Ed è veramente strano il vedere che, malgrado siffatta indipendenza di giudizio, si sia potuto da taluno asserire che gli Ebrei di ogni paese si sarebbero obbligati con patto solenne ad accettare il Talmud nella sua integrità, a non aggiungervi ed a non togliervi una sola parola. Con ben maggiore ragione un illustre professore tedesco scrisse: “che i Talmud non hanno essenza dogmatica, che persino i risultati scientifico-legali sono soltanto opinioni individuali e provvisoriamente valevoli, che la sinagoga non li sanzionò mai, e non riconobbe mai in essi l'autorità di decretali riconosciute e generalmente valevoli.” [(81)].

Infatti il Talmud non fu mai accettato dalla nazione, in assemblea generale o speciale. Le sue decisioni legali, come quelle che emanavano dalle più alte autorità teologiche del Giudaismo, formarono certamente la base della legge religiosa, la norma di tutte le decisioni future. Ma è probabile, per non dir certo, che egli non deve la autorità di cui gode, che ad una causa non prevista dai suoi stessi autori. Durante le persecuzioni contro gli Ebrei, che ebbero luogo nell'impero persiano sotto Ysdegerd II (440 d. G. C.), Peroze e Cobade, le scuole furono chiuse per quasi ottant'anni. Lo sviluppo permanente, continuo, della legge che era lo spirito del Giudaismo fu violentemente interrotto; ed il libro ottenne una autorità suprema, che era ben lungi dalla mente dei suoi autori.

Ma qual sia questa autorità, ce lo dice Samuel Naghid, il dottissimo ebreo spagnuolo che fu nell'xi secolo segretario di un re di Granata, e che è autore di una introduzione al Talmud, tenuta in tanto conto dagli Ebrei, che forma oggidì parte integrante di tutte le edizioni del Talmud stesso:

“Tutto quanto si trova nel Talmud, e che non abbia rapporto con la legge rituale dicesi Agadà; nè da questa devesi trarre altro insegnamento se non quello che persuade. È da notarsi eziandio che quello che i dottori fissarono essere dottrina rivelata a Mosè sul Sinai deve ritenersi come legge fissa ed immutabile, mentre le deduzioni da essi fatte coll'appoggio di commenti a testi biblici, son cose fatte a seconda delle esigenze, delle circostanze e delle proprie idee; per cui mentre devesi ritenere quanto in questi ultimi insegnamenti vi ha di persuadente, il resto non è cosa su cui si abbia l'obbligo di appoggiarsi.” Se così scrivevano gli antichi non meraviglia che con eguale indipendenza il rabbino Hurwiz di Londra abbia scritto nella sua opera Hebrew Tales: “Sono lungi dal sostenere che il Talmud sia un libro irreprensibile, sono disposto ad ammettere che contiene molte cose, che ogni spirito illuminato, ogni israelita pio desidererebbe non vi fossero mai state o vi fossero, almeno, state tolte da molto tempo.” [(82)].

Se piacque dunque a taluno, dice, ben a ragione, il dottissimo Bedarride [(83)] di porre a paro le prescrizioni del Talmud con quelle della legge di Mosè, questa dottrina non è mai stata ammessa dagli Ebrei siccome articolo di fede. Nelle cerimonie del culto giudaico è il Pentateuco che il ministro della religione presenta ai fedeli dicendo: “Ecco la legge che portò Mosè ai figliuoli di Israello.” Se il Talmud avesse formato un tutto colla legge di Mosè non si sarebbe mancato di unirlo a quella in siffatte funzioni.

“Negli articoli di fede del Maimonide, che ottennero l'approvazione di tutti gli Ebrei, si legge: “Tutta la legge che è oggi nelle nostre mani ci è stata trasmessa da Mosè.” Anche qui evidentemente non può trattarsi che del solo Pentateuco.

“Infine, in tutte le epoche, i più dotti rabbini si sono espressi liberamente sul conto del Talmud, ciò che non avrebbero osato fare se fosse stato parte della legge rivelata.

“Così Judas Levy, che fiorì nell'undecimo secolo, dichiara nel Cozri, che vi sono nel Talmud cose che già ai suoi tempi non si sarebbero scritte [(84)].

“Maimonide, nel Morè hanevohim, critica numerosi brani del Talmud, ed allorquando taluni zelanti vollero scomunicarlo, una folla di dotti ebrei alzò la voce per adottarne e difenderne le opinioni.

“Così Aben Ezra, Giuseppe Albo, e gran numero di altri dottori che meritarono il nome di sapienti, pur rendendo alle tradizioni, che si trovano nel Talmud, il tributo di rispetto che meritano, non hanno esitato a dichiarare che vi si contengono cose che non è possibile ammettere.”