— Non ne dubito menomamente — risposi con ogni premura.

— Basta figliol mio — riprese egli allora indirizzandosi al derviscio che era rimasto durante l'esame colla bocca aperta piena di sangue e col ferro nella piaga, — andate a guarirvi.

Il derviscio inchinatosi tolse il ferro dalla piaga, s'accostò a uno de' suoi colleghi e inginocchiatoglisi dinanzi gli offerse la guancia perchè gliela lavasse di fuori e di dentro colla propria saliva. L'operazione non si prolungò più di qualche secondo, ma, quando il ferito si rialzò e si volse verso di noi, ogni traccia di ferita era scomparsa.

Un altro derviscio, colla medesima messa in scena, si inferse una ferita al braccio, che collo stesso metodo fu medicata e guarita. Un terzo mi riempì di spavento: era armato di una grande sciabola ricurva che prese colle due mani per le due estremità e dopo essersi applicata la lama dal lato concavo sopra il ventre ve la fece penetrare con un leggero movimento bilanciato. Tosto una linea porporina si disegnò sulla pelle lucida e bruna, ed io supplicai il vecchio di non spinger più oltre quelle prove. Egli sorrise e mi assicurò che non avevo ancor visto nulla, che quello non era che un prologo, e che i suoi figli si tagliavano impunemente tutte le membra ed occorrendo anche la testa, senza che ne derivasse loro il menomo inconveniente. Io credo ch'egli era stato contento di me, e mi riteneva degna di apprezzare i loro miracoli, ma ne ero mediocremente soddisfatta.

Fatto sta che io rimaneva meditabonda ed imbarazzata. Di che si trattava? I miei occhi avevano ben veduto? Non avevo toccato colle mie mani? Il sangue non aveva forse sprizzato? Avevo un bel rammentarmi i giochi dei nostri più celebri prestidigitatori, non ritrovavo ne' miei ricordi nulla che potesse avvicinarsi a quello che avevo visto testè. Avevo dinnanzi uomini ignoranti e della massima semplicità, come semplicissimi erano gli atti loro che non lasciavano alcun campo all'artificio. Non pretendo d'aver assistito ad un miracolo, narro fedelmente una scena che da parte mia non saprei spiegare.

Ero molto commossa, lo confesso, e l'indomani ascoltai senza sorridere il racconto di altri fatti meravigliosi di cui mi parlò il dottor Petranchi stabilito da molti anni ad Angora con funzioni di Agente Consolare inglese. Il signor Petranchi crede che questi dervisci possiedano secreti naturali, o per dir meglio soprannaturali, coi quali compiono prodigi simili a quelli degli antichi sacerdoti egiziani. Non enuncio la mia opinione; mi contento di non averne alcuna, è l'unico modo di non sbagliarsi in certi casi.

Giunse finalmente il giorno fissato per la mia partenza da Angora. Durante il mio soggiorno in quella città ero stata piuttosto ammalata e quando mi ritrovai sul mio cavallo non in piena campagna, ma in pieno deserto (come è l'intervallo che separa qui le grandi città), esposta a tutte le brine, senz'altra difesa che le mie pelliccie, senz'altro riparo che un misero tetto e alla peggio la mia tenda, mi sentii stringere il cuore in segreto. Occorre maggior forza d'animo di quanto si potrebbe credere a prima vista per intraprendere simili viaggi. Non è la fatica che spaventa, giacchè non si cammina più di sette od otto ore al giorno, al passo od ambando, su dei cavalli facilissimi; i pericoli sono piuttosto immaginari che reali, le privazioni tollerabili, perchè, oltre le provviste che il viaggiatore reca con sè, può esser quasi sicuro di trovare ovunque galline, ova, burro, riso, orzo, miele, caffè e dei materassi. Ma quando ci si pone a riflettere che non sarebbe possibile procurarsi altro, che quand'anche le forze venisser meno, dopo sei ore di marcia, bisognerà nondimeno terminare la tappa, che la malattia ci troverà senza risorse, che la strada si svolgerà senza rifugio e che la neve e l'uragano possono sorprenderci nel corso della marcia, una specie di debolezza angosciosa ci assale involontariamente, sentimento che occorre respingere, perchè guai al viaggiatore che vi indulgesse!

CESAREA E LE CITTÀ DEL TAURO

Mi si permetta di mutare ancor qui di colpo la scena. Avendo lasciato la Galazia per venire in Cappadocia, siamo fra le popolazioni turcomane. Da quattro giorni abbiamo lasciato Angora alle spalle. Dobbiamo raggiungere la città di Adana, traversando Kirsceir, Cesarea e qualche altra località notevole per i suoi ricordi o per l'importanza che ha tuttora. Uno degli incidenti caratteristici di questo viaggio si svolse nel villaggio chiamato Cuprin. Io dovevo cambiare la scorta in quel villaggio e vi ebbi campo di adempiere all'ufficio di medico presso una giovinetta malata da un anno, e che suo padre, superando la propria avversione pei Cristiani, mi aveva pregato di visitare. I miei compagni di viaggio si erano allontanati quando vidi apparire la giovane accompagnata dalla madre. Era una magnifica creatura alta e di proporzioni grandi, ma perfette: un bel viso ovale, occhi tagliati a mandorla e di un nero vellutato, un naso piuttosto aquilino che greco, un colorito che doveva esser stato stupendo e che risplendeva tuttora, ma ormai di quell'ardore malsano che la febbre sostituisce alla freschezza. Questa bella giovane aveva l'aria profondamente triste ed era impossibile di guardarla senza prendervi interesse. Sua madre, ancor bella dello stesso genere di bellezza della figliola, sembrava molto inquieta ed afflitta dello stato dell'ammalata, e quelle due donne si rivolgevano a me, manifestandomi una benevola fiducia che contrastava col riserbo arcigno del padrone di casa.

Non faticai a convincermi che la giovine soffriva di malattia di cuore e, sebbene rifugga dalle ipotesi romantiche, fui presa dal sospetto che la malattia avesse cause morali. I privilegi del medico sono quasi illimitati in questi paesi ove i medici sono così rari, ed io non temetti di commettere una indiscrezione informandomi se qualche dolore, qualche scossa accidentale non avesse preceduto i sintomi della malattia.