Me ne andai dunque, scortata da due de' coadiutori principali del mufti, a visitare il convento dei dervisci, o per dir meglio, la loro residenza d'estate, giacchè, durante l'inverno, quasi tutti si ritirano nella città, ove vivono come gli altri mussulmani in mezzo alle loro famiglie ed estranei alla comunità. In uno dei sobborghi di Angora si trova un giardino, non più grande di cinquanta pertiche quadrate, chiuso da tutti i lati da dei corpi di fabbrica staccati gli uni dagli altri e talmente ingombro di chioschi che rimane appena lo spazio necessario per passare da uno all'altro. Questo strano giardino, che può avere qualche attrattiva durante la bella stagione quando i chioschi e le case che li circondano sono tappezzate di arrampicanti, presentava allora un aspetto deplorevole. Mi sedetti tristemente in uno di quei chioschi privi delle loro verdi ghirlande, ad ascoltare distratta ed incredula le descrizioni che i dervisci mi facevano senza posa degli incanti del loro soggiorno estivo. Ripetevano sopratutto che l'acqua vi è sempre fresca. È uno dei vantaggi ai quali gli orientali danno maggior importanza. Quando vi hanno detto che in un paese l'aria è buona e l'acqua è fredda, si meravigliano che non vi affrettiate a farne la vostra dimora. Quante volte mi hanno domandato se a Parigi ed a Londra l'aria sia buona e l'acqua fresca, e alla mia risposta di non saperne nulla rimanevano tutti sorpresi!
Una buona merenda, consistente in uva ed in pere squisite, miele, marmellate ed acqua freschissima, mi era stata servita senza poter vincere la mia crescente inclinazione alla malinconia, tanto che le mie guide credettero giunto il momento di variarmi i piaceri. Fui fatta passare in una delle case che circondano il giardino, ove le mogli dei dervisci stavano riunite per ricevermi e farmi gli onori della dimora. Ve ne saranno state trenta, pigiate in una stanzetta ermeticamente chiusa, abbastanza ben mobiliata, ma riscaldata a tal punto da una stufa in ghisa che avrei avuto uno svenimento se una di quelle signore non avesse avuto l'estrema bontà di stracciare uno dei telaj di carta delle finestre per darmi un poco d'aria. In un clima così caldo nulla è tanto temuto quanto il freddo, e si prendono cure infinite per ripararsene anche nei momenti in cui i poveri europei come noi non pensano ad altro che al pericolo di morire soffocati. Così nei mesi più torridi d'estate potete scorgere degli asiatici avviluppati in mantelli di panno foderati di pelliccia e tutti attorno ad un fuoco fiammeggiante, mentre le donne esauriscono la fertilità del loro ingegno nel trovare il mezzo d'impedire all'aria libera di penetrare nelle loro case. Durante tutto il tempo del mio soggiorno ad Angora non riescii a liberarmi un momento solo da un violento mal di capo prodottomi dalle esalazioni della stufa a carbone. Nelle case armene si sta ancor peggio: le donne e, qualche volta anche gli uomini, adoperano per scaldarsi il così detto «tandur», mobile che sembra un tavolo ricoperto da una lana che si strascina fino per terra. Sotto questo tavolo si colloca un braciere coi carboni accesi e molta brace. Tutta la famiglia si pone intorno al tavolo ed ognuno tira a sè la coperta di lana, ponendovi sotto le sue mani e le sue braccia, così da arrostirsi alla mite temperatura di 38-40 gradi Reaumur per lo meno. I più sgraziati accidenti derivano da questi usi, e mi ricordo ancora di essere stata svegliata la notte precedente alla mia partenza da Angora perchè una famiglia in pianti mi recava un povero bambino che s'era bruciato nel domestico «tandur». Il fuoco s'era appiccato a' suoi abiti di lana e non se n'erano accorti che quando il corpicino era annerito come il carbone. Nonostante simili disgrazie, che si rinnovano abbastanza spesso, gli asiatici hanno un grande attaccamento per il loro «tandur» col quale si abbrustoliscono a buon mercato.
Le mogli dei dervisci mi soffocarono d'amabilità e di testimonianze d'amicizia, forzandomi ad accettare un fagotto di calze e di guanti di pelo di capra d'Angora, oltre ad un magnifico gattone della specie conosciuta fra noi col nome di «gatti d'Angora». Discorremmo naturalmente delle qualità specialissime degli animali di una tale regione dell'Asia Minore. È infatti notevole, e meriterebbe di richiamare l'attenzione degli scienziati europei, la superiorità della lana delle bestie nate nella provincia d'Angora, in confronto di quella degli animali di tutto il resto dell'Asia ed anzi del mondo intero. Le capre d'Angora sono le più graziose bestiole che si possano vedere; la loro seta, giacchè non si può neppure chiamarla lana, è di solito bianca, talora rossiccia, grigia od anche nera, ma qualunque ne sia il colore è sempre altrettanto fina, morbida e lucente. Si potrebbe scambiarla colla seta più fina che fosse stata ondulata od arricciata mediante qualche processo recentemente scoperto. Con questo pelo si fabbrica ad Angora un tessuto molto stimato e si lavorano a maglia calze e mezzi guanti d'ogni specie. I gatti sono meno utili, ma non possono sprezzarsi per lo meno da parte di chi ama la bellezza ovunque si trovi. Questi gatti sono enormi ed hanno il corpo ricoperto da una densa lanuggine abbastanza simile a quella dei cigni. La loro testa è molto larga, hanno una coda lunga e folta. La maggiore attrattiva di questi animaletti consiste nella grazia delle loro movenze, nella leggerezza dei loro salti, nella rapidità della loro corsa e nel coraggio col quale picchiano i cani più grossi, che di solito si guardano dal replicare. Basta che vi allontaniate da Angora di qualche lega e le capre ridivengono brutte, i gatti comuni ricompaiono col loro piglio volgare ed il loro carattere sornione. A Conia soltanto capre e gatti si accostano a quelli di Angora senza raggiungerne la bellezza incomparabile.
In genere gli animali dell'Asia sono molto superiori a quelli dell'Europa ed ogni distretto si vanta di possedere il tipo più perfetto dell'una o dell'altra specie. Se Angora ha le sue capre e i suoi gatti, i Turcomani, che abitano i vasti deserti della Cappadocia, hanno i loro montoni colla coda larga, i loro levrieri colle orecchie spioventi come i «king-Charles» inglesi, i loro cavalli più grandi e più robusti di quelli arabi. I montoni turcomani, che si trovano anche fra i curdi, hanno forme assai più graziose dei nostri: il collo lungo, il muso affilato, lunghe orecchie che scendono parallelamente al muso e ne seguono il contorno, come i ricci all'inglese accompagnano il viso di una giovinetta. Il carattere principale di queste bestie è una coda tanto grossa che pesa talvolta fino a 10-12 oche, misura turca che equivale a circa 44 once. Questo peso oscillante al di fuori del centro di gravità imbarazza alquanto la bestiola che è talvolta nell'impossibilità assoluta di trascinare la sua coda, sì che si cerca di sollevarla attaccandola a carrettine che reggono l'incomoda appendice.
Mentre le mogli dei dervisci di Angora mi vantavano le razze privilegiate della loro provincia, non potevo trattenermi dall'esprimere a un altro punto di vista la mia ammirazione per i nobili animali di quei paesi. Ciò che sopratutto mi aveva colpito era la loro estrema dolcezza, la loro mansuetudine singolare. Il bufalo che ovunque ha la riputazione d'una bestia selvaggia quasi del tutto ribelle ai tentativi di addomesticarla non è qui più bellicoso di un bue. Gli sciacalli, che riempiono queste valli e queste foreste, non fanno altro che urlare come dei dannati e si tengon paghi di venirvi a rubare il burro fresco ed il latte fin nella vostra tenda, se l'avete. Il cavallo, che noi conosciamo così fiero ed indocile, non manifesta qui nè ribellione, nè collera, nè ostinazione. Anzi le fiere stesse sembrano partecipi di questa bonarietà universale. Le montagne sono abitate da pantere e da leopardi, ma non v'ha esempio che queste belve abbiano attaccato pacifici viaggiatori, nemmeno se andavano a caccia. Anche il cinghiale non fa la guerra che ai giardini ed alle risaie. Tutto ciò dipende, almeno per alcuni animali, dall'atteggiamento usato a loro riguardo. Un Turco, od anche un Arabo, non maltratterà mai un suo cavallo neppure per correggerlo. Gli parlerà, cercherà di ricondurlo sulla retta via, ma non riescendo si rassegnerà: «Allah Kerim!» Mi rammento d'aver molto scandalizzato la mia scorta mussulmana un giorno in cui, dopo che il mio bel cavallo aveva voluto adagiarsi in un fiume durante il guado, mi permisi, appena uscita dal mio bagno inatteso, di infliggergli un salutare castigo. «Oh, non colpitelo!» mi si gridava da ogni parte. «Che peccato! È così buono e così bello!» Tutti gli si accostavano per lusingarlo ed accarezzarlo facendogli dimenticare la mia ruvidezza. Lo stesso accade cogli animali destinati a lavorare la terra. I bufali non lavorano che finchè lo vogliono e nel modo che preferiscono. Il pastore non guida mai il suo gregge, ma lo segue e, occorrendo, lo protegge; così le sue bestie gli vogliono un gran bene. Ci pare strano udire tutta questa gente discorrere cogli animali e ciascuno nella propria lingua, cioè indirizzandosi ad ogni specie di animali con un certo numero di parole, prive di un senso preciso per gli uomini, ma che le bestie capiscono benissimo. Vi è una parola ed una cadenza speciale che avverte le capre dell'avvicinarsi del lupo ed il medesimo monito è dato al cane con altre parole ed altri suoni. «Voltate a sinistra, voltate a destra, fermatevi, andate avanti»; tutto ciò si dice in modo diverso ad un montone o ad un cavallo, a un mulo o ad un bufalo. E sempre bene! Ognuno sa ciò che questo voglia dire. Tali diversi linguaggi non possono avere suoni molto delicati nelle sfumature; occorre procedere a grandi linee, o per meglio dire a grandi strida. Infatti nulla è più curioso delle rumorose melodie dei contadini, dei cacciatori, dei mulattieri e dei pastori dell'Asia proseguite da un monte all'altro ed alle quali gli animali rispondono a modo loro. Si potrebbe comporre uno strano dizionario colla lingua che gli animali di quassù capiscono, se anche non la parlano.
Ritorno, come devo ormai, ai miei dervisci. Questa brava gente voleva assolutamente divertirmi facendomi passare nel modo più gradevole che fosse possibile il tempo del mio soggiorno forzato nella città di Angora. Si erano accorti che la visita al convento aveva avuto un successo mediocre: immaginarono dunque qualcos'altro, e una bella mattina che, sdraiata sul mio sofà, mi sforzavo invano di scuotere il torpore e l'emicrania prodotti dal fumo di carbone della stufa di ghisa che infestava la mia camera chiusa, vidi entrare un vecchietto col mantello bianco, la barba grigia, un berretto appuntito di feltro grigio circondato da un turbante verde. Il suo occhio era vivace e la sua fisionomia benevola quanto ingenua. Questo vecchio si annunciava come il capo di certi dervisci autori di miracoli che il gran mufti mi mandava perchè potessi assistere alle loro operazioni. Mi profusi in ringraziamenti dicendomi pronta ad assistere allo spettacolo che mi si offriva. Il vecchietto allora socchiuse la porta e, fatto un segnale, ricomparve subito con un seguito di discepoli.
Erano otto e di certo se li avessi incontrati durante il mio viaggio al limitare di un bosco non mi sarei rallegrata di vederli apparire. I loro abiti in brandelli, le loro lunghe barbe irsute, i visi pallidi, le figure emaciate, un non so che di feroce e di stralunato che balenava nei loro occhi, costituivano un contrasto impressionante col viso rotondo e fresco del loro capo, che aveva una fisionomia aperta, sorridente ed era vestito con qualche pretesa. All'entrata i discepoli si prosternarono davanti al loro capo, gli fecero un saluto d'etichetta e si sedettero ad una certa distanza aspettando gli ordini del vecchietto che, dal canto suo, attendeva i miei comandi. Provavo un certo imbarazzo che sarebbe stato assai più penoso, se la seduta che si annunciava fosse stata da me richiesta. Per fortuna io non ne aveva nessuna responsabilità, pensiero che mi rimetteva un poco in sesto: con tutto ciò io non osava far segno che si cominciasse... non sapevo neppur cosa. Mi aspettavo una scena d'impostura grossolana che sarei stata costretta a lodare per cortesia e che avrei dovuto fingere di prendere seriamente, non fosse che per educazione. Il mio amor proprio non era in gioco, ma temevo di non saper bene recitare la mia parte e del resto, lo confesso, la mia coscienza di persona incivilita stava alquanto in allarme.
Feci servire il caffè per guadagnar tempo, ma solo il capo accettò; i discepoli si scusarono, allegando la gravità delle prove che dovevano superare. Io li guardavo; erano serii e impassibili come uomini che aspettassero la visita di un ospite, anzi di un padrone venerato. Dopo un breve silenzio, il vecchietto mi domandò se i suoi figlioli potessero cominciare; ed io risposi che non dipendeva che da essi, risposta che fu interpretata come un incoraggiamento, sicchè il vecchio fece un segno ed uno dei dervisci si alzò. Anzitutto andò ad inginocchiarsi dinanzi al capo e baciò la terra; il capo gl'impose le mani in atto di benedirlo e gli disse a voce bassa alcune parole che non afferrai. Alzatosi il derviscio lasciò cadere il suo mantello, la sua pelliccia di pelo di capra, tolse di mano ad uno de' suoi confratelli un lungo pugnale che aveva l'impugnatura guernita di campanelli e si pose in piedi nel mezzo della stanza. Da principio era calmo e raccolto, ma gradatamente si animava sotto l'azione di una forza interna: il suo petto si sollevava, gli si gonfiavano le narici e roteava gli occhi nelle orbite con una velocità straordinaria. La trasformazione era accompagnata e certamente agevolata dalla musica e dai canti degli altri dervisci che, avendo preso le mosse dal monotono recitativo, trascorsero tosto a grida, ad urli in cadenza, seguendo un certo ritmo misurato dai colpi regolari ed affrettati di un tamburino. Quando la febbre musicale raggiunse il suo parossismo il primo derviscio prese ad alzare e ad abbassare successivamente il braccio che stringeva il pugnale senza sembrare d'aver coscienza de' suoi movimenti e quasi obbedisse ad una forza estranea. Un brivido convulso percorreva tutte le sue membra; egli univa la sua voce a quella de' suoi confratelli, ma presto li ridusse all'umile ufficio di accompagnatori, tanto le loro grida erano soverchiate e dominate dalle sue. Il ballo s'aggiunse alla musica ed il protagonista eseguì salti così prodigiosi, pur seguitando ad inneggiare come un energumeno, che il suo torso nudo era madido di sudore.
Era il momento dell'ispirazione. Il derviscio protese il braccio, brandendo il pugnale che aveva sempre nelle mani, facendone risuonare i campanelli alla menoma scossa, poi d'un tratto ripiegò con forza il braccio, infisse il ferro nella guancia fino a farne escire la punta nell'interno della bocca. Il sangue sgorgava dalle due aperture della piaga e non potei trattenere un gesto per far cessare quell'orribile scena. «La signora vuol vedere più da vicino» disse allora il vecchio che non mi perdeva di vista. Fece avvicinare il paziente e, per farmi constatare che la punta del pugnale aveva realmente traversato le carni, non fu soddisfatto finchè non mi ebbe costretta a toccare col dito quella punta.
— Siete convinta che la ferita di quest'uomo è reale? — soggiunse il vecchio.