— Non ha figli.
Era giudicata!
Avevo fretta di rimettermi in cammino.
Dopo aver passato alcuni giorni presso il principe del Giaur-Daghda, dovevo raggiungere Alessandretta per dirigermi di là a Beirut. Sgraziatamente il tempo piovoso venne a contrariare i miei progetti di partenza e dovetti, molto a malincuore, prolungare il mio soggiorno nella residenza di Mustuk, senz'altri mezzi di distrazione che conversazioni molto monotone, un poco col bey ed un poco colle sue mogli. Finalmente il sole ricomparve, ed io abbandonai il monte del Giaurro, con un senso vivissimo di soddisfazione, cioè in una disposizione d'animo ben diversa da quella in cui mi trovavo alla mia partenza da Adana.
III. IL VIAGGIATORE EUROPEO NELL'ORIENTE ARABO
LA VALLE D'ANTIOCHIA — LATAKIÈ
LE DONNE DI SIRIA
Quattro ore di marcia separano il palazzo del principe Mustuk dalla cittadina di Alessandretta[20]. Il viaggiatore che da Alessandretta si reca a Beirut comincia a percorrere le montagne fino ai dintorni di Latakiè: di là segue le coste del Mediterraneo fino a Beirut. La regione che quest'itinerario mi fece attraversare è una delle più pittoresche della Siria, ed il tratto da Alessandretta a Beirut segna un periodo distinto nel viaggio di cui vado raccogliendo i ricordi. Non ebbi mai un'occasione migliore per constatare come siano esagerate le apprensioni che sembrano inseparabili da una marcia in talune parti del Levante. Si temono le fatiche e le privazioni quando ci si avvia verso solitudini di apparenza molto inospite. Se tali timori sono a volte giustificati, non bisogna dimenticare che i nostri viaggi in Europa hanno pure le loro noie e le loro fatiche, e che le gioie di una corsa avventurosa, come quella di cui voglio rievocare le vicissitudini, non vengono sempre a riscattarne i pesi.
Per non prolungare troppo questo saggio di riabilitazione della vita alquanto laboriosa che s'impone nel Levante ad ogni viaggiatore, mi contenterò di dire: Non visitate la Siria nel mese di luglio, nè l'Asia Minore in inverno; dovreste temere l'apoplessia o la congelazione. Scegliete un'epoca favorevole, prendete un buon cavallo di cui regolerete il passo a modo vostro, buttatevi attraverso le montagne o sulle spiaggie bagnate dal Mediterraneo, e venite poi a dirmi se la corsa di otto ore al giorno, fatta in simili condizioni, non valga mille volte le lunghe giornate del viaggiatore trascinato da una comoda berlina, sulle migliori strade d'Europa. Certo il pericolo, accanto alla stanchezza, deve esser calcolato nelle previsioni di chiunque voglia visitare l'Oriente, ma il miglior modo di affrontarlo consiste nel liberarsi dai timori puerili, alimentati da vecchi pregiudizii, e di cui si vantano volontieri le donne. Lasciando che altri collochi una sorta di pusillanimità pretenziosa e finta fra le grazie femminili, per conto mio faticherò sempre a comprenderla, e non riuscirò mai a scusarla. La paura, più o meno sincera, è uno dei nemici più temibili nel viaggiatore e, sovratutto nel Levante, chi non sa trionfare di un così triste sentimento, deve condannarsi alla vita sedentaria.
Veniamo alla città di Alessandretta ed alle avventure del mio pellegrinaggio verso Beirut. A dispetto dei geografi, devo negare che Alessandretta sia una città. Potrò ammettere, se si vuole, che lo sia stata parecchi secoli or sono, sebbene non vi siano rovine ad attestarlo; ma non vado più in là; e non potrò mai considerare Alessandretta che come un punto di partenza. Il paesaggio è bello; il littorale poi magnifico. Il vasto anfiteatro di montagne colleganti il monte del Giaurro col Libano è meraviglioso. Nulla di più ridente della verde pianura limitata per tre lati da queste montagne, e per l'altro lato dal mare, la pianura sulla quale sorge Alessandretta. Ma che si può dire delle case che rappresentano la città, case in pessimo stato, anche se sono nuove, costruite senz'ordine nè disegno e che lasciano fra di esse, invece di strade, piccoli spazi tagliati in tutti i sensi? Di Alessandretta si può solo dire che la temperatura vi è eccessiva sia in estate che in inverno, che il caldo vi è intollerabile ed il freddo rigorosissimo, che le infiltrazioni del mare vi provocano febbri periodiche, che il bazar vi è poverissimo e la maggior parte delle mercanzie spedite da Aleppo scompaiono quasi immediatamente nelle mani di otto o dieci abitanti privilegiati. La città di Alessandretta, lo ripeto, non vale che quando la si abbandona.
Vi passai nondimeno circa 48 ore. Pochi momenti dopo la nostra partenza dal palazzo di Mustuk bey, eravamo stati sorpresi da un orribile temporale che ci forzò a rifugiarci in una capanna di doganieri, posta in riva al mare. Lo spazio troppo stretto non ci aveva permesso di ricoverare le nostre cavalcature e, quando arrivammo ad Alessandretta, ci accorgemmo che uno dei nostri cavalli, un bel turcomano color isabella, col muso e la criniera neri, era come reumatizzato in tutta la faccia. Non si poteva pensare a condurlo più lontano, e ci piangeva il cuore all'idea di abbandonarlo così al suo triste destino. Decidemmo dunque di consacrargli un'intera giornata, durante la quale avremmo potuto prendere disposizioni necessarie per farlo ben curare.