“È proibito all'uomo di prendere alcun cibo, sino a che non abbia dato da mangiare ai suoi animali” [(186)].
“Il divieto di maltrattare gli animali è divieto della divina legge” [(187)].
“Deve l'uomo tenere per buon augurio, il vedere le proprie bestie mangiare e saziarsi” [(188)].
E chiudo questa, troppo lunga, serie di citazioni con questa altra, che basta da sola a provare, il concetto dell'uguaglianza degli uomini dinanzi a Dio non essere monopolio esclusivo di nessuna religione:
“Presso di noi, il povero è spesso respinto mentre il ricco è ascoltato. Ma dinanzi a Dio tutti gli uomini sono eguali; egli ascolta i ricchi ed i poveri, le donne e gli schiavi” [(189)].
Altre citazioni non faremo, perchè queste bastano a dare un'idea esatta del Talmud a quelli che non apportano nessuna idea preconcetta nell'esame delle questioni.
Quanto agli altri, anco se moltiplicassimo queste citazioni all'infinito, non mancherebbero di opporci che abbiam citato i brani del Talmud che fanno onore a chi li scrisse, ed abbiamo taciuto gli altri.
E certamente, lo abbiamo già detto, lo ripeteremo, e lo grideremmo, occorrendo, anche sopra i muricciuoli, vi sono nel Talmud dei brani che sono lungi dal deporre in favore di coloro che li dettarono.
Ma prima di tutto convien osservare che essi si trovano in quella parte del Talmud che dicesi Agadà e che non è obbligatoria per gli Ebrei [(190)].
Ma, dato pure e non concesso, che l'Halahà, cioè quella parte del Talmud che racchiude le prescrizioni rituali, contenesse qualche precetto che non fosse intieramente in armonia colle idee larghe e liberali del secolo, ogni uomo veramente imparziale dovrebbe incolparne, più che gli autori del Talmud, i tempi e le condizioni, in cui scrissero.