Non saprei veramente qual motivo abbia potuto determinare tanti personaggi illustri a venir a morire in una città così poco importante come Kirsceir, il cui nome è sconosciuto a tutte le carte. Per una ragione o per l'altra, certo è che la città è popolata, ricinta di tombe. La maggior parte sono moschee, costituite da una specie di cappella o di cupola, alla quale si giunge per una scala esterna, e sotto la quale giacciono le ceneri del morto. Uno di questi monumenti è, a dir il vero, un lavoro mirabile, sia per la vastità delle sue proporzioni, che per la grandiosità del disegno, la ricchezza e l'eleganza dei particolari. Forma una gran sala con dodici pareti, ciascuna aperta su una stanza in ismalto azzurro, riservata un tempo come abitazione di un derviscio. Questi dodici dervisci avevano la mansione di vegliare e pregare sulla tomba. Accanto a questo edificio sorge un minareto benissimo conservato, in terra cotta, di una tinta più pallida di quella dei nostri mattoni, intramezzata di smalto bleu che risalta gradevolmente su quel fondo grigio rossastro. I muri del monumento sono ricoperti, nella loro parte superiore, da iscrizioni che non si possono esaminare nè copiare senza l'aiuto di una scala, tanto sono collocate in alto. Non mi sembravano scritte in caratteri turchi e, avendo domandato agli abitanti in quale lingua fossero redatte: in arabo mi fu risposto da taluni, in turcomano, da altri. Questa seconda versione mi parrebbe più plausibile, perchè i caratteri arabi non sono diversi dai turchi. In tal caso non potremo mai tradurre queste iscrizioni, perchè i caratteri turcomani non sono più in uso, e non credo che esista, nemmeno nel collegio di Francia o a quello della Propaganda a Roma, un professore che conosca il turcomano antico o letterario. Quel popolo ora non parla che il turco, anzi, a sentirlo, dovrebbe essere il turco più puro.
Rimanemmo un giorno a Kirsceir per fare qualche provvista ed il secondo giorno dopo il nostro arrivo ci rimettemmo in cammino. Da che avevamo lasciato Angora, il paesaggio aveva preso un aspetto sempre più cupo, pioveva, i villaggi divenivano sempre più rari e la popolazione malevola. Si continuò a peggiorare da Kirsceir a Cesarea. Camminavamo delle giornate intiere nel fango, quando non era nella neve, fra montagne tagliate a picco, o arrotondate come delle zolle, senza poter posare lo sguardo su una linea gradevole o per lo meno nuova. Nei miseri villaggi ove passavamo la notte, non scorgevamo che dei visi torvi, talora anzi minacciosi e non udivamo che insulti. La nostra scorta di regola non ci serviva a nulla e talvolta poteva anche esserci di danno, rappresentando agli occhi di quel popolo scontento l'autorità di cui gli pesa il giogo. Ci avvicinavamo per altro a Cesarea. Sbucando fuor da una gola stretta e fosca che si apriva fra montagne nude, di una roccia grigia, ci ritrovammo in una immensa pianura, limitata ad occidente ed a mezzogiorno da catene di montagne. Questa pianura è tagliata da tanti corsi d'acqua che nella maggior parte non consiste che in paludi, dimora di una moltitudine di anitre selvatiche. All'imperatrice Elena[13] è attribuita, come tutte le opere analoghe di origine antica, la strada selciata che si inoltra fra quelle acque stagnanti; il menomo scarto dei nostri cavalli ci avrebbe precipitato in un mare di fango. Lontano, dal lato di mezzogiorno, e quasi al piede delle montagne, una linea incerta e rossastra ci indicava Cesarea[14]. Ci eravamo fermati a far colazione in un paesino perduto in mezzo alle paludi, ove ci avevano offerto in abbondanza un latte buonissimo. Stavamo per risalire sui cavalli, quando vedemmo accorrere a briglia sciolta un cavaliere vestito press'a poco all'europea che mise piede a terra e, presentandomi una lettera, ci rivolse un saluto in italiano.
Era la prima volta dopo la nostra partenza dalla vallata d'Eiaq-Maq-Oglu che una voce umana ci rivolgeva la parola in una lingua famigliare e cara. Il messaggero non era però che un greco, ma aveva vissuto per lunghi anni in mezzo agli europei ed aveva acquistato i modi e le abitudini dell'Occidente. Il suono di quegli accenti, così ben noti e da tanto tempo stranieri a' miei orecchi, mi aveva tanto scossa che non apersi subito la lettera e restai per qualche istante pensierosa. Chi mi scriveva era il console inglese di Cesarea, il signor Sutter, che è il solo ad esercitare un compito di ospitalità a favore di tutti gli europei di passaggio. Egli mi annunciava che una casa da lui approntata era a mia disposizione e che il suo cavass era incaricato da lui di accompagnarmi fino a quella dimora. Stavamo dunque per partire quando una cavalcata, questa volta molto numerosa, comparve nelle vicinanze del villaggio e vi si fermò, mentre due cavalieri venivano a congratularsi, in nome del pascià e dei principali cittadini, del nostro arrivo nella loro città. Il pascià mi mandava inoltre un cavallo con una ricca bardatura sul quale mi invitava a fare il mio ingresso in Cesarea, cortesia un poco imbarazzante, giacchè non mi sorrideva di cambiare il mio cavallo al quale era tanto avvezza, con uno che non conoscevo. Il nostro ingresso nella città di Cesarea si effettuò colla maggior pompa. La nostra cavalcata era composta di più di trenta persone, parecchie delle quali vestite con tutto il lusso che implica tuttora l'Oriente. A dir il vero noi non facevamo troppo buona figura, colle nostre vesti sdruscite e maltrattate dalla polvere e dal fango, in mezzo a quei colori smaglianti ed a quei sfarzosi ricami di oro e di seta. Nondimeno tutti gli sguardi si fermavano sopra di noi, nello stato in cui eravamo o meglio in cui ci aveva ridotto il viaggio. Eravamo ospiti di un ricco negoziante armeno, padre di una numerosa famiglia. La sua figlia maggiore, già sposa e madre, era ritornata ad abitare nella casa paterna mentre suo marito viaggiava per commercio. Alcuni parenti, che dimoravano nella provincia, si erano riuniti presso il ricco negoziante per godere degli ultimi giorni del Carnevale e dei suoi divertimenti. Le tre o quattro camere che compongono una casa in quella parte del mondo erano ricolme di una quantità di donne, di giovinette, di ragazzi e di bimbi, in abito di gala come se dovessero andare ad una festa e ciò dall'alba al tramonto e dal cader della notte al mattino, giacchè in Oriente non si usa svestirsi per andare a riposare. Potete rivedere il mattino, tanto presto quanto volete, quelle stesse acconciature che avete scorto la sera prima, naturalmente un po' spiegazzate. È un uso generale che non presenta grandi inconvenienti per i ricchi i quali possono cambiar d'abito nel corso della giornata come noi facciamo nell'andare a letto e nell'alzarci; ma gli effetti sono disastrosi nei poveri che tengono sul loro corpo gli stessi stracci durante un mese ad anche più.
Ho detto testè che eravamo alla fine del Carnevale ed i miei ospiti mi ritenevano ben fortunata di esser giunta in tempo per godere di questi divertimenti più semplici che numerosi. Tutte le feste avevano per teatro i tetti delle case che, comunicando con scalette od anche con scale a mano, costituiscono una specie di pubblica piazza, ove gli abitanti di uno stesso quartiere circolano liberamente pur restando al riparo da un'invasione di estranei. La popolazione armena di Cesarea (il numero dei greci vi è assai ristretto) se ne stava dunque tutta quanta in cima alle sue case, dal principio alla fine del giorno, nelle più ricche vesti. Per gli uomini il maggior lusso consiste nella bellezza delle loro pelliccie; ma le donne non sono contenute in fatto di acconciatura in limiti così rigidi. Portano, come tutte le donne in oriente, pantaloni larghi, lunghe vesti che formano come delle guaine aperte sui fianchi per dar adito al rigonfiamento dei pantaloni, vari corpetti, messi l'uno sopra l'altro, di stoffe e colori diversi, una sciarpa attorcigliata alla vita, un fez, capelli a treccie pendenti e sovra tutto ciò monili formati di monete. I modi di combinare le varie parti di quest'abbigliamento possono variare come anche la disposizione degli accessori e degli ornamenti. Le armene di Cesarea si segnalano, fra le donne delle altre città dell'Asia Minore, per la delicata armonia dei colori delle loro stoffe, per la ricchezza ed il buon gusto dei ricami che adornano le loro bustine ed anche per l'acconciatura del capo. Queste donne eleganti non si avvolgono il capo con quelli orribili fazzoletti di cotone stampato che ogni anno dalla Svizzera sono spediti in Asia a migliaia. Il fondo del fez ed il fiocco che ne pende sono ricamati in oro ed anche, talvolta, in perle. I capelli formano dodici o quindici treccine di uguale lunghezza che scendono più in basso che sia possibile; ma qui le monete, che sono d'oro, non sono relegate all'estremità delle treccie, sono cucite su un piccolo nastro nero che si applica poi sulle treccie a mezza strada fra la nuca e le reni, così da formare un quarto di circolo rilucente che spicca, in modo caratteristico, sulla tinta scura dei capelli. Una profusione di questi stessi zecchini copre la parte anteriore del fez, pende sulla fronte e dalle orecchie, cinge d'una corazza il collo, il seno e le braccia. Fra tante monete si trovano pure altre gemme; così fiori in diamanti sono collocati in giro al fez o sui capelli che incorniciano la fronte; fermagli in pietre preziose, collane o catene di perle servono ad abbottonare la bustina sotto il seno, o passano sotto il mento andando da uno all'altro orecchio. Le figlie da marito di genitori ricchi sono le più sontuosamente adorne perchè portano indosso, a guisa di giojelli, tutta la loro dote che sale talora a somme molto forti; è vero che, dopo qualche anno di matrimonio, gli zecchini e le pietre tendono a diminuire, ciò che mi indurrebbe a credere che la dote delle giovani armene di Cesarea non è così garantita come quella delle nostre signorine europee dalle usurpazioni maritali.
Era effettivamente uno spettacolo curioso quello di tutte queste signore che si pavoneggiavano all'aria aperta coi loro diamanti, a una altezza che nei nostri paesi non è aggiunta che dai gatti e dagli spazzacamini. Esse passeggiavano, si facevano delle visite, sempre sui tetti e si dedicavano lietamente ai giochi ed ai balli. Musicanti girovaghi andavano e venivano ed appena apparivano su una terrazza, quelle vicine riversavano su di essa tutti i loro abitatori più giovani, poi il ballo cominciava intorno ai suonatori. Non vi è che un ballo in tutto l'impero ottomano ed è lo stesso per i turchi, gli arabi e tutte le nazioni mussulmane sparse sul territorio dell'impero; è lo stesso per i greci e gli armeni sudditi della Sublime Porta, ed a dire il vero quest'esercizio così diffuso merita a stento il nome di ballo. Due persone dello stesso sesso, ma sempre vestite da donna, si collocano l'una in faccia all'altra, recando in mano delle castagnette se le hanno, e se non le hanno, due cucchiai di legno che ne fanno le veci od anche con nulla in mano; ciò che è di rigore è il moto delle dita e la pantomima delle castagnette. I due ballerini piegano e stendono, o per essere più esatti, stirano le braccia, scuotono rapidamente le anche, mentre fanno ondeggiare più adagio la parte più alta del corpo e scuotono leggermente i piedi senza per altro staccarli dal suolo. Mentre proseguono queste varie contorsioni, si avanzano, arretrano, girano su sè stessi ed intorno a chi sta loro dirimpetto, mentre la musica, che consiste, di solito, in un tamburo a sonagli, in una gran cassa ed in un piffero da pastore, segna il tempo vieppiù concitato. Non so cosa questa danza possa avere di grazioso; ma gli occhi meno esperti sono subito colpiti dalla sua indecenza.
A Cesarea avevo potuto osservare i turchi nell'abbandono di una festa popolare. Uno di quei contrasti che riserba spesso l'Oriente, mi doveva colpire a breve distanza da quell'antica capitale, a Giudiesu[15], città ove trovai una popolazione greca rinomata per la sua attività commerciale. Di lì vengono i principali droghieri di Costantinopoli. Scesi nella casa di uno dei maggiorenti che era stata posta a mia disposizione e mi fu servita una colazione abbondante preparata secondo gli usi locali, tanto diversi dai nostri che non ho mai potuto acconciarmivi. Il riso cotto, che per noi è una minestra, è sempre servito alla fine del pasto, del pari che il piatto forte, che può consistere anche in un capretto od in un agnello tutto intero. È vero che indipendentemente dal riso è talora servita una zuppa, ma fatta col sugo di limone e quindi insopportabile per dei palati europei. Il resto del pasto è costituito da quindici o venti piattini: palline di carne tritata, legumi d'ogni specie cotti nell'acqua o nel grasso, zucchette condite coll'aglio e col latte agro cagliato, paste di riso o di avena pestata avvolte in foglie di vite crude, «purée» di zucca, pasticceria e marmellate servite in mezzo a tutto il resto; frutta secca e candita, frutta fresca o maturata nella paglia, miele, farina d'avena cotta nel latte e nel miele, infine tutto ciò che può soddisfare l'appetito più vigoroso ed il gusto meno difficile. Siete condannati a non bere durante tutto un pasto così mostruoso perchè l'uso vuole in Oriente che non si mescolino i cibi solidi ai liquidi. Finito il pranzo vien portata una compostiera od una grande coppa piena di «Scerbett» cioè di acqua e siroppo, con intorno una fila di cucchiai di legno; ognuno dei commensali ne prende uno e l'immerge alternatamente nel «Scerbett» e nella sua bocca quante volte gli garba.
Mi ero alzata da tavola quando mi fu annunciata la visita delle autorità e degli ottimati locali e del clero greco. Questi si compone di un vescovo o patriarca, de' suoi coadiutori, e di un giovane prete stabilito da poco nella città come capo di una nuova scuola fondata pe' ragazzi greci. Questo sacerdote che aveva una fisionomia intelligente, dolce e triste, insegnava a leggere e a scrivere il turco ed il greco nonchè l'aritmetica, la geografia, il catechismo, un po' di storia e di francese. Aveva circa 300 scolari di cui un po' meno di un terzo erano fanciulle. Mi aveva invitato a visitare la sua scuola: glielo promisi ed egli, tutto contento, se ne andò per prepararsi a ricevermi, faccenda di maggior conto ch'io non potessi pensare. Ritornò un'ora dopo ad annunciarmi che tutto era pronto e che i suoi allievi mi aspettavano. Partiamo, traversiamo una parte della città e, tirandoci dietro quasi tutta la popolazione, arriviamo all'edificio della scuola che parrebbe molto bello anche in Europa. Costrutto in cima alla montagna, accanto alla cinta murata, esso domina in tutta la sua ampiezza la conca occupata dalle case di Giudiesu. Un portico sostenuto da colonne serve da vestibolo ad una sala vasta, ben illuminata e ben arieggiata, arredata con banchi e leggii ed in fondo una cattedra per l'insegnante. Tutto, dai banchi ai leggii, dai quaderni ai libri era di una nettezza scrupolosa ed avrei proprio potuto credermi trasportata in una cittadina della Germania o della Svizzera. Ammiravo l'influenza salutare che un uomo illuminato ed attivo può esercitare su tutta una popolazione e non volevo tardare ad esprimere tutta la mia soddisfazione al degno ecclesiastico autore di quei prodigi, senonchè il valent'uomo pensava allora a ben altro che a ricevere delle congratulazioni. Egli ci aveva preceduto per correre alla scuola e lo vedemmo tosto dirigersi verso di noi in abiti pontificali e guidando i suoi allievi che dietro a lui cantavano inni greci. Si allinearono nel vestibolo per lasciarci passare, e al nostro seguito entrarono nella sala; dovetti salire sulla cattedra e prendervi posto mentre il professore disponeva gli scolari in due file in faccia a me. Cessati i canti greci furono sostituiti purtroppo con altri in francese composti sul momento in mio onore e di cui ebbi una copia scritta di propria mano di uno degli allievi. Da quella strana poesia fui condotta alla conclusione che gli allievi avevano ben poco da perdere se la lezione di francese dovesse cessare di far parte del programma dei loro studii; nondimeno è un gran passo nell'incivilimento di quella popolazione orientale il propagarvi in tal guisa la conoscenza, sia pure superficiale, di una lingua europea. I più ricchi abitanti di Giudiesu avevano eretto la scuola a spese loro e, fatto venire il professore dall'isola di Candia, gli pagavano seimila piastre (all'incirca mille cinquecento franchi) all'anno. È un esempio che i greci del resto dell'impero hanno veramente torto di non imitare ed incoraggiare. Informatami dell'appoggio che i greci di Giudiesu avessero potuto trovare nel concorso a tale iniziativa dei loro compatrioti di Costantinopoli, venni a sapere con mio rammarico che questi ultimi avevano assistito quasi indifferenti ad un simile saggio di rivoluzione pacifica, come può ben definirsi l'apertura di una tale scuola in una povera cittaduzza dell'Asia Minore. Ma temo assai che il prete, consacratosi con tanto zelo e con tanta abnegazione a quest'opera di incivilimento, non abbia a soccombere fra breve ad una fatica così grande. Come potrebbe infatti bastare un sol uomo ad educare ed istruire centocinquanta fanciulli e settanta fanciulle? Devo soggiungere purtroppo che, in tutto il mio viaggio in Asia Minore ed in Siria, non ho mai visto nulla che, nemmeno alla lontana, mi potesse rammentare la scuola ed il professore di Giudiesu.
Qualche giorno più tardi camminavamo in mezzo a montagne sempre più alte che preannunciavano la catena del Tauro. Mi ricordo di una notte passata ai piedi di una di quelle montagne che porta il nome di Allah-Daghda[16]. Sostammo per la notte in un piccolo villaggio: il caldo era eccessivo quando smontammo di cavallo in pieno mezzogiorno; ma non appena il sole era scomparso dietro le cime dell'Allah-Daghda, la neve cominciò a cadere ed il freddo divenne intollerabile. Ci chiudemmo nella parte della stalla che ci era stata destinata e là, avvolti nelle pelliccie, ascoltavamo il fragoroso soffiare della tramontana che, dapprima impetuosa, finiva per cadere alla base delle roccie. Da qualche momento la tempesta era stata seguita dal silenzio ed io sentivo che il sonno a poco a poco gravava sulle mie palpebre, sulle mie membra e sui miei pensieri quando fui riscossa di soprassalto da un colpo battuto alla porta. Un uomo della scorta mi mandava a chiamare in gran fretta perchè stava male e si credeva in pericolo di morte. Alzatami mi copersi alla meglio con tutti i mantelli che trovai a portata di mano ed escii con colui ch'era venuto a cercarmi. Ma mi fermai appena posto il piede sulla soglia rimanendo estatica ad ammirare. Era notte alta da gran tempo; là dove prima fosche nubi serravano tutto l'orizzonte precipitandosi come masse d'ombra nelle strette gole delle montagne, io non scorgeva sopra il mio capo che un cielo turchino come lo zaffiro, sparso di stelle così scintillanti che l'occhio ne era abbagliato. La luna raggiava sopra l'Allah-Daghda, diffondendo sul villaggio e sul tappeto di neve circonvicino la sua luce dolce. Nemmeno un soffio d'aria moveva i rami degli alberi che sorgevano qua e là intorno alle case. Era una delle più belle notti che avessi ammirato in vita mia ed il suo fascino era accresciuto dalla serata tempestosa alla quale succedeva quasi senza transizione. Attraversai il villaggio addormentato e le strade deserte per giungere alla capanna occupata dal malato che si trovava all'altra estremità di quel gruppo di case. Il poveretto era semplicemente in preda ad un delirio manifestatosi in lui come in un accesso. Gli feci prendere un calmante, lo tranquillai come mi fu possibile e rientrai nel mio antro.
Di buon'ora giungemmo l'indomani a Medem[17], che è città ben nota nell'impero turco in grazia delle sue miniere di piombo. Fui alloggiata dal Direttore delle miniere che ne aveva pure l'appalto e che mi accompagnò a visitare i forni, primitivi quant'altri mai. Il minerale veniva gettato in grandi buche in mezzo alla fornace, donde il piombo liquefatto esciva traverso piccoli canali scavati nella terra e veniva a cadere ed a raffreddarsi in una cavità aperta sotto alla fornace. Qua e là nella montagna vi sono parecchie di queste miniere, in maggioranza non ancora sfruttate. Se osservavo la quantità di piombo che esciva continuamente dai forni, il numero ristretto degli uomini che accudivano all'estrazione e l'estrema semplicità dei mezzi adoperati dovevo concludere che la speculazione fosse propizia all'intraprenditore. Lo pregai di darmi qualche indicazione sulle spese ed i profitti dell'impresa. Egli non domandava di meglio, ma sgraziatamente mi accorsi subito che si era cacciato in un'iniziativa per lui temeraria non essendosi mai posto i quesiti intorno ai quali io l'interrogavo. Mi chiese allora il permesso di far venire il suo amministratore che sarebbe stato meglio in grado di illustrarmi i particolari, come egli li voleva chiamare; ma padrone e collaboratore erano allo stesso punto. Rinnovando le mie domande in varie forme, ottenni che i due «Effendi» cominciassero a darmi qualche risposta colla quale provavano per altro che non mi capivano, sicchè era ancora peggio di prima.
Medem è alle porte del Tauro, e appena si è perduta di vista la città ci si ritrova in mezzo alle montagne note sotto questo nome. Per Tauro, Anti-Tauro, Libano, Anti-Libano non sono designati monti come il San Bernardo, il Sempione, il Monte Bianco, bensì grandi catene di montagne come le Alpi, gli Appennini, i Pirenei, racchiudenti vasti territori ed una molteplicità di cime e di vallate. Ci occorsero cinque giorni per traversare il Tauro, cioè per andare da Medem ad Adana[18]. Consacrammo quei giorni ad errare di valle in valle, percorrendo un paese magnifico, ma completamente deserto, senza un villaggio e solo qualche rovina in cui gli armeni od anche qualche turco intraprendente hanno stabilito delle locande per i viaggiatori. Inutile descrivere quei cinque giorni, insistere sui soliti incidenti che derivano sempre in certe parti dell'Oriente dal cattivo stato delle strade e degli ospizii. Più di una tappa faticosa mi separava tuttora dal termine di questo primo periodo di viaggio di cui mi preme di affrettare il racconto. La società turca, quale può essere osservata in regioni che gli europei non visitano quasi mai, è tratteggiata in questi primi quadri della mia vita nomade. Ad Adana si entra in una contrada che è la parte dell'Oriente meglio nota ai viaggiatori od almeno creduta tale, ed ove l'azione della civiltà dell'Occidente si fa sentire in modo più diffuso. Avrei potuto ormai osservare i Franchi accanto agli Orientali ed ero abbastanza iniziata alla vita intima di questi ultimi per poter paragonare a mio agio le due società così avvicinate in ciò che esse hanno di essenziale e di caratteristico.