Non si creda però che noi intendiamo invocare quanto siamo venuti finora dicendo per sostenere che dal Talmud non si può desumere un sicuro criterio per giudicare della moralità degli Ebrei. Lungi da noi siffatta idea.

Volemmo soltanto dire che coloro i quali asseriscono avere gli Ebrei egualmente autorevole il Pentateuco ed il Talmud sono in grande errore, siccome errerebbe chi asserisse che, pei Cristiani, il Vangelo e la Summa di San Tommaso hanno eguale valore.

Certamente non mancan Cristiani che non curano o non comprendono i sacri misteri della loro fede per correr dietro alle stupide fole di Maria Lateau [(85)] come non mancano Ebrei che trascurarono quasi il Pentateuco e le opere sublimi dei loro filosofi, dei loro pensatori per perdersi nelle quisquilie del Talmud.

Ma questo, ci si permetta dirlo, non prova nè contro gli Ebrei, nè contro i Cristiani, prova soltanto, per la millesima volta, una verità antica quanto il mondo: che ogni religione, come ogni nazione, come ogni partito conta infinito numero di... spiriti deboli.

Nè gli Ebrei potrebbero non aver in gran conto questo libro, che non soltanto fu il legame che li tenne uniti, durante le secolari persecuzioni di cui furono vittime, ma che giovò eziandio a conservare intatta la loro fede. Nessuno infatti potrà negare che questo commento minuziosissimo della legge fosse incontrastabilmente utile al Giudaismo, come quello che lo preservò da quelle grandi discussioni religiose che furono cagione di tanti scismi nelle altre credenze. Le religioni che, o non hanno, come il Giudaismo, un codice particolareggiato, o non obbediscono, come il Cattolicismo, all'autorità indiscutibile di un Supremo Gerarca, sono naturalmente soggette a suddividersi in un numero infinito di chiesuole, come avvenne del Protestantesimo, e come sarebbe avvenuto del Giudaismo, se il Talmud non vi avesse posto riparo, a tutto provvedendo, e realizzando, sin dal V secolo, l'ideale di moderni filosofi: la libertà nell'unità. Sicchè, in questo senso, ben può dirsi giusta e veritiera la parola del Talmud stesso: “Dio non ingiunse ad Israello tante leggi e tanti precetti che per renderlo felice” [(86)].

Il Talmud, ripetiamolo, è di somma autorità presso gli Ebrei, e noi, dopo aver mostrato che essi, pur avendolo e dovendolo avere in gran conto, apportarono nel suo studio quello spirito di libero esame, innato nel Giudaismo e da esso reso obbligatorio [(87)], che permette di sceverare il grano dal loglio, vogliamo ancora dimostrare due cose: che il Talmud non è legge di iniquità, siccome pretendono gli stolti, ma legge di amore, di carità, di tolleranza, e che se vi sono nel Talmud dei passi non pochi che contraddicono ed all'intonazione generale dell'opera, ed alla vera morale, ciò è facilmente spiegabile e giustificabile.

Prima per altro di entrare nello spinoso argomento, ci si conceda una dichiarazione. La Chiesa Cattolica ha condannato a parecchie riprese il Talmud [(88)]. Nulla di più naturale che siffatta condanna.

Il Talmud, codice di una fede non cristiana, deve contenere e contiene massime, precetti, argomentazioni contrarie al Cristianesimo. Se altrimenti fosse, gli Ebrei sarebbero Cristiani e la questione sarebbe bella e terminata. A buon dritto adunque la Chiesa Cattolica condannava il Talmud siccome libro pernicioso alla Fede e noi faremmo opera stolta pretendendo scagionarlo da questo addebito.

Ciò che vogliamo provare è che la morale del Talmud non è punto diversa, nè sopratutto peggiore di quella che può trovarsi in qualsivoglia opera umana scritta nelle identiche condizioni di tempi, di luoghi, di costumi; ciò che ci preme constatare, non per artificio di polemica, ma per omaggio alla verità è che la legge talmudica non è legge di odio come volgarmente si crede, e che l'Ebreo non soltanto può restarvi fedele rimanendo in pari tempo ottimo cittadino [(89)], ma attinge da esso quelle virtù domestiche e sociali che sono base di ogni civile consorzio [(90)].

E questa avvertenza che qui facciamo, desideriamo che il signor lettore applichi a tutto il contesto di questo lavoruccio. Difendendo l'Ebreo, compiamo opera sociale, non religiosa, non sopratutto anticristiana.