Io guardavo il marito che sorrideva melanconicamente, ma senza l'ombra di un rancore. Si passò il rovescio della mano sugli occhi e disse:
— Povera donna! la sua cecità la rende molto infelice e non sa abituarvisi. Ma voi le renderete la vista, non è vero, Bessadea?
Io scuotevo la testa e stavo per protestare la mia impotenza, ma egli mi tirò il lembo della veste e mi fece segno di tacere. Gli chiesi allora:
— Avete dei figli?
— Ahimè! ne ho avuto uno; ma è morto da tanto tempo.
— E come mai non avete preso un'altra moglie, più robusta e che avesse miglior salute, sì da potervi dare dei figli?
— È presto detto; ma questa povera creatura ne avrebbe avuto dispiacere, e ciò mi avrebbe impedito di esser felice con un'altra anche se feconda. Vedete, Bessadea, non si può aver tutto a questo mondo. Io ho una moglie alla quale voglio bene da quasi quarant'anni, non ne sceglierei un'altra.
L'uomo che mi parlava in questa guisa era un turco. Sua moglie gli apparteneva come un mobile; nessuno l'avrebbe biasimato, nessuna legge l'avrebbe punito se si fosse sbarazzato di quel peso inutile con qualche atto violento. In tal caso gli avrebbero semplicemente domandato quali fossero stati i suoi motivi per agire a quel modo. Fortunatamente il carattere del popolo turco corregge ciò che tali costumi hanno di odioso. Vi ha in lui un fondo prezioso di bontà, di dolcezza, di semplicità, un notevole istinto di rispetto per ciò che è bello, di pietà per ciò che è debole. Quest'istinto ha resistito, e speriamo resista ancora per molto tempo, all'azione di istituti deleterii, basati unicamente sul diritto della forza e sull'egoismo. Per comprendere quanto vi abbia di dolcezza e di serenità innate nel turco, bisogna osservare i contadini di origine ottomana, sia nel loro campo, sia al mercato o sulla soglia d'un caffè. Il raccolto, le seminagioni, il prezzo dell'orzo, la loro famiglia, ecco l'argomento invariabile delle loro conversazioni. Nessuno di essi alza la voce, nessuno spinge lo scherzo fino a ferire od annoiare i suoi compagni; niuno mescola a' suoi discorsi delle bestemmie o quelle parole grossolane che il popolo predilige in altri paesi. Questo squisito riserbo, questi modi al tempo stesso così nobili e così semplici gli vengono dall'educazione? No, dalla natura, che è stata prodiga pel popolo turco; ma tutti i doni ch'essa gli ha dato tendono ad essere alterati dalle istituzioni. Man mano che ci si allontana dalle classi nelle quali si conserva il carattere primitivo, man mano che si penetra nella borghesia, od in istrati ancora più alti, ecco apparire il vizio che giganteggia, prevale e finisce per regnare solo. Abbiamo visto testè i sani istinti del popolo turco quali si rivelano nel contadino; bisogna ora studiare l'influenza esercitata sulle classi superiori dalla deplorevole costituzione della famiglia mussulmana. Questa funesta influenza può sovratutto essere constatata ne' suoi effetti, negli strati medi della società turca, nelle imitazioni servili provocate dagli esempi della nobiltà.
Entriamo in un harem borghese o di un piccolo gentiluomo di campagna. È necessario anzitutto che la viaggiatrice privilegiata che vuol visitare un così triste luogo non si faccia alcuna illusione e si prepari a superare molte ripugnanze. Imaginatevi un corpo di fabbrica, separato dalla casa propriamente detta, ove il padrone riceve i suoi ospiti, ove i domestici maschi hanno soli il diritto di abitare. L'ingresso di questo fabbricato si apre di solito su una larga tettoia ove le galline vivono in mezzo ad ogni sorta di detriti e di immondizie. Una scala in legno, coi gradini guasti e disgiunti, conduce alle stanze superiori che consistono in un grande vestibolo dal quale si ha accesso a quattro camere. Una di queste è riservata al padrone di casa che vi abita colla favorita del momento. Le altre stanze sono occupate dal rimanente di ciò che qui si chiama la famiglia. Donne, ragazze, ospiti di sesso femminile, schiave del padrone o della padrona compongono la popolazione dell'harem. In Oriente non esistono veri letti, nè camere specialmente destinate al riposo. Grandi armadi racchiudono, durante il giorno, mucchi di materassi, coperte e guanciali. Venuta la sera, ognuna delle abitanti dell'harem leva dall'armadio ciò che le è necessario, fa il suo letto dove Dio vuole e si sdraia vestita. Quando una camera è piena, quelli che sopraggiungono si collocano altrove, e, se le camere sono ricolme, le ultime venute vanno nel vestibolo o sulla scala. Nulla di più sgradevole per occhi europei che l'aspetto di quelle signore quando si alzano il mattino nelle loro acconciature della sera precedente, cincischiate e sfiorite per la pressione delle materassa ed i moti impulsivi del sonno.
Lo scopo principale di un padre di famiglia turco è di avere il maggior numero possibile di figli e tutto, nella vita domestica, è subordinato a questa considerazione. Se una donna rimane due o tre anni sterile è subito allontanata, suo marito la sostituisce con una compagna più feconda. Nessuno si impiccia dei rimpianti e della gelosia della povera reietta; ma bisogna aggiungere che, se invece di gemere e di piangere questa trova modo di disfarsi in un modo qualsiasi della sua rivale, nessuno si cura del destino di quest'ultima. Perciò io non credo che vi siano in nessun luogo creature più degradate delle donne turche della classe media; la loro abbiezione si legge sul loro viso. È difficile di pronunciarsi sulla loro bellezza per gli spessi strati di belletto che, applicati senza gusto nè misura, sfigurano le loro guancie, le loro labbra, le sopracciglia e i contorni degli occhi. La loro figura è resa difforme dal taglio ridicolo delle loro vesti ed al posto dei capelli mettono dei peli di capra tinti in arancio acceso; il loro viso non esprime che stupidaggine, volgare sensualità, durezza ed ipocrisia. Non hanno la menoma traccia di principi morali o religiosi. I bimbi le occupano e le annoiano al tempo stesso, ne prendono cura come di uno scalino di cui si possono servire per ottenere il favore del marito; ma qualsiasi idea di dovere materno è loro straniera, come si vede dalla frequenza degli aborti che queste donne si procurano sfacciatamente ogni volta che la nascita di un figlio non entra nei loro piani.