Quanto agli altri fellah della Siria, che ho poi visto in buon numero, nulla li distingue dagli indigeni salvo le loro vesti ed i loro turbanti completamente bianchi. La loro origine è ignota; ma si sono stabiliti lungo le coste della Siria probabilmente da lungo tempo. Non è il caso di domandarsi perchè il tempo non abbia attenuato la diffidenza che isola questa razza dagli altri popoli dell'Oriente. La tenacia di sentimenti e di pregiudizi che regna fra gli orientali supera ogni immaginazione; io suppongo che i fellah ignorino perchè essi detestino e disprezzino i turchi e gli arabi allo stesso modo che questi non conoscono il motivo della loro esecrazione per i fellah, ciò che non impedisce nè agli uni nè agli altri di augurarsi scambievolmente i maggiori mali e di danneggiarsi tutte le volte che lo possono fare impunemente. I fellah possiedono od hanno in affitto quasi tutti i terreni coltivati di quelle contrade della Siria che essi abitano, mentre gli indigeni cacciano lungo le strade ed inseguono le carovane. Come accade nelle società semi-barbare, il lavoro non è punto onorato in Asia e gli oziosi, per non dire i briganti, guardano gli artigiani ed i coltivatori dall'alto della loro nobiltà. Arti e mestieri sono l'appannaggio dei greci e degli armeni e l'agricoltura è riservata ai fellah.

Sebbene poveri ed ignoranti, disprezzati ed odiati, essi hanno un'aria seria, dolce e melanconica e fatico a crederli così crudeli e perfidi come vogliono dipingerli. La loro religione è un mistero, e, a dir il vero, l'intolleranza dei mussulmani ha costretto tutte le genti non maomettane a compiere i loro riti in segreto. Solo i cristiani hanno osato proclamare a testa alta la loro fede di fronte ai mussulmani e perciò hanno sofferto persecuzioni e martirio. Quanto ai fellah, sono accusati a volte di adorare il fuoco oppure un animale favoloso o un idolo di legno, altre volte di non aver religione.

Dopo aver visitato quel villaggio in vimini volli far visita al pascià di Adana, premendomi di assicurarmene la protezione prima di penetrare fra i monti del Giaurro. Quando entrai nella corte che ha in fondo una torre quadrata di legno, che ospita l'alto funzionario, constatai ancor meglio il trapasso che avevo compiuto dal mondo turco all'arabo. L'Oriente turco non assomiglia affatto, ahimè, all'Europa; ma le si accosta assai più che non l'Oriente arabo, il quale reca l'impronta sua propria sia nelle sue ricchezze, sia nelle sue miserie. Molte cose vi sono sgradevoli, assurde, incomode, repulsive; noi vi ci troviamo via via a disagio, scontenti, inquieti, indignati; ma lo siamo in modo diverso che in qualunque altro luogo e indubbiamente, finchè questo stato di cose è per noi nuovo, tanta novità vale a compensarci di molti inconvenienti.

È difficile vedere qualche cosa di più brutto, sudicio ed irregolare dell'esterno del palazzo abitato dal pascià di Adana. La corte nella quale ero entrata è chiusa da un lato dalla torre quadrata di sua Eccellenza, e dagli altri tre lati con edifici ad un solo piano, le cui linee pesanti e disadorne corrispondono esattamente alla loro destinazione, a scuderie, prigioni e cucine. Un pajo di palmizi, colla corteccia in brandelli, ombreggiano qualche poco un angolo della corte. Questo recinto così mal decorato brulicava, quando vi entrai, di tante persone singolari nelle forme, nelle fisionomie, nei costumi, nella lingua, nelle movenze, che avrei voluto rimanervi un giorno intiero a contemplarle. Qua stavano degli arnauti albanesi colla loro veste bianca floscia e corta, le loro ghette rosse ricamate a lame metalliche, la loro casacca colle maniche spioventi ed il corpetto carico d'oro e di argento, giocando ai dadi sul pavimento lastricato della corte, ben decisi tutti ad un modo a non perdere la partita. Un poco più in là un beduino del deserto ritto accanto al suo cavallo nella cui briglia aveva passato il braccio, tutto avvolto in un immenso mantello bianco, salvo la testa coperta da un fazzoletto di seta gialla e rossa che ricadeva come un velo sul suo viso scuro e fiero, guardava con sdegnosa indifferenza i giocatori avidi ed impazienti reggendo colla mano la sua lunga picca di dodici piedi. Lungo i muri di destra splendidi cavalli arabi, attaccati da catene agli anelli di ferro infissi nella parete, ricevevano nitrendo e scalpitando le cure attente di palafrenieri egizi vestiti di tela turchina, piccoli, magri, di colorito quasi nero, ma vigorosi ed intelligenti. Infine, sporgendo un poco dal muro di sinistra, un piccolo spazio riservato fra la muraglia ed una palizzata di legno custodiva una decina di uomini seminudi, incatenati alle mani ed ai piedi, che tendevano le braccia chiedendo l'elemosina. Fra quei banditi rilevai dei visi espressivi e delle movenze che sarebber piaciute a Salvator Rosa; tutta la loro bellezza era nei tratti e nell'espressione viva, prepotente della brutalità delle passioni. Non potrei dire che quei visi sembrassero dimessi; non basta di avere un'anima, occorre sentire la presenza di quel divino ospite per soffrire, nella vergogna e nel turbamento, della sua decadenza. La Dio mercè, quasi tutti i delinquenti del nostro mondo occidentale recano in fronte le traccie di una lotta più o meno recente contro la loro perversa natura. Quella stessa aria di trionfo che risplende così spesso in viso al colpevole recidivo non rende anch'essa testimonianza della realtà di un interno combattimento? Qui si tratta di ben altro e purtroppo il delinquente non è un uomo profondamente diverso dal buon cittadino. Talune azioni sono riprovate dalle leggi umane, ma devo supporre che questa legge religiosa le ignori, perchè, se i colpevoli sono qualche volta puniti nel loro corpo, non perdono affatto la loro riputazione. In nessun paese io vidi mai un così gran numero di uomini entrare ed uscire di prigione con tanta naturalezza ed indifferenza.

Poichè parliamo dei prigionieri incarcerati dietro la staccionata della corte del pascià, debbo dire che il loro sguardo era così sicuro, forse anche più sicuro che il nostro mentre li stavamo guardando. Mi era impossibile di riconoscere in essi uomini che non avessero una natura diversa dalla nostra, effettivamente ignari del senso delle parole vizio e virtù. Anche in Europa mi furono additati più volte autori di grandi delitti come incapaci di comprendere il senso di quelle due parole; ma devono esser stati giudicati male, giacchè nessuno nella società cristiana può essere estraneo alla distinzione tra il vizio e la virtù. Solo all'infuori del Cristianesimo, anzi della natura primitiva, solo in seno ad una civiltà quasi altrettanto antica che la cristiana, ma basata su tutt'altri principii, si deve cercare questo fenomeno: un uomo senza coscienza!

Scorsi un altro gruppo poco numeroso nascosto in un angolo della corte, sotto una specie di tetto che sporgeva sopra una finestra. Questi uomini che contrastavano negli abiti e negli atteggiamenti col resto della folla variopinta erano ricchi negozianti armeni di Adana che forse per la ventesima volta venivano a chiedere un'udienza che il pascià si dimenticava sempre di accordare loro. I sudditi cristiani del Sultano ormai non hanno nulla da temere nè per le loro persone, nè per i loro averi; ma la timidezza è naturale nei figli delle vittime. Guardando i loro turbanti neri, le loro lunghe vesti sbiadite e lacere, l'espressione umile e timorosa del loro viso, la linea sempre curva della loro spina dorsale, potreste credervi ancora al tempo delle confische, delle spogliazioni, dei ratti e delle impiccagioni. Chiedendo loro di che temono, il loro spavento si accresce; se poi cercate di far loro comprendere che la crudeltà, la violenza, la cupidigia sono così estranee all'anima del giovane sultano come lo sarebbero a quella di un bimbo appena nato, rischiereste di farli svenire. Tutto fa loro l'effetto di uno spauracchio ed il meglio che vi resta a fare è di lasciarli rabbrividire quanto vogliono, per la paura che cercando di rassicurarli non abbiate a gettarli in un parossismo di terrore.

Avrei ben voluto fermarmi qualche momento in questa corte, ma gli amici che mi accompagnavano mi andavano ripetendo che la mia visita era già stata annunciata al pascià, che questi mi attendeva e che bisognava che ci affrettassimo. Quando fui giunta all'ingresso del vestibolo della torre quadrata, le loro esortazioni divennero superflue. Mi venne incontro una fiumana di segretari, sottosegretari, accenditori di pipe, tostatori di caffè, camerieri ed altri simili dignitari vestiti mezzo all'europea secondo l'uso di Costantinopoli. Facevano un gran baccano: e chi mi prendeva per il braccio, per l'orlo della mia veste o per un lembo del mio mantello, chi si slanciava innanzi per annunciarmi al padrone, chi infine chiudeva il corteo, sì che fui sollevata, come in un vortice, fino all'alto della scala. Ho una vaga idea d'aver camminato sui piedi, sulle ginocchia ed anche sulle mani di tutta una serie di sollecitatori che aspettavano l'udienza accoccolati sui gradini; ma in ogni caso quei disgraziati devono aver compreso che ubbidivo ad una spinta altrui, giacchè non udii levarsi dietro a me alcuna di quelle imprecazioni così naturali in circostanze simili e dalle quali forse neppur io avrei saputo trattenermi.

Trovammo il pascià nella sua sala d'udienza di cui tutto il lato sul quale si aprivano le finestre era accompagnato nell'intera sua lunghezza da un divano, secondo l'uso ottomano. Tutto il mobilio consisteva in tale sedile, una tavola rotonda posta in mezzo alla sala, un lampadario appeso sopra la tavola ed inoltre un piccolo scrittojo collocato sullo stesso divano accanto al pascià. Bisogna dire che tale divano non è un mobile che possa rimpiazzare i nostri sofà, ma una serie di assi che sono considerati un semplice rialzo del pavimento, tanto che la gente vi si siede sui tacchi come farebbe in mezzo alla stanza, giacchè qui non si crede possibile di sedersi dove non si è camminato o non si è rimasti in piedi. A casa mia, cioè nella mia fattoria d'Asia Minore, ho alcune seggioline intrecciate in isparto che mi sono state mandate da Milano; nei primi tempi del mio soggiorno in Turchia ebbi l'imprudenza di offrirle, come sedile, ad un bey, piuttosto corpulento, che veniva a farmi visita. Quale non fu il mio spavento allorchè lo vidi rialzare il suo abito come per eseguire un movimento difficile e porre il suo piede largo sulla mia seggiolina! La disgraziata fece udire uno scricchiolio di cattivo augurio ed il bey terrorizzato ritirò il suo piede e si sedette per terra. Da quel momento si radicò l'opinione nel paese che i Franchi sono incomparabilmente più leggeri che i Turchi poichè usano sedersi sui mobili che si sfasciano sotto il peso dei Turchi. A nessuno venne in mente che il modo di sedersi potesse influire su tale fenomeno.

Il pascià di Adana è cortesissimo, sembra intelligente ed abbastanza istruito. Credo abbia viaggiato, parla il francese e discorre volontieri cogli stranieri. Non avrebbe potuto essere più amabile con me; ma v'è sempre qualcosa che ci sorprende nel tratto di chi differisce così completamente dalla nostra educazione e dai nostri costumi. Il loro modo d'interrogare non può che imbarazzare l'interlocutore. M'era appena seduta al posto d'onore che il pascià mi aveva forzato ad accettare, ed avevo risposto ai complimenti di rito sul mio arrivo, il mio soggiorno e la mia partenza, quando il pascià mi indirizzò a bruciapelo domande simili:

— Cosa pensate che la Russia potrà fare in Oriente? Quanto credete che durerà in Francia la forma attuale di governo? Credete il movimento rivoluzionario represso per sempre in Europa?