Padrone e servitore scoppiarono in una nuova risata, ma il vecchio aveva osservato che l'effetto prodotto in me da questa conversazione non aveva aumentato la mia stima per lui che teneva a conservare. Affrontò quindi una dissertazione con una certa pretesa di serietà a proposito delle famiglie troppo numerose e dei loro inconvenienti, dell'impossibilità di nutrire e di allevare fino in fondo tutti i propri figlioli, specialmente in una vita così lunga come la sua. Quest'apologia era svolta in un tono solenne, ma le argomentazioni sulle quali si fondava non erano per questo meno assurde ed odiose, tanto che fui ripetutamente sul punto d'interrompere il patriarca. Mi limitai a compiangere in silenzio il popolo che onora uomini di tal fatta come modelli di virtù.
L'indomani ricevetti la visita della principale sposa del patriarca; era un bel donnone, ma orribilmente impiastricciata di rosso e di nero; vi sarà stato anche del bianco, ma non lo si vedeva. Quando le restituii la visita, la trovai circondata da tutte le signore della città che le rendevano onore come alla moglie del personaggio più importante del paese. Essa sembrava comprendere tutta la dignità della sua posizione e ne godeva senza scrupoli. Poichè mi piaceva poco non feci con essa una conoscenza più intima e profittai del permesso del mufti per tenermi ad una certa distanza dalla porta dell'harem.
Se devo poi darvi un'idea della città di Scerkess, l'antica Antoniopolis, vi additerò tante piccole case in legno ed in fango più o meno in rovina, distribuite a caso sul terreno, abbandonando alle immondizie lo spazio rimasto libero fra l'una e l'altra. Le funzioni di spazzino sono affidate ai cani quasi selvatici, agli sciacalli ed agli uccelli di rapina. Nessuno si preoccupa di assicurare agli abitanti il transito da una casa all'altra. I solchi, le buche, i detriti dei muri crollati, tutto ciò si accumula, si sfascia, aggravando uno stato di cose al quale nessuno rimedia. In alcune città, nell'interno dell'Asia Minore, per traversare le strade si ricorre a dei pattini, che potrebbero anche esser chiamati dei trampoli, tanto sono alti. Altrove le suole delle scarpe devono essere rimpiazzate da sandali in pelle di capra o in pelle di bufalo non conciata e non spogliata del suo pelo. Non ultimo inconveniente è quello che una persona di statura appena superiore alla media arrischia di urtare negli spigoli dei tetti delle case, se non sta in mezzo alla strada. Ecco un quadro fedele di Scerkess che può applicarsi a tutte le città dell'Asia Minore.
ANGORA E IL CONVENTO DEI DERVISCI
Due giorni di marcia separano Scerkess da Angora[9], viaggio faticoso. Traversiamo a cavallo montagne nevose e, caso singolare, splende un sole molto caldo, ma il suolo che scricchiola sotto i nostri passi è tutto ghiacciato. La prima tappa mi riservò un incidente che poteva emozionarmi. Eravamo arrivati verso sera ai piedi di una montagna dai fianchi tappezzati da fitti boschi di pini. Era il tramonto quando arrivai sulla nuda spianata di quel monte, e il vento del nord che vi turbinava per poco non mi gettò dal cavallo. Dovevo ancora salire un'erta nell'oscurità, aggravata da incessanti raffiche di neve. D'un tratto il cavallo si ferma avendo perduto la traccia del sentiero che serpeggiava dinanzi a noi come le strade che valicano le Alpi e gli Appennini. Tutta la mia scorta era immobilizzata e, per aumentare l'imbarazzo, una mandra di mucche e di asini, guidata da qualche ragazzo, ostruiva il passaggio nel quale ci sforzavamo invano di avviare le nostre cavalcature. Era per altro necessario di uscire da quell'immobilità che ci minacciava di un congelamento, dato il freddo intensissimo che regna su quelle alture. Il nostro cavass prese una decisione eroica e lanciò il suo cavallo a caso fendendo gli strati di neve che avevamo d'intorno. Seguii il suo esempio affidandomi alla Provvidenza ed il mio cavallo traversò con impeto la distesa di neve nella quale l'avevo lanciato: perdette piede due volte e due volte ritrovò un punto d'appoggio, finchè raggiungemmo un terreno più solido al di là di quel passo pericoloso. Eravamo sulla cima della montagna non lungi da una casa di rifugio di cui potevamo già scorgere il fumo ospitale; pochi minuti dopo la nostra scorta ci raggiungeva ed una mano mezzo gelata, della quale fu difficile riattivare la circolazione, fu il solo strascico che ebbe per me un incidente come può aspettarsene qualsiasi viaggiatore che si rechi nell'inverno dall'Anatolia alla Palestina.
Ormai siamo ad Angora, l'antica Ancira. Mi trattenni in questa città una quindicina di giorni nel febbraio del 1852. L'archeologo non trova che poveri avanzi dell'antica capitale della Galazia, ma un viaggiatore incuriosito dalla vita attuale dell'Oriente può raccogliervi materia d'osservazioni interessanti. Gli europei, poco esperti di usanze amministrative del paesi mussulmani, devono aspettarsi purtroppo ogni sorta di noie.
Io avevo dimenticato, al momento della mia partenza, di far rettificare un errore che era sfuggito nella redazione del mio passaporto. Contavo porvi rimedio ad Angora, ove risiede un Caimacan[10], ma egli si rifiutò di prestarvisi senza una mancia di 15,000 piastre. Non fu possibile di piegare quell'avido funzionario nè con osservazioni, nè con rimproveri, nè con preghiere, e mi riescì appena di ottenere una riduzione nel prezzo. Messa così alle strette e decisissima a non dare un centesimo a quel mascalzone, gli dichiarai che non avevo su di me che il denaro indispensabile per arrivare fino a Cesarea e che non potevo quindi pagarlo che con una tratta su Costantinopoli. L'accettò ed io gli consegnai la cambiale, ma scrissi al mio banchiere di non pagarla. Il blocco fu levato non appena consegnai la cambiale e mi affrettai ad uscire da Angora e dalla giurisdizione di quello sciagurato Caimacan. Mentre questa faccenda s'era imbrogliata e risolta dovetti far passare il tempo e pazientare.
Il mufti di Scerkess mi aveva indirizzata al suo amico, il mufti di Angora, personaggio ancora più vecchio e non meno rispettabile del suo collega. Egli aveva varcato i cent'anni e possedeva anch'egli delle mogli giovani e dei bambini piccolissimi. Questo valentuomo aveva perduto la vista da qualche anno e i dervisci, che aveva consultato, avevano parlato di una cataratta. Volle sapere ciò che io ne pensassi, perchè la mia reputazione nella scienza medica è così ben stabilita in Asia come può essere a Parigi quella del Dottor Andral[11]. Gli potevo dare qualche speranza perchè non scorgevo una vera cataratta e gli consigliai una cura che intraprese senza esitazione e che, sin dall'inizio, gli procurò qualche sollievo. Bastò perchè il buon vecchio concepisse una grande amicizia per me. Mandava tutte le mattine i suoi coadiutori a prendere le mie notizie, ed a mettersi a mia disposizione per tutte le spedizioni e le ricerche che volessi fare. Quei bravi mufti mi offersero, fra le altre distrazioni, la visita di un celebre convento di dervisci situato nella città stessa ed io accettai con premura la loro proposta.
Questo nome di dervisci compare spesso in tutti i racconti orientali ed in tutti gli scritti che trattano dell'Oriente e de' suoi costumi, ma, se io vedo bene, l'idea che ci si dà di tali personaggi è inesatta ed incompleta. Dal canto mio m'ero sempre rappresentato il derviscio come un frate mendicante mussulmano, un sant'uomo a modo suo, sottoposto ad una regola più o meno austera, subordinato a capi appartenenti ad una gerarchia sacerdotale, e costretti ad adempiere compiti di beneficenza e di sacrificio. Un personaggio così foggiato dalla fantasia non assomiglia affatto al vero derviscio. Derviscio può diventare istantaneamente qualsiasi mussulmano purchè si leghi al collo od infili nella sua cintura un talismano qualsiasi, una pietra raccolta sul territorio della Mecca, una foglia secca caduta da un albero che dia ombra al sepolcro di un santo o qualunque altra cosa di suo gusto. In mancanza di reliquie può scegliere semplicemente un corno nel quale soffia a date ore del giorno od anche un semicerchio in ferro innastato su di un bastone destinato a reggere il suo capo nei brevi momenti nei quali è supposto abbandonarsi al riposo, ciò che vuol dire che il santone si è condannato alla veglia perpetua. Difatti il bastone che porta all'estremità questo semicerchio che deve servire da cuscino, non rimane fermo che per un miracolo d'equilibrio e, non appena l'asceta ha chiuso gli occhi, il bastone oscilla, cade e sveglia il dormiente. Vi sono poi dervisci che si accontentano di portare in testa una pelle di capra a foggia di berretto in punta e questa strana decorazione basta ad assodare, in favore di chi la porta, il diritto al titolo di derviscio ed alla venerazione dei fedeli. I dervisci hanno raramente un domicilio stabile; quasi tutti viaggiatori, vivono, cammin facendo, di elemosina, salvo a trasformarsi in ladri quando non basti loro la beneficenza nazionale. Sono chiamati talora a guarire gli infermi, uomini o bestie, a far cessare la sterilità delle donne, delle cavalle e delle mucche, a scoprire i tesori nascosti nel seno della terra, a cacciar gli spiriti maligni che abbiano stregato le greggi o le ragazze, insomma ad intervenire in tutto ciò che ha del maraviglioso. Come ogni buon mussulmano essi hanno delle mogli, ma le lasciano nel villaggio dove sono nate, mentre proseguono i loro eterni pellegrinaggi scegliendosi una nuova sposa quando si sentono troppo soli, e abbandonandola quando siano ripresi dalle attrattive del vagabondaggio. Accade talora che un derviscio ritorni dopo qualche anno per ritrovare quella delle sue mogli che gli abbia lasciato i più teneri ricordi. Se la donna lo ha atteso riannoda il matrimonio per qualche tempo; se quella ha trovato di meglio od ha perduto la pazienza si scusa come può e non ha nulla da temere dalle vendette del suo primo sposo. Bisogna riconoscere che questi costumi sono assai facili e non hanno nulla di crudele.
Tale è nella realtà il derviscio, spoglio delle virtù che gli hanno attribuito novellieri e viaggiatori. In sostanza non è che un fannullone, un impostore che diventa talora brigante colla complicità delle circostanze. Qua e là vi sono però delle associazioni di dervisci che vivono in comune ed obbediscono a dei superiori. Esse sono molto più rispettabili dei loro confratelli erranti e si consacrano particolarmente a talune opere buone, espressione che nei riguardi dei dervisci esigerebbe un commento, perchè si vedrà fra breve a qual genere di opere buone si dedichino i dervisci regolari di Angora. Non dimentichiamo poi che l'ortodossia dei dervisci è molto problematica e che uno dei loro ordini in ispecial modo, quello della «Pietra della salvezza», è molto sospetto di indifferentismo riguardo al Profeta ed a' suoi precetti.