[(60)] È un fatto costante l'antipatia degli Ebrei per le leggi codificate. Anche il Talmud, come vedremo, è ben lungi dall'aver forma di legge; è una raccolta di discussioni e non più, sicchè si può dire che il primo a dar forma di codice alla tradizione presso gli Ebrei, fosse il Maimonide, che del resto fu perciò aspramente criticato da molti ed anche ai nostri giorni da S. D. Luzzatto. (V. Israelitischen Annalen di Jost, Francoforte s. M. Anno iii, 1841, pag. 21 e 22). Se un giorno potrà stabilirsi che il divieto di scrivere la tradizione presso gli Ebrei, proveniva dal desiderio di lasciar aperta la porta a continue modificazioni della legge orale, senza scemarne il prestigio, sarà curioso trovare, in tanta differenza di tempi e di costumi, presso gli Ebrei, lo stesso sentimento che impedisce agli inglesi di codificare la loro costituzione, sicchè mantenendosi fedeli al loro vecchio adagio Nolimus leges Angliae mutari camminano pur sempre alla testa di ogni vero progresso politico. Ed a questo proposito giovi, per completare il parallelo, far notare che l'assioma talmudico, la consuetudine sradica la legge, (Talmud Gerosol., Bavà Mezià, capo vii in principio) è massima sempre viva in Inghilterra.
[(61)] Lo stesso accade agli Indiani: una parte della loro letteratura non fu conservata che per tradizione orale: “Non si può farsi un'idea, dice Max Müller (Op. cit., pag. 501), delle potenti facoltà che acquista la memoria in un organismo sociale tanto differente dal nostro, quanto i Parishad indiani lo sono dalle nostre Università. La forza della memoria, quale noi la vediamo e l'intendiamo, mostra come le nozioni che noi abbiamo dei limiti di questa facoltà siano del tutto arbitrarie. La nostra memoria fu da tempo remotissimo sistematicamente indebolita. Oggi ancora che i manoscritti non sono nè rari, nè cari, i giovani bramini non apprendono i canti dei Veda, i Brâhmana ed i Sutra se non per tradizione orale e mandandoli a memoria.” A queste osservazioni dell'illustre professore di Oxford aggiungeremo che oggi ancora nei paesi dove gli Ebrei studiano il Talmud non è difficile trovare giovanetti che lo sanno quasi intieramente a memoria, sicchè possono a prima vista trovare, in quella immensa e disordinata farraggine, il brano che da loro si richiede; sei o sette anni or sono tutti i giornali parlarono di un giovane ebreo di 25 anni, David Rosenfeld, di Minsk in Russia, che non soltanto sapeva tutto il Talmud a memoria e poteva indicare in qual pagina si trovasse ogni frase che gli si accennava, ma aveva nello stesso modo presenti alla memoria i due vasti commentarii di quell'opera: Rascì e Tossafot. Ciò del resto non deve far meraviglia allorquando si pensa che nella Legge di Mosè sta scritto: “Tu li ripeterai ai tuoi figliuoli, e ne parlerai con essi, stando in casa, camminando per la via e coricandoti ed alzandoti.”
[(62)] La Mischnà venne pubblicata con una versione latina del testo e dei commentari di Maimonide e di Bartenora ed accompagnata da note di parecchi dotti, per opera del Surenusio in Amsterdam 1698–1703, volumi 6 in folio. Se ne ha pure cogli stessi commenti una versione spagnuola, Venezia, 1601, ed una tedesca ne pubblicò il Rabe in Anspach nel 1761.
[(63)] Tanà è verbo caldaico, corrispondente all'ebraico Scianà che vale insegnare, sicchè Tanaim varrebbe maestri come Mischnà significa insegnamento.
[(64)] Voglia, signor lettore, notare che la legge orale di un popolo che vedremo più tardi accusato di disprezzare i lavori della campagna, si apre appunto con un trattato sull'agricoltura.