica per cui ogni sostanza viene denominata per mezzo degli elementi che la compongono. Questa nomenclatura, non ostante nuove correzioni e scoperte, è quella che ancor oggi noi usiamo.

Dopo il Lavoisier, l’attenzione della chimica, almeno dei seguaci della sua scuola, si accentra intorno alla funzione dell’ossigeno e dell’idrogeno. Ma è singolare notare come dall’opera di uno dei suoi ideali discepoli risorga, ancor una volta, quella teoria atomica, che il Lavoisier con la sua teorica, dei corpi semplici sembrava aver seppellita. È Gius. Luigi Proust (1761-1826) a scoprire la «legge delle proporzioni definite», ossia che le proporzioni degli elementi di ciascun corpo sono invariabili, perchè vi si combinerebbero atomi definiti e di peso costante. Egli stesso supponeva che tutti i corpi potessero ridursi al più leggero tra essi — l’idrogeno —, ossia ch’essi fossero degli stati diversi di condensazione degli atomi di idrogeno.[85]