Cercai invano di tergiversare e di declinare il compito di oracolo che mi si offriva, insinuando inutilmente che problemi così gravi e complessi non potevano essere risolti con poche parole ed in pochi minuti. Ma il pascià, senza badare alle mie scappatoje, ripeteva imperturbabilmente le sue domande. Finii per rassegnarmi e con tutta la mia presunzione risposi in tono serio qualche banalità, ciò che non impedì al pascià di sembrare incantato della profondità e della precisione delle mie idee.

Dopo ciò parlammo di cose meno gravi, fra l'altro del tempo che avrei impiegato per arrivare a Gerusalemme ed il pascià venne a sapere che intendevo viaggiare per terra. Il mio proposito lo allarmò visibilmente, come la maggiore delle imprudenze, «giacchè senza parlare degli arabi che infestano tutti i valichi del Libano» egli diceva «avrei dovuto attraversare, tra Adana ed Alessandretta, una parte dei monti del Giaurro che, a buon diritto, spaventano non meno delle regioni più mal famate del deserto».

— Ma perchè non andreste per mare? — mi ripeteva continuamente.

Ebbi allora l'idea di chiedergli se, rinunciando al mio progetto per imbarcarmi, avrei potuto trovare un battello a vapore che mi trasportasse da Tarso a Giaffa. La domanda era opportuna, giacchè il pascià guardò in viso i suoi segretari, confidenti e domestici che scossero il capo. Dopo qualche minuto di consulti e di discussioni in arabo, S. Ecc. finì per confessare che il passaggio del vapore aveva luogo molto irregolarmente, che Tarso non era uno scalo cioè uno dei porti toccati dal servizio di navigazione, che vi sarebbe forse un'occasione nel corso del seguente mese, ma che essa avrebbe potuto tardare tre mesi. Mi propose anche d'imbarcarmi su una nave a vela, ma quando gli ebbero obbiettato che nel golfo i venti soffiavano in tutte le direzioni e gli ricordarono tutti i naufragi dell'ultimo inverno, il buon pascià fini là dove avrebbe dovuto cominciare e concluse che, se volevo essere a Gerusalemme per le feste di Pasqua, dovevo prendere la via di terra.

Mi rimaneva da affrontare un ultimo argomento. Poichè stavo per attraversare questo terribile Giaur-Daghda ed il dado era tratto, sì che non vi era più luogo a smentirsi, si trattava di superare il pericolo. Il pascià mi aveva parlato del bey della montagna come di un uomo che conoscesse e stimasse in modo particolare e credetti di potergli chiedere senza indiscrezione qualche riga di raccomandazione. L'ottenni, anzi dovetti accettare una scorta di venti uomini; inoltre uno de' miei amici di Adana mi procurò un'altra lettera di un negoziante che aveva reso molti servizi al bey, sì che ormai mi consideravo al riparo dei pericoli. Preso congedo da quel gentile pascià, ritornai al mio alloggio per prepararmi alla partenza che ebbe luogo l'indomani mattina.

In una città del Levante la partenza, come l'arrivo, è una faccenda importante: tutta la città è in subbuglio. Anzitutto la curiosità, poi quel sentimento d'ospitalità di cui nessuno oserebbe mostrarsi privo, da ultimo la consuetudine fanno sì che per il momento qualsiasi viaggiatore, fosse pure insignificante per sè stesso, diventa una specie di idolo che non si saprebbe onorare abbastanza. Tutte le case gli si aprono, si scaldano per lui tutte le caffettiere e tutti i vasi di marmellate hanno la loro parte in queste cerimonie del saluto. Non voglio svelare la parte che vi hanno l'ostentazione, l'abitudine od i sentimenti davvero benevoli; tale ricerca sarebbe tanto più difficile in quanto che le proporzioni varierebbero da un luogo all'altro. Ciò che è certo si è che il viaggiatore non si sente straniero in una città che visita per la prima volta e dove non conosce nessuno. Come ho detto tutte le porte gli sono aperte, anzi si potrebbe dire altrettanto dei cuori; quanto alle borse lo sono di certo. Più di una volta mi accadde di esaurire la somma, colla quale avevo contato di raggiungere la residenza di un banchiere, quando non ero ancora a mezza strada. In un caso simile in Europa avrei interrotto il mio viaggio, e scritto al banchiere, presso il quale ero accreditata, di mandarmi il denaro là dove rimanevo ad attenderlo. Ma in Oriente, grazie all'irregolarità ed alla lentezza delle comunicazioni postali, il ritardo avrebbe potuto prolungarsi parecchi mesi. Non dovetti mai sottostare ad una così lunga attesa, giacchè fra tante domande che ovunque mi rivolgevano i miei ospiti ed i numerosi miei amici non mancava quasi mai questa: — Avreste bisogno di denaro? — E se rispondevo di sì, non vedevo dei visi lunghi, perchè le offerte de' miei bravi ospiti non erano vane formule di cortesia. Mi avevano offerto il denaro e me lo recavano colla stessa intonazione e collo stesso viso. Naturalmente non ho bisogno di dire che queste somme erano restituite puntualmente; ma chi lo garantiva a' miei ospiti?

Una volta in un villaggio in pieno Libano, ove avevo dovuto fermarmi oltre 15 giorni, dopo una serie di incidenti, un monaco carmelitano sopraggiunse e mi chiese perchè io non continuassi il mio viaggio. Gli risposi che avevo speso, con quella forzata interruzione, il denaro col quale avrei dovuto raggiungere Homs, ove avevo dei fondi e che vi avevo scritto di mandarmi del denaro. Il frate ritornava da Tripoli, dove si era recato per riscuotere alcune centinaia di piastre. Trattele dalla bisaccia che era attaccata alla sella del suo cavallo, me le consegnò dicendo: «Il mio convento è a pochi passi di distanza, io ed i miei confratelli potremo aspettare nelle nostre celle più facilmente che voi sotto le vostre tende. Arrivando ad Homs rimettete la somma al tale.» Mi diede le istruzioni sul modo di fargliele pervenire e riprese la sua strada. Altre volte ricevetti la stessa prova di fiducia, da un negoziante, da un turco, da un latino, e anche da un armeno! Questa fiducia era concessa non a me personalmente, ma al viaggiatore, all'ospite, giacchè ogni abitante di una città considera suo ospite lo straniero che vi si trova.

Quando lasciai Adana, la guida che camminava in testa alla carovana aveva già oltrepassato le ultime case del sobborgo e l'ultimo cavaliere della mia scorta non era ancor escito dalla porta di casa mia. Come si vede, formavamo una processione di aspetto molto imponente e la popolazione della città, assiepata sul nostro passaggio, poteva esser soddisfatta dello spettacolo che le offrivamo. Tutte le persone che avevo conosciute, durante il mio soggiorno ad Adana, tutte quelle che erano venute da Tarso per vedermi, avevano voluto accompagnarmi fino ad una certa distanza dalla città. Aggiungete al corteo la scorta del pascià e la nostra vera e propria carovana, bagagli, domestici e viaggiatori e comprenderete che potevamo ben occupare una metà di Adana.

Confesso che mi allontanavo con rammarico da quel piccolo mondo di cui ero stata il centro durante una settimana, da quegli uomini che avevano tralasciato i loro affari per non occuparsi che di rendermi la vita dolce e gradevole, per quanto il mio soggiorno ad Adana fosse stato breve e quei nuovi amici di data recente. La partenza non è mai cosa lieta e del resto non ero la sola a provare questi rimpianti e coloro che li inspiravano non ne erano immuni. Non vi era solo della tristezza sul volto de' miei amici; vi notai qualche ansietà, specie se accadeva ad uno di essi di trattenersi qualche momento a parte cogli uomini della scorta. Questi non avrebbero avuto un'aria più cupa e grave se avessero accompagnato al patibolo una schiera di condannati. Devo ammettere che cominciavo ad aver paura. Tutti tremavano per me e giungevo a rimproverarmi l'ostinazione che poteva compromettere non solo la mia vita, ma quella di una cara fanciulla che non aveva che me per proteggerla e difenderla. Se a quel momento qualcuno della carovana mi avesse proposto di ritornare indietro credo che avrei accettato l'invito con trasporto; ma chi sa mai che avviene nel cuore del suo vicino? Mentre io formavo i voti più timidi, forse i miei compagni deploravano la mia temerità.

Gli abitanti di Adana che mi avevano scortato finirono per fermarsi presso un vecchio albero disseccato che segna il limite oltre il quale non si accompagnano mai i partenti. Grandi strette di mano, le formule commoventi di augurio delle quali tutti sono così prodighi in Oriente e che si imparano facilmente da loro furono scambiate e ripetute da ognuno: «Dio vi benedica e vi riconduca! Dio vi conceda la salute e la pace! Voglia farvi felici in quelli che voi amate! Possano i miei occhi rivedervi! Possa la vostra voce rallegrare il mio cuore!» Voltarono poi i loro cavalli verso la città ed il settentrione; noi indirizzammo i nostri verso il deserto ed il mezzogiorno. Da ambo i lati la nebbia copriva il paese a breve distanza e ci nascondeva la vista dei luoghi ove ci dirigevamo; ma quelli che ci lasciavano sapevano bene che vi fosse dietro quella nebbia, la città, il focolare, la famiglia. Noi invece andavamo verso l'ignoto: a che gli valeva quel velo?