Che meraviglia dunque se gli Ebrei che non hanno nessun Governo che li rappresenti officialmente, pensarono di costituire un sodalizio il quale colla sola forza della persuasione, dell'appello alla pubblica opinione, tuteli i loro interessi religiosi?
E chi non sa che nel secolo nostro la forza delle associazioni è tale, che ogni sodalizio, per poco importante che sia, ha facile mezzo di far pervenire ai Governi le proprie rimostranze. Sono Stati negli Stati, le società geografiche e commerciali, i sodalizi operai e quegli altri infiniti Corpi morali che non si peritano di indrizzare memorie a Governi e Parlamenti, forti della coscienza di aver solidali nelle loro domande tutti gli ascritti al sodalizio?
Perchè gli Ebrei soltanto dovrebbero essere esclusi dal diritto di associarsi per la tutela dei loro interessi religiosi quand'anche i Governi che più combattono il così detto clericalismo, permettono le società per gli interessi cattolici?
Prevediamo un'obbiezione desunta dal carattere internazionale dell'Alliance; ci si dirà: l'Alliance ha carattere essenzialmente internazionale, accoglie soci di ogni paese ed in ogni paese esercita la sua azione; chi vi è ascritto, chi ne è protetto specialmente, rimane in certa guisa suo suddito e partecipa quindi quasi di una doppia sudditanza.
È la stessa sciocca accusa che si muove agli ordini religiosi, sicchè non mi meraviglierei che qualcuno parodiando la celebre frase, pronunciata contro i Gesuiti nel Procès de tendance del 1825, dicesse che l'Alliance est une épée dont la poignée est a Paris et la pointe partout.
Questo modo di argomentare proviene da un residuo involontario di vecchie idee che ormai hanno fatto il loro tempo. Si credette che lo Stato avesse diritto anche sulla coscienza del cittadino; da qui gli sforzi brutali dei Governi per conseguire l'unità della fede, perseguitando i protestanti come in Francia ed in Ispagna, i cattolici come in Inghilterra ed in Isvezia.
Ammesso il principio della libertà di coscienza, si capisce che un inglese può obbedire alla Santa Sede in tutto quanto concerne le questioni religiose, pur rimanendo tanto buon inglese da poter essere come Lord Ripon, vicerè delle Indie.
Ma si noti che l'Alliance non avendo altri scopi che quelli infuori che ho accennato, non impone ai suoi soci il più piccolo dovere, tranne quello di pagare una quota annua di sei lire; quanto alla protezione che essa accorda a tutti gli Ebrei, sieno o non sieno ascritti al suo sodalizio, essa non può esplicarsi che nelle forme e nei modi consentiti dalle leggi dei diversi paesi, sicchè è tanto assurdo il voler dire che l'Alliance costituisce un pericolo per gli Stati anche i più deboli, quanto il credere che l'Inghilterra possa veder indebolita la sua potenza dagli scritti di un Osman bey.
Intendiamoci però bene, l'Alliance non è un pericolo per nessuno Stato, ma essa, come tutti i sodalizi che si propongono uno scopo retto ed onesto, ha, dietro di sè l'opinione pubblica e questa anche da sola e senza il soccorso dell'Alliance finisce per trionfare di tutto quanto si oppone al vero progresso.
E certamente non fu per paura dell'Alliance, ma per paura dell'opinione pubblica, che Coloman Tisza, il Presidente del Consiglio dei ministri ungheresi ebbe a dichiarare al suo collega della giustizia che il famoso processo di Tisza Esslar, in cui figuravano ex-galeotti divenuti giudici, avea reso la Hongrie la risée de l'Europe.