Bisogna imparare il turco per perdere così le ultime illusioni! Un turco dunque in un caso simile si mostra più ruvido del solito colle sue mogli, e le riduce al silenzio appena socchiudono le labbra, le allontana con un pretesto o coll'altro, ed intanto lancia all'europea delle occhiate di traverso che rivelano il suo timore e la sua diffidenza e le ripete ad ogni momento: «Non badate a quello che dicono, sono turche!» od ancora: «Voi mi trovate ben grossolano con queste donne, non è vero? che volete, sono turche!» Ah Dio mio! Sì, sono delle turche, nel senso che voi date a tale parola, vale a dire delle creature sciocche e degradate; ma chi le ha rese tali? E perchè il nome che date alle vostre compagne è divenuto il sinonimo di tutto ciò che vi ha di basso e di incolto nel sesso femminile? Gli è che voi avete costituito la famiglia coll'unico intento di moltiplicare i vostri piaceri sensuali. Avete voluto che la donna vi fosse sottomessa come una schiava; che può dunque essere se non una schiava? Ma forse io ho già troppo prolungato queste riflessioni generali. Ormai il lettore sa cosa voglia dire il nome di harem in Oriente e lo posso ricondurre alla residenza che mi aveva suggerito queste divagazioni, all'abitazione del nobile mio ospite Mustuk bey.
Il principe del Giaur-Daghda ha ormai varcato i limiti della prima gioventù. È un uomo d'una quarantina d'anni, alto e ben fatto, con una fisionomia che sarebbe un po' volgare, se non fosse illuminata da due begli occhi azzurri, limpidi, sorridenti e penetranti come due spade. Nulla rivela in lui il feudatario ambizioso ed astuto che resiste senza posa agli ordini del suo sovrano, pur conservando le apparenze del rispetto e della sottomissione. In Mustuk bey, o per lo meno ne' suoi modi e nel suo linguaggio, vi è una certa bonomia. Egli non ostenta il lusso orientale dei pascià e dei capi della sua tribù; il suo abito, il suo contegno, la sua casa, la sua tavola, tutto in lui respira la massima semplicità.
Dietro la casa del bey vi è una piccola corte quadrata, cinta di fabbricati bassi ad un solo piano. Poichè la corte è rettangolare, i due edifici che formano i lati occupano una superficie doppia all'incirca di quella che coprono le costruzioni collocate alle estremità. Una di queste non è che il muro divisorio fra l'harem e la casa del bey e vi è praticata la porta d'ingresso. Due porticine, fiancheggiate entrambe da due finestre, comunicano con ciascuno degli edifici laterali della corte selciata. Il fabbricato in fondo non ha che una porta e due finestre, ed è impossibile di entrare in quel chiostro silenzioso senza ripensare all'interno di un convento di certosini. Si accede anzitutto ad una stanza piuttosto grande, mobiliata con materassa e cuscini e che si apre a sua volta su un'altra camera adoperata come magazzeno e granajo. In ognuna delle celle disposte intorno alla camera principale, regna e governa una delle spose del bey. Si sussurra nel villaggio, ed anche nelle città vicine, che l'universo non è concentrato per il bey in quelle quattro mura e che altri stabilimenti, analoghi a questo, sono scaglionati ad una certa distanza sui pendii del monte del Giaurro. A dir il vero, sarebbe quello un lusso un po' dispendioso.
La gerarchia è sempre rispettata negli harem e, per Sardanapalo che possa essere, e per innamorato che sia di una o dell'altra delle sue giovani spose, Mustuk bey terrà sempre circolo presso la prima sua moglie in ordine di data. Infatti mi condusse da lei, quando, dopo aver visto che la grande sala fuori dalla cinta sacra era stata apparecchiata perchè io vi potessi dormire, mi dichiarai pronta a fare il dover mio con quelle signore.
La «signora in capo» mi sembrò stranissima nell'aspetto e, guardandola, pensavo involontariamente ad una acrobata pensionata. Questa sultana era stata bellissima e la sua bellezza non era ancor tutta scomparsa; il suo colorito presentava una strana mescolanza della secchezza recatavi dal sole e di una serie di strati di pittura sotto la quale la pelle originaria non era più visibile. I suoi grandi occhi verde-mare erano straordinariamente cerchiati: si sarebbero detti serbatoi posti sotto la glandola lacrimale per raccogliere i torrenti che ne potessero escire. La sua bocca grande, ma ben modellata, lasciava vedere dei denti ancora bianchissimi, ma troppo staccati gli uni dagli altri e che sembravano oscillare nelle gengive, il cui rosso troppo vivo e la malsana enfiagione evocavano cattivi pensieri. Evidentemente essa sdegnava le parrucche di pelo di capra, ma aveva tinto in rosso fulvo i suoi propri capelli. Tutta la sua acconciatura era, non solo accurata, ma ricercata e colpiva col contrasto offerto dallo spettacolo de' suoi bimbi vestiti come piccoli mendicanti. Finchè suo marito fu presente essa si mostrò timida e spaventata come una giovanissima sposa il giorno del matrimonio, coprendosi il viso col velo, colle mani, con tutto ciò che era alla sua portata, e non rispondendo che a monosillabi. Voltato il naso contro il muro, essa tratteneva lo scoppiettare di un riso nervoso, sembrava sul punto di piangere alla prima occasione favorevole, ripeteva insomma le piccole manovre che avevo veduto eseguire così spesso da donne nella stessa posizione e che lusingano sempre visibilmente i mariti orientali.
Essi si dicono che tale turbamento deriva, nelle donne, dal senso della loro inferiorità e, poichè l'inferiorità di chi ci circonda suppone necessariamente la nostra propria superiorità, il padrone di un harem interpreta come un omaggio l'imbarazzo prodotto dalla sua presenza. È questo un sentimento che non spetta, del resto, esclusivamente, nè ad un popolo nè all'uno dei due sessi: fa parte degli elementi che costituiscono la natura umana.
Dopo aver goduto per qualche tempo il simpatico turbamento che egli produceva ed avermi supplicata più volte di non fare attenzione a sua moglie che era una semplice turca, il bey ci lasciò soggiungendo che io non avrei potuto cavare una parola da lei, finchè egli fosse stato presente. Quand'ebbe varcato la soglia, io mi voltai verso sua moglie ed al primo momento credetti che fosse scomparsa in una botola, lasciando dietro di sè a rappresentarla i suoi vestiti accomodati in un pacco. Una leggera ondulazione in quell'informe ammasso mi convinse del mio errore e tosto il viso dipinto della mia bella ospite ne emerse come da una nuvola. L'addio del suo caro sposo l'aveva piombata in una così grande emozione che aveva provato la necessità di nascondere la sua testa fra le sue gambe. Quelli che conoscono il modo di sedersi degli orientali capiranno che le evoluzioni della moglie di Mustuk non offrivano grandi difficoltà.
Quando fummo sole, essa depose la sua maschera di fosca timidezza e chiacchierò per qualche tempo a suo agio. Mi fece domande sulle nostre usanze che le sembravano altrettanto strane quanto divertenti, se devo giudicare dalle risate che si ripetevano così spesso come i ritornelli di una canzone ed altrettanto a proposito. Rimasi nondimeno convinta che quella bella signora era assai più intelligente di quello che volesse ammettere suo marito, giacchè vedevo l'interesse che essa prendeva ad una quantità di cose che non la riguardavano e la costanza con cui essa mi domandava il perchè di ogni cosa. Mi sarebbe stato difficilissimo di rispondere categoricamente a tutte le sue domande in modo da farmi comprendere; ma io conoscevo già la parola magica, il talismano che addormenta e paralizza subito ogni curiosità degli orientali. Supponete il vostro interlocutore meravigliato al massimo grado ed intento a chiedervi la ragione di ciò che a lui sembra inesplicabile, mostruoso, pazzesco: vi basterà di rispondere: «Così si usa nel nostro paese» e la sorpresa si dissiperà, non udrete più ripetere la domanda ed il curioso si dichiarerà interamente soddisfatto. Non vi accadrà mai che vi risponda: «Ma perchè si usa così?» e neppure: «Chi vi impedisce di cambiare?» No, gli orientali sono così bene avvezzi dalla più tenera infanzia a vedere, fare e tollerare un numero infinito di assurdità consacrate dall'uso, che giungono a considerare quest'ultimo come gli antichi consideravano il destino, come una divinità immutabile, inesorabile, superiore a tutte le altre, e contro la quale è inutile irrigidirsi. Quando mi accada di trovarmi in mezzo di un popolo che si contenti di venire a sapere che una cosa è in uso in un dato posto, per credersi dispensato dall'esaminarla meglio e dal giudicarla, saprò cosa pensare del valore delle sue istituzioni.
La striscia di luce che entrando dalla porta aperta, disegnava un grande rettangolo sul pavimento, apparve d'un tratto intercettata; un rumore di ciarle sussurrate e di pantofole strascicate sulle pietre umide si fece udire dal di fuori e le tre altre mogli del bey, che si trovavano per il momento a casa, vennero a fare la mia conoscenza ed a darmi il benvenuto. La seconda e la terza si assomigliavano a tal punto che le credetti sorelle: erano due grassoccie, la cui salsedine precoce poteva essere scambiata per freschezza in un paese di gusti poco raffinati. Entrambe trascinavano al loro seguito la schiera di bimbi che la Provvidenza aveva loro regalato.
Dietro queste due donne, stava umilmente nell'ombra una figura che attrasse subito i miei sguardi e li tenne avvinti a sè, malgrado tutte le manovre compiute dalle altre sultane per farmi voltare dalla loro parte. Io non ricordo d'aver mai visto nulla di più bello. Questa donna indossava una lunga veste a strascico di raso rosso, aperta sul seno che era appena velato da una camiciola di garza di seta, le cui larghe maniche giungevano fin sotto il gomito. L'acconciatura del suo capo era quella delle Turcomane e, per farsene un'idea, occorre imaginare una complicazione, una molteplicità infinita di turbanti, messi gli uni sugli altri o gli uni attorno agli altri, fino a raggiungere altezze inaccessibili. Eranvi sciarpe rosse arrotolate, sei o sette volte a spirale e formanti una torre nel genere della dea Cibele; fazzoletti di tutti i colori intrecciati colle sciarpe che salivano o scendevano senza un disegno prestabilito e componendo dei fantastici arabeschi; metri e metri di mussola fina che coprivano col loro candore una parte dell'impalcatura, incorniciavano con cura la fronte e ricadevano in drappeggi lunghi e leggeri lungo le guancie, intorno al collo, fino sul petto. Catenelle d'oro o piccoli zecchini, infilati gli uni negli altri, spille in pietre preziose od in diamanti puntate nella mussola, ondeggiavano graziosamente fra le pieghe, dando loro una certa stabilità che non sarebbe stato ragionevole di attendersi da un tessuto così vaporoso. I piccolissimi piedi di bambina, che sembravano scolpiti nel marmo, apparivano e scomparivano tratto tratto sotto la lunga veste scarlatta, mentre braccia e mani, come non ne vidi giammai, scuotevano un numero infinito di braccialetti e di anelli che non dovevano pesar poco e scintillavano come veri diamanti. Tutto ciò costituiva un insieme bizzarro e grazioso al tempo istesso, ma si cessava dal vederlo appena si avesse guardato il viso cinto da quei drappeggi ondeggianti e che una così grande toeletta mirava ad abbellire. La bellezza di quel viso era così singolare che io rinuncio a descriverla perchè non è possibile dare, a chi non ha potuto contemplarla, un'idea di un capolavoro così incantevole della natura, di un misto tanto delizioso di grazia e di timidezza.