II. LE MONTAGNE DEL GIAURRO
L'HAREM DI MUSTUK BEY — LE DONNE TURCHE

IL GIAUR DAGHDA — UN VILLAGGIO FELLAH — IL PASCIÀ D'ADANA

Dal giorno in cui avevo lasciato la tranquilla mia vallata nell'Asia Minore avevo avuto, come si è potuto vedere, non poche occasioni di avvezzarmi agli stenti ed ai pericoli della vita dei viaggiatori nel Levante. Da Angora ad Adana mi ero fermata poco e di rado, mentre le marcie erano state faticose e quasi continue. Pertanto i pochi giorni che passai ad Adana, giorni di riposo e di festa rallegrati dalla presenza di europei ed anche di italiani, mi hanno lasciato un ricordo gradevole. Debbo dire che il fascino di quel mio soggiorno mi era aumentato dall'idea che avrei dovuto affrontare altri pericoli appena lasciata la città.

Sul punto d'intraprendere una spedizione abbastanza pericolosa attraverso il Giaur-Daghda (montagne del Giaurro), mi sentivo meglio disposta ad apprezzare qualche momento di calma trascorso in mezzo ad amici devoti. Vi è in ogni vita attiva qualcuna di queste tregue, quasi sempre troppo brevi e che hanno un incanto tanto maggiore quando devono esser seguite da un domani avventuroso.

Ma cos'era dunque questo Giaur-Daghda, che mi si descriveva ad Adana con colori così poco rassicuranti? È una catena di montagne tre volte più vasta dell'Alvernia e con una popolazione di 500 mila anime. Io ripeto quanto mi è stato detto senza garantire nulla. Questa popolazione è divisa in due gruppi che potrebbero essere chiamati dei deboli o sedentari e dei forti o nomadi: i primi abitano i villaggi, i secondi errano lungo le strade. Converrà parlare degli uni e degli altri.

La parte sedentaria e pacifica di questa popolazione consiste in vecchi, in donne e in bambini; numerosi villaggi sparsi sul fianco delle montagne o celati in fondo alle valli sono il loro rifugio. Il mussulmano, bisogna riconoscerlo, ha un gusto istintivo per le bellezze della natura. Fabbrica sempre i suoi villaggi all'ombra di begli alberi, nel mezzo di verdi aiuole od in riva a limpidi ruscelli. Se gli domandate le ragioni che gli hanno fatto scegliere un posto più di un altro per dimorarvi, sarà imbarazzatissimo a rispondervi, perchè non saprebbe spiegare a sè stesso le sue preferenze. Quand'egli cerca le posture pittoresche obbedisce al medesimo istinto che guida l'aquila fra le roccie, che spinge la rondine ad annidarsi sotto ai tetti, il passero a rifugiarsi nei giunchi, la quaglia a nascondersi nel grano. Egli ha udito ai piedi di un albero, sulla vetta di quella collina il gorgoglio dell'acqua fra le erbe alte od il fruscio del vento nel bosco vicino: l'ombra gli è parsa gradevole e l'aria imbalsamata e si è fermato. A qual pro andar più innanzi? Così sorge un villaggio turco laddove la vita è parsa facile e la natura aveva l'aspetto ricco ed attraente. I greci, ben diversi dai turchi, non vedono che il lato positivo nella collocazione dei villaggi. Nella scelta di una dimora si preoccupano, a ragione, che il terreno sia solido, le pietre per costruire abbondino e non manchino le comunicazioni coi mercati periodici. I greci non disdegnano la vicinanza degli alberi, ma allo scopo di fare assi dei tronchi e fascina dei rami. Così a prima vista e da lungi un villaggio greco si può distinguere da uno turco. Il primo è triste e repugnante, attraente il secondo; ma purtroppo la differenza cessa quando si penetra nelle strade. Vedute da vicino le case greche e le case turche si rivelano tutte egualmente brutte, tetre ed inabitabili.

Gli abitanti validi del Giaur-Daghda non s'incontrano, come ho detto, che lungo le strade e quei rozzi montanari non sono vicini molto comodi. Guai alle carovane che essi sorprendono ed alle tribù che vivono nel raggio delle loro incursioni! Ogni popolazione che abita in case di legno facili a bruciare o che non ha granaio per ricoverare i suoi cereali è trattata da nemico dagli abitanti del Giaur-Daghda dediti alle avventure. Perciò le strade che attraversano il loro paese sono le meno frequentate che esistano al mondo. Un bey, dipendente dal pascià di Adana, delegato del potere imperiale, dovrebbe, è vero, governare nelle montagne del Giaurro, ma non si può negare che il potere centrale qui non esiste che in apparenza. Per quanto gli ordini di Costantinopoli possano essere promulgati nel Giaur-Daghda, imponendo leve e tasse, non troverete un montanaro che indossi l'uniforme o che versi un centesimo al fisco. Agiscono così, non per vigliaccheria, ma per amore della vita indipendente. Il Levante novera molte popolazioni nello stesso caso e dalla Siria all'Egitto potrete incontrare i Drusi, gli Ansariani, i Mettuali, ecc. Tanti popoli ad un tempo non potrebbero esser fronteggiati che da eserciti così numerosi come quelli di Senacheribbo e per ottenere qualcosa da schiatte così indomite è preferibile ricorrere ai mezzi pacifici. Nondimeno talvolta scoppiano delle crisi ed un pascià si risolve a mandare alcune compagnie di fantaccini contro le tribù ribelli. Queste allora hanno due vie da seguire: o si ritirano in massa in rifugi sicuri e lasciano le truppe regolari in balìa dei rischi di marcie mal sicure, in paesi deserti, oppure sdegnose della tattica di Fabio prendono l'offensiva, dopo essersi assicurate una grande superiorità numerica. Per esempio 25,000 montanari affrontano un migliaio di soldati, gesto che di regola basta a terminare le ostilità. Le truppe rientrano nelle loro caserme; i montanari riprendono le loro faccende e si ristabilisce la buona armonia fra governo e popolo fino alla prossima leva od alla scadenza delle imposte.

Ecco il popolo di cui dovevo traversare il territorio dopo aver lasciato Adana. Aspettando il giorno della partenza vivevo come ho detto, molto piacevolmente. Ero lieta di dimorare finalmente in quella vecchia terra delle palme e dei cedri, fra genti arabe che nel tipo e nei costumi evocavano ai miei sguardi le splendide scene della Bibbia. È sotto il cielo d'Oriente che dovreste leggere le pagine dell'antico Testamento. I casi del vecchio Giobbe, fra gli altri, si rinnovano qui ogni giorno. La ricchezza di un abitante della campagna non consiste che nelle sue greggi; l'orientale non tiene capitali in deposito in una banca o presso un notaio. Il ricco non ha denaro in maggiore abbondanza del povero; ma ha i suoi granai, grandi buche scavate nella terra e riempite di grano avuto in cambio dei prodotti del bestiame, ha il bestiame stesso, dal quale ricava tutto ciò che gli occorre. Con questi cespiti, i granai e le greggi, il ricco deve pure mantenere una famiglia e un gran numero di servi, ha una tenda sempre aperta al viaggiatore o all'amico che presentandosi trova una tavola sempre servita, se si può dare questo nome al vassojo di stagno che piega sotto il peso di agnelli e di capretti arrostiti intieri e ripieni d'uva secca e di fichi. Ecco ciò che nel Levante si chiama un ricco proprietario, un gran signore; ma che accadrà di lui se un'eruzione infetta le greggi di questo potente? Se un fiume inonda i suoi granai? Esattamente quello che è accaduto al vecchio Giobbe, giacchè non gli rimane che la terra che qui non ha alcun valore venale. Io non dubito che vi sia a quest'ora più di un Giobbe in Oriente, e, se molti secoli ci separano dai tempi biblici, si può dire che le grandi famiglie arabe, dalle quali furon tratti quei tipi, hanno serbata intatta in fondo la loro fisionomia e che, a differenza degli altri popoli, non hanno subito profonde metamorfosi.

Io osservava con un'attenta simpatia i costumi orientali quali mi si presentavano dal mio arrivo ad Adana, quando un medico piemontese, il signor Orta, stabilito da parecchi anni in Oriente e possessore di una bellissima collezione di antichità, mi propose di andare a visitare un villaggio fellah non lontano dalle porte di Adana. Rimasi male, perchè io credeva che i fellah non vivessero che in Africa, sulle rive del Nilo. Il dottor Orta, vedendomi disorientata, venne in ajuto della mia erudizione presa in fallo e mi assicurò che questi fellah derivavano realmente da quelli d'Egitto ed erano stati qui trapiantati da Jbrahim Pascià. La mia sorpresa doveva però crescere ancora. Non appena avevo coordinato l'esistenza alle falde del Tauro dei fellah del buon medico, colle nozioni attinte sul loro conto in una quantità di libri eccellenti, ecco un altro abitante di Adana affermarmi che alquanti milioni di fellah indigeni della Siria vivono lungo tutto il litorale, da Tarso fino ai dintorni di Beyrut ed anche nelle montagne che dal litorale si protendono verso l'interno. Cosa potevano essere i pochi fellah del dottore dirimpetto a queste schiere di fellah disseminate in una gran parte della Siria, malgrado tutte le affermazioni dei viaggiatori che danno loro l'Egitto per culla? In realtà i fellah venuti dall'Egitto e quelli della Siria non si assomigliano affatto: i primi sono veri negri che alloggiano in grandi ceste di vimini ove trascorrono giorno e notte, obbedendo al capo della loro razza che onorano col titolo di re e che si distingue dagli altri per la sua lunga veste rossa e per un parasole rosso anch'esso, che uno schiavo tiene sempre aperto sul suo capo.

— Quali sono le attribuzioni di questo monarca?