[(55)] Lo stesso fatto si ripete per le tradizioni che servono di spiegazione al Zend-Avesta e che si fanno risalire allo stesso Zoroastro. (Cfr. Spiegel, Erân, pag. 365). Nella letteratura indiana i nomi degli autori dei principali Upanishads sono del paro sconosciuti. “E deve essere così, nota l'illustre Max Müller, per questa sorta di opere; perocchè contengono trattati sulle più elevate questioni, i quali perderebbero ogni autorità se fossero presentati agli occhi del popolo come opera dell'immaginazione di un uomo.” (History of ancient sanskrit literature, ed. 2, pag. 327).

[(56)] Avod, capo I, § 1.

[(57)] Questi, a nostro subordinato parere, dimenticano che il monopolio dello studio della legge non è, e non fu mai nell'indole della religione mosaica. Nei tempi biblici, sacerdoti e leviti non formarono mai una casta privilegiata — Lex major sacerdotio — ma costituivano la parte più dipendente e meno provveduta di tutta la nazione: “Tu non avrai alcuna eredità nella terra loro e non avrai parte fra loro” (Num. xviii, 20). Moltissimi profeti e dottori non appartenevano a caste sacerdotali o levitiche ma uscivano dalle infime classi del popolo. Nei tempi talmudici poi, la maggior parte dei più eminenti dottori non furono che umili artigiani: fabbricanti di tende o di sandali, tessitori, falegnami, conciatori, fornai, cuochi. Un presidente dell'accademia nominato in luogo di un altro, che era stato deposto per la sua insolenza, venne trovato da coloro che si recavano ad annunziargli la sua elezione, nero e sudicio fra i suoi mucchi di carbone; nè di ciò potrà meravigliarsi chi sappia essere scritto nel Talmud: “È bella la scienza religiosa accoppiata al lavoro; congiunti insieme salvano dal peccato. Scienza religiosa senza lavoro si perde e mena al male.

[(58)] Gli Ebrei non sarebbero stati i soli fra i popoli orientali a diffidare dei commentatori. È notevolissimo su di essi, questo giudizio che ci vien proprio dalla terra classica dei commentatori: “Quello che è troppo oscuro lo tralasciano, e ti dicono: è cosa chiara; nelle cose chiare si perdono in infinite lungaggini, con gran paroloni, con molte chiacchiere che non fanno al caso, causano confusione a chi li sente: insomma tutti i commentatori imbrogliano le cose.” Così Bhojatâjâ nel commento al Pâtanjalam yogasutram (The yoga aphorisms, Calcutta, 1851, Bibl. Indica).

[(59)] Israelitischen Annalen del dott. Jost, anno 3º, vol. i, pag. 143 et alibi.