Circa quindici giorni prima della mia partenza per Angora, il capo di una confraternita di dervisci, stabilita in una cittaduzza poco lontana dalla mia dimora, venne a chiedermi un rimedio per sua figlia che soffriva di vari disturbi che riconobbi come altrettanti sintomi di gravidanza. Quando espressi il mio parere al venerando personaggio, mi rispose sorridendo che sua figlia non voleva trovarsi in tale stato: «Lo voglia o non lo voglia» replicai «se lo è effettivamente, bisognerà che vi si rassegni». Il vecchio rispose: «Cara signora, non è possibile, suo marito è partito per l'esercito e mia figlia è ben decisa a non avere altri bimbi prima ch'egli ritorni.» Lasciai capire al derviscio che io non lo comprendevo più affatto. Il vecchio sembrava imbarazzato, e grattandosi l'orecchio, entrava in nuove spiegazioni, quando uno de' miei famigli che lo aveva seguito per facilitare la conversazione, si rivolse al vecchio gridandogli, con aria seccata: «Non te lo avevo detto di non parlare di queste cose alla mia padrona? I Cristiani d'Occidente non ammettono questi compromessi e non otterrete niente.» Queste parole mi illuminarono ed io dichiarai all'uomo venerando che perdeva il suo tempo, come se mi avesse domandato del veleno; ma dovetti faticar molto a sbarazzarmene. Ritornava sempre al suo grande argomento della partenza del genero per l'esercito ed assicurava del resto che il marito conosceva ed approvava la decisione di sua figlia. Per fortuna sua, e forse anche mia, quel modello di padre non comprese una parola del mio piccolo discorso, anzi se ne partì dandomi la sua benedizione, attestandomi la sua tenera amicizia e pregandomi di riflettere alla domanda che mi aveva rivolto. Sono transazioni che accadono tutti i giorni e non urtano la coscienza di nessuno.

Se le madri non provano vera tenerezza per i loro figli, questi se ne curano ben poco. I ragazzi considerano le loro madri come serve, dando loro ordini, le rimproverano per la loro pigrizia o per la loro trascuratezza e non so se si limitano sempre a delle parole. Il pudore, questo ornamento virgineo della prima età, non esiste nè per i ragazzi, nè per quelli che li circondano. Tutte queste donne si vestono, si svestono davanti ai loro figli ed i discorsi più liberi si fanno in loro presenza. I fanciulli disprezzano le loro madri e questa vita in comune, che fa loro perdere il rispetto per i genitori, comunica loro spesso le tristi passioni dalle quali essi sono dominati. La rivalità del potere che agita le madri è per i figli una sorgente di animosità, d'invidia, di dispetto, d'orgoglio e di ira. «Mia madre è più bella, più ricca, più giovane! è nata a Costantinopoli!» Ecco di cosa si vantano questi ragazzi quando vogliono umiliare quelli che essi chiamano fratelli.

Chi avesse le idee e gli affetti di un Cristiano in seno ad una simile famiglia, dovrebbe esser molto compianto; ma non sarebbe esposto a trovarvisi. Il turco, che non è mai escito dalla sua provincia, che non conosce altra società all'infuori di quella basata sulle istituzioni mussulmane, che considera come articolo di fede che nulla havvi di bello e di buono al mondo oltre il suo paese, le sue leggi, le sue usanze, che ritiene animali immondi tutti gli uomini di un'altra religione che la sua, questo turco della classe media si compiace della corruzione in mezzo a cui vive. Egli non ama nessuno intensamente; non è del resto violento e crudele che in un modo negativo. Purchè i suoi pasti siano pronti all'ora voluta, egli non chiede nulla di più alla Divinità. I suoi figli gli sono cari, ma se muoiono egli non pensa che a colmare i vuoti causati dalla loro perdita. Le sue mogli soffrono per caso nell'anima o nel corpo, forse egli ne riderà, forse vi rimarrà perfettamente indifferente. Ignorantissimo, non sapendo neppure che esistano paesi nei quali il culto delle arti e delle lettere occupano e deliziano la vita dell'uomo, egli non conosce che i piaceri sensuali ed il riposo che prolunga e varia finchè può coll'uso dell'oppio, dell'hascisch, dell'acquavite e del tabacco. Le attrattive della conversazione sono per lui lettera morta; parla per domandare o per ordinare quello che gli occorre; poi tace e, siccome tutti stanno in silenzio intorno a lui, non gli rimane neppure di stare ad ascoltare ciò che si racconta. Allorchè una delle sue mogli ha perduto la freschezza della gioventù o, per un motivo qualsiasi, ha cessato di piacergli, egli si astiene dal chiamarla a sè e presto dimentica che esista. Se ha veduto al bazar una schiava che gli piaccia, la compera, la porta a casa sua e la proclama sua favorita. Può essere idiota, golosa, ladra: lo sa, ma che gliene importa? Non ha illusioni, e come potrebbe averne? E perchè? Egli sa benissimo che la giovane donna, ch'egli stringe nelle sue braccia, non prova per lui che odio e disgusto, sa che essa gli caccierebbe volontieri un pugnale nel cuore pur di guadagnare dieci piastre, sa pure che il suo amore non è che una febbre effimera. Ma potrebbe esserne altrimenti? Sonvi altrove donne, amori, febbri, risvegli diversi dai suoi? Se ne esistono, non si cura di conoscerli. Egli ignora le gioie intime, ineffabili del sacrificarsi. Non ha mai confessato nulla che possa nuocergli, dicendo a sè stesso: Sono stato fedele alla verità! Non ha mai preferito la soddisfazione di un altro alla sua propria e non si è mai detto: Sono stato fedele alle mie affezioni! Non ha mai considerato la morte un'aurora, l'aurora di un giorno eterno, senza nubi. Pure quell'uomo si crede felice; ma può egli esserlo più dell'ultimo mendicante al quale è stato concesso nella vita di sapere che significhi amare, consacrarsi a qualcosa, credere ed attendere?

La famiglia del ricco, del nobile, del turco di Costantinopoli, che ha frequentato la società Franca, o che ha viaggiato in Europa, non presenta lo stesso spettacolo d'immoralità o d'ingenua turpitudine, ma, ohimè, salvo qualche rara eccezione, la seta ed il broccato non ricoprono ancora che uno scheletro abbietto. Le dame di quegli harem di primo ordine non indossano, per una settimana o per un mese, la stessa veste sudicia e spiegazzata. Ogni mattina, levandosi dai loro letti sontuosi, esse lasciano gli abiti del dì innanzi, cambiandoli con nuove acconciature. I loro vestiti, i loro pantaloni e le loro sciarpe escono dalle fabbriche di Lione, e sebbene le manifatture europee non spediscano in Oriente che gli avanzi della loro fabbricazione, questi rifiuti fanno ancora un effetto quando avvolgono le forme splendide di una di quelle Georgiane o di quelle Circasse che popolano gli harem. Ma che vale l'apparenza, se la realtà, così impiastricciata, non è per questo meno ripugnante?

Voglio dire una parola a proposito delle due razze che per la nostra immaginazione inesperta rappresentano il prototipo della bellezza femminile. Alta, formosa, colla persona ben modellata, uno splendido colorito, masse di capelli neri e lucenti, la fronte spaziosa e completa, il naso aquilino, gli occhi neri enormi e spalancati, labbra vermiglie modellate come quelle delle statue greche di buona epoca, denti di perla, il mento rotondo, l'ovale del viso perfetto, tale è la Georgiana. Ammiro di tutto cuore le donne di quella razza; poi, quando le ho bene ammirate, volgo il capo e non le guardo più, perchè sono certa di ritrovarle, quando mi piacerà, tali e quali le ho lasciate, senza un sorriso di più nè di meno, senza la menoma variante nella fisionomia. Un bimbo può nascerle e morirle, il suo signore adorarla o detestarla, la sua rivale trionfare od essere inviata in esilio, nulla ce ne rivela il viso della Georgiana. Non so neppure se gli anni rechino qualche mutamento a quella bellezza marmorea di cui m'impazienta l'immobile splendore.

La Circassa non ha nè gli stessi pregi, nè le stesse lacune. È una bellezza nordica, che mi ricorda le bionde e sentimentali figlie d'Allemagna; ma la somiglianza non va al di là delle forme esterne. Le circasse sono in maggioranza bionde; il loro colorito è di una freschezza incantevole; i loro occhi sono azzurri, grigi o verdi ed i loro tratti, per quanto fini e graziosi, sono irregolari. Quanto la Georgiana è sciocca ed altera, altrettanto la Circassa è falsa ed astuta. Una è capace di tradire il suo signore, l'altra di farlo morire di noia.

Il farsi belle è la grande occupazione di queste signore. A qualunque ora voi le trovate vestite di crespo rosso o di raso celeste, la testa coperta di diamanti, con collane al collo, pendenti agli orecchi, spille sui loro abiti, braccialetti alle loro braccia ed alle loro gambe, anelli alle dita. Talora piedi nudi appaiono fuor dal vestito di crespo rosso ed i capelli sono tagliati quadri sulla fronte, come usano gli uomini dei nostri paesi, ma sono questi particolari dell'acconciatura che hanno poca importanza. Gli atteggiamenti del bel mondo femmineo devono esprimere il più profondo rispetto misto d'un timore reverenziale per il signore dell'harem. Non appena egli entra, subito si fa silenzio, una delle sue mogli gli leva gli stivali, l'altra gli mette le pantofole, quest'altra gli offre la sua veste da camera, una quarta gli reca la sua pipa, il suo caffè od i dolci. Egli solo ha il diritto d'indirizzarle la parola e, quando degna di rivolgersi ad una delle sue compagne, questa china gli occhi, sorride e risponde a voce bassa, quasi temesse di far cessare l'illusione e di svegliarsi da un sogno troppo dolce perchè possa durare a lungo. Tutto ciò non è che una commedia che non inganna nessuno, come non prendiamo alla lettera le pose d'innocenza e di timidezza delle nostre educande. In realtà, tutte quelle donne nutrono scarsa simpatia per il loro signore e padrone. Esse, che sembrano così facili ad una dolce commozione, che non parlano se non con un debole sussurro, si rimandano l'un l'altra delle ingiurie grossolane su di un tono acuto e rumoroso e non vi è eccesso a cui non possano giungere contro quella delle loro compagne che gode il favore del Sultano. Le schiave favorite sarebbero molto da compiangere, se non si permettessero delle rappresaglie, ma si guardano bene dal non concedersele.

Ciò che mi ha rivoltato più d'ogni altra cosa, e non è dir poco, è l'harem in miniatura dei giovinetti di grandi famiglie. Questi ragazzi, da nove a dodici anni, possiedono delle schiavette della loro età presso a poco, colle quali fanno la parodia delle gesta dei loro padri. Queste giovani, vittime di una costituzione sociale davvero mostruosa, fanno così un orrendo tirocinio della vita che le attende, giacchè non v'ha nulla di più crudele d'un ragazzo scostumato e la barbara depravazione del vecchio licenzioso si ritrova all'altra estremità della vita. Ho veduto di questi ragazzi, embrioni di pascià, picchiare a calci ed a pugni, graffiare, ferire tutta una schiera di ragazzine che ardivano appena piangere, mentre la giovane tigre si leccava la lingua con un sorriso singolare che mi rammentava certe pagine di Petronio. Con tutto ciò, voglio ancora ripeterlo, niuno sarebbe più lontano da sentimenti così odiosi che il turco, quale l'ha fatto la natura. Dirò di più, quel ragazzo crudele diventerà probabilmente un uomo abbastanza buono quando avrà l'età per eseguire senza troppo sforzo il compito sotto il quale, per il momento, soccombe.

Le grandi dame di Costantinopoli non si tengono paghe di vedere il mondo attraverso alle griglie delle loro finestre; vanno a passeggio nella città, nel bazar, ovunque loro garba e senz'essere sottomesse ad alcuna sorveglianza incomoda. Un tempo la maschera procurava alle veneziane un'estrema libertà; il velo delle donne turche rende loro il medesimo servizio. Il marito più geloso passerebbe accanto alla sua sposa mentre questa segue un'avventura, senza poter avere il menomo sentore di ciò che gli accade, poichè, non solo il velo copre il viso, non solo il mantello, detto ferragiah, copre tutta la persona e le dà l'aspetto di un involto, ma veli e ferragiah sono tutti della stessa stoffa, della stessa forma e quasi dello stesso colore; è un domino che assomiglia a tutti gli altri domino. Le signore turche possono quindi star sicure di salvaguardare il loro incognito finchè lo desiderano e l'infedeltà non fa loro correre alcun rischio. Perchè mai sarebbero allora fedeli? Non per amore dei loro mariti, che detestano cordialmente, non per rispetto ai loro doveri, giacchè anche la parola dovere non significa nulla per esse. Profittano dunque, come loro piace, della libertà che accordano loro le usanze. Invocate la testimonianza degli europei che hanno abitato a Costantinopoli: vi confesseranno, se vogliono esser sinceri, che hanno annodato più di un intrigo amoroso nella strada o nei bazar. La morale che si può trarre da tutto ciò è che le maggiori precauzioni non valgono nulla, quando è scomparsa l'idea del dovere.

Dopo tutto ciò che ho detto dell'atteggiamento del mariti orientali verso le loro mogli, si potrebbe credere che la brutalità sia l'essenza del loro carattere. La conclusione sarebbe falsa, giacchè il turco, di ogni età e di qualunque classe della società, ha ricevuto dalla natura una cortesia, una delicatezza ed una dolcezza di modi che gli occidentali non acquistano che dopo lunghi studii, sforzi faticosi e dominandosi continuamente. Un turco non si renderà mai colpevole nè di una parola, nè di un gesto che possa offendere una donna, e, se tratta sua moglie presso a poco come un essere irragionevole, in realtà essa non fa nulla per elevarsi ad una condizione superiore. Vorrei che vedeste l'attitudine imbarazzata e scandalizzata di un turco che si trovi collocato fra una signora europea e la sua mandra di odalische. Si badi che odalisca può esser tradotto letteralmente «cameriera» o meglio ancora «donna per la camera»!