La Ghemarà di Babilonia, la cui autorità prevalse fra gli Ebrei, venne redatta, in una lingua mescolata d'ebraico e d'aramaico, nel corso del quinto secolo, da Aschè, celebre dottore dell'Accademia di Sora [(73)], da Ravenà suo discepolo e terminata l'anno 500 da rabbi Jossè. Essa è almeno quattro volte più voluminosa dell'altra, quantunque a noi non sian giunti che i commenti a trentasei dei sessantatre trattati, di cui si compone la Mischnà. Le discussioni vi sono più sviluppate, essendo stato chiuso più tardi. Contiene, oltre alle dispute di numerose scuole babilonesi, anche quelle di talune scuole di Palestina.
Questa Ghemarà, al paro della Gerosolimitana, è composta di due parti principali: la parte rituale, detta Alachà, in cui si discorre anco dei riti che divennero impraticabili dopo la distruzione del tempio e una parte non rituale, detta Agadà che contiene narrazioni, leggende, allegorie, proverbi, regole di vita sociale, dottrine morali e sentenze [(74)]. Morale, metafisica, giurisprudenza, astronomia, medicina, tutte le scienze trovano luogo nel Talmud [(75)].
Le nozioni, che sopra ognuna di esse vi si leggono, sono certamente ben lungi dal raggiungere la perfezione, ma, a traverso gli errori moltissimi che danno a quel libro l'impronta dell'epoca in cui fu scritto, appare che, sin da allora, esisteva presso gli Ebrei il germe della Enciclopedia umana. E ciò è tanto vero che l'Etheridge, scrittore certamente non favorevole al giudaismo, si lascia scappare questa confessione: “Quando il Talmudismo come sistema religioso sarà scomparso, il Talmud non cesserà perciò di essere una preziosa miniera di leggende divertenti e di lezioni inapprezzabili che resteranno vere per tutti i tempi futuri” [(76)].
Quanti scrissero del Talmud notarono il disordine con cui è redatto. L'Alachà e l'Agadà vi si incontrano promiscuamente, senza sistema nè ordine, sicchè un illustre scrittore disse sembrar quasi che i dottori, minacciati dalla dispersione, agissero come uomini che in un incendio salvano tutto quanto loro viene sotto mano, lasciando ad altri la cura di tirare più tardi il miglior partito da quanto venne sottratto alle fiamme [(77)].
Questo disordine non deve recar meraviglia. Chi non sa che, malgrado gli sforzi di Triboniano, il Digesto abbonda in germinationes, leges fugitivae, errativae? Gli stessi famosi capitolari di Carlo Magno, o meglio dei Re Franchi (Capitula Regum Francorum), non sono, se si considerano colle idee dei nostri tempi anzichè con quelle dell'epoca in cui vennero scritti, che una indigesta e disordinata farraggine [(78)]. Eppure i Capitolari son di vari secoli posteriori al Talmud.
Una questione importante a risolversi sarebbe quella di conoscere, se il disordine che tanto si lamenta nel Talmud, sia una ripercussione di quello che avrebbe sistematicamente regnato nelle discussioni delle accademie ebraiche; ma l'esame di tale questione ci porterebbe fuori del ristretto campo di questo modestissimo libercolo, sicchè contentiamoci di averla accennata.
Il miscuglio però dell'Agadà coll'Alachà ci viene spiegato da un aneddoto che troviamo narrato nel Talmud stesso, e che ci piace riferire anche perchè vale a render ragione delle iperboli esagerate che spesso si riscontrano nel Talmud, e di cui si fecero un'arme coloro che vollero denigrarlo, senza tener presente l'aureo consiglio di Goëthe, che chi vuole comprendere un poeta deve recarsi nel paese dove egli visse. Un vecchio maestro, narra adunque il Talmud, accorgendosi un giorno che i suoi scolari sonnecchiavano durante la lezione, si interruppe d'un tratto per dire: “Vi fu una volta in Egitto una donna, che diede alla luce seicentomila uomini.” Si può di leggieri immaginare l'effetto prodotto da questo meraviglioso racconto. “Era, continuò tranquillamente il maestro, Jochebed, la madre di Mosè, il quale valeva da solo i seicento mila uomini d'arme che uscirono dall'Egitto”; e rieccitata in tal guisa l'attenzione dell'uditorio, continuò la sua lezione. Chi conosce l'indole immaginosa degli Orientali comprenderà come i maestri, per tener desta l'attenzione degli uditori, dovessero spesso ricorrere a tale sistema, mescolare la leggenda divertente e fantastica col precetto rigido e positivo.
L'Agadà fu spesso segno a motteggi, ed è sempre o quasi sempre di essa che si parla, allorquando si discorre di fantasticherie rabbiniche, o si scaglia contro gli Ebrei il vecchio insulto: Lex Judaeorum, lex puerorum [(79)].
Niun miglior giudice però dell'importanza che devesi annettere ad un'opera, dello stesso autore; ora nel Talmud stesso troviamo questo giudizio che può fare apprezzare l'importanza che gli stessi rabbini annettevano all'Agadà: “Colui che la trascrive non avrà la sua parte nell'altro mondo, colui che la spiega sarà bruciato e colui che l'ascolta non riceverà ricompensa” [(80)].
Ogni popolo ha le sue leggende, ma non accade sovente di vedere i contemporanei giudicarle coll'indipendenza d'opinione di cui dà prova questo rabbino.