Era destino per altro che dovessimo finire tristemente la giornata. I nostri bagagli ed una parte della nostra gente, la cui marcia era meno rapida della nostra, ci avevano preceduti, dandoci convegno per la notte in un piccolo villaggio turcomano a quattro ore da Latakiè. Il nome di questo villaggio mi sfugge; ma il guajo fu che non ce ne ricordammo più appunto quel giorno. La strada si stendeva allora lungo la linea delle colline sabbiose che fiancheggiano il mare, e noi scorgevamo da tutte le parti villaggi ed accampamenti fra i quali dovevamo scegliere. Cadeva la sera e, nella nostra incertezza, continuavamo a camminare. Finimmo per renderci conto che avevamo oltrepassato la nostra meta. Ci convenne di ritornare sui nostri passi e, avendo scorto a breve distanza un accampamento di turcomani, lo raggiungemmo per cercare di scoprire che fosse accaduto dei nostri bagagli e della loro scorta.
Un bimbo che rincasava col suo gregge ci assicurò di aver inteso dire che in un dato villaggio si erano alloggiati mulattieri spettanti ad una carovana di viaggiatori. A stento consentì con una mancia anticipata a farci da guida. Lo seguimmo per più di un'ora, ormai in piena notte, mentre la stanchezza mi opprimeva. D'un tratto il fanciullo fuggì dopo averci additato alcuni fuochi lontani che annunciavano un villaggio ove, asseriva, avremmo trovato quanto cercavamo. Sebbene questi presagi non fossero favorevoli, ad un'ora così avanzata della notte non ci rimaneva altro da fare che di recarci là ove ci aveva indirizzato il ragazzo e doveva evidentemente sorgere un villaggio, per aspettarvi l'alba anche senza bagagli. Ci toccò infatti di trascorrere in tali condizioni quelle ore notturne.
Le notti passate così sono orribili. Viaggiando in Oriente, non si porta con sè nulla di superfluo, un materasso, qualche oggetto per ripulirsi, un po' di zucchero, di riso e di caffè, non altro; ci si riduce allo stretto necessario e si riesce a contentarsi. Ma più sono semplici questi preparativi tanto più gravoso è il rinunciare anche ad essi. E cosa vi si offre in aggiunta, supponendo che i vostri ospiti sieno buona gente disposta ad offrirvi qualcosa? Come materassa avete una coperta imbottita che si piega in due e nell'interno della quale siete invitata a stendervi come tra i fogli di un libro. Il pasto consiste di solito in un piatto di riso cotto nell'acqua e condito con un burro Dio sa di quale data. Nelle case ben montate vi servono dei cucchiaj di legno utilissimi per mangiare; nelle piccole case vi si lascia la scelta o di prendere il riso colle dita o di fabbricarvi voi stessi sul posto dei piccoli recipienti con un pezzo di pane. E bisogna ancora spiegare che il pane d'Asia non assomiglia affatto a quello d'Europa. Si mescola della farina d'orzo coll'acqua senza impastarla, poi con un cilindro la si stende su di un asse lasciandole lo spessore di un grosso quaderno di carta; si posa quindi la miscela su un largo coperchio di casseruola o di marmitta che si avvicina al fuoco. Quando vi è rimasta due o tre minuti, il pane è fatto. Questo pane che è molle come il cotone deve servirvi da tovaglia, anzi da piatto, da tovagliolo per asciugarvi le dita e per involgervi le provviste dell'indomani; infine ne fate dei cornetti per riempirli di riso o di qualche altra miscela poco solida e portarti alla bocca nel modo più pulito possibile. Talora vi è servito anche un po' di latte agro e cagliato. Ormai mi ci sono avvezza, ma a quell'epoca del mio soggiorno nel Levante non lo potevo tollerare. Quanto al caffè, non solo è servito senza zucchero, ma è di regola che metà della tazza sia occupata dal fondo. Al momento di porgerlo è scosso in modo che il fondo sale alla superficie e si mescola a tutto il liquido.
Un'altra causa d'imbarazzo per il viaggiatore rimasto senza bagagli consiste in ciò che i pettini e le spazzole sono oggetti completamente sconosciuti nelle campagne dell'Oriente. Fra i piccoli inconvenienti che chiedo scusa di enumerare aggiungo l'impossibilità di versare l'acqua in una catinella per lavarsi il viso e le mani. I catini orientali sono, per solito, in ferro smaltato od in rame ed il fondo ne è composto da un leggero reticolato attraverso al quale l'acqua scorre man mano che è versata, in un secondo sudicissimo bacino dello stesso metallo. Gli orientali tengono le loro mani sopra i fori del primo catino mentre un servo versa loro l'acqua che si raccoglie poi nel catino inferiore. Mentre hanno le mani bagnate in tal guisa se le passano sul viso e sulla barba e le loro abluzioni sono terminate. Imperfette come sono queste abluzioni sono però ripetute parecchie volte in un giorno. Vedete a quali noie si espone il viaggiatore europeo che faccia troppo a fidanza coi mezzi dell'ospitalità orientale; mi basta di averle indicate senza insistere troppo. Aggiungerò solo un particolare. Guai a chi visiti alcune parti del Levante senza aver provvisto all'illuminazione. Nei villaggi ed anche nelle piccole città, candele e candellieri sono sconosciuti. Vi si bruciano scheggie di un legno resinoso che dà una luce molto viva, ma ancor più fumo che luce. Si tengono in mano questi bastoncelli accesi a rischio di spargere la resina infiammata su tutti gli oggetti circonvicini e spesso sulle proprie dita, senza parlare del pericolo che possono correre la casa e gli ospiti.
Appena alzato il sole ci rimettemmo in cammino. Dovevamo arrivare prima della fine del giorno a Latakiè[24]. Non era ancora mezzogiorno quando incontrammo, a poca distanza dalla città, una cavalcata composta dei principali abitanti che veniva, secondo l'uso, a darci il benvenuto e ad accompagnarci alla casa del console inglese dal quale eravamo attesi ed ove ritrovammo bagagli e scorta. La casa e la famiglia del console inglese di Latakiè dovrebbero essere additate a tutti gli stranieri come il tipo più attraente delle case e delle famiglie arabe. Ogni cosa vi è assolutamente nazionale, vale a dire propria dell'Oriente, e nondimeno è difficile l'immaginare alcunchè di più elegante che questa casa e di più rispettabile e grazioso della famiglia che vi abita.
L'uso di far comunicare gli appartamenti gli uni cogli altri è sconosciuto nell'Oriente arabo; la corte ricollega fra loro tutte le stanze di una casa che bastano a loro stesse. Quante sono le camere del primo piano, altrettante le scale che terminano tutte nella corte. Non si economizza certo così nè lo spazio nè i materiali nè la mano d'opera, tutte cose che non costano care nel Levante, e del resto così si usa. Si entra nella casa del console inglese di Latakiè da una piccola porta bassa che si apre da un lato sulla strada e dall'altro su un andito stretto e scuro che conduce alla corte. Questa ha un pavimento di lastroni di marmo ed è circondata dai vari corpi di fabbrica. Quello in fondo contiene la sala comune, ove si giunge da una scala esterna in due rami come le scalinate d'accesso alle nostre case di campagna. Il salotto è grande, rischiarato da sette finestre che danno sui giardini e mobiliato da un divano che si stende lungo tutte le pareti sotto le finestre; parecchi altri sofà più piccoli sono addossati al muro. Tutti i mobili sono coperti di seta verde, le tende delle finestre sono della stessa stoffa, il pavimento di legno è risplendente di nettezza, un lampadario sospeso in mezzo alla stanza ne completa l'addobbo. In faccia a questo corpo di fabbrica sorge la sala da pranzo, vasto locale a pianterreno che non ha aperture fuor che sulla corte e che ha in giro un rialzo riempito da file di piastrelle e da divani. I due fabbricati laterali contengono le camere da letto, gli uffici, la credenza ecc. La mia camera era collocata in alto d'una scala scoperta che dava sui giardini, trovandosi allo stesso livello delle terrazze che costituiscono i tetti delle case orientali e sulle quali, nella stagione calda, si trasportano i letti. Il console era un giovane arabo di Latakiè che parlava benissimo l'italiano ed aveva tutte le belle maniere di un vero gentiluomo inglese. Mite, intelligente ed attivo, egli esercitava un'influenza abbastanza grande sui Drusi come pure sui Fellah e gli Ansariati dei dintorni e non adoperava questa influenza che per calmare le passioni violente di quelle schiatte, per mantenere o ricondurre la pace fra esse ed il governo. Il giorno stesso del mio arrivo — non precedevo che di alcune ore le truppe ottomane — egli aveva ricevuto una lettera del capo della tribù ribelle, che si diceva pronto a trattare coll'amministrazione imperiale sulla base delle condizioni che il console avesse giudicato opportuno di proporgli. Il giovine mediatore era felice del suo successo nell'interesse del paese e della pace in primo luogo, e poi anche perchè sperava di acquistare un merito a Costantinopoli.
Sebbene molto giovane, il console era marito in seconde nozze di una vedova che sembrava escita allora dall'infanzia. Questa bella giovane indossava il grazioso costume delle donne della Siria che fa davvero onore al loro gusto squisito. Una veste di seta di color chiaro, rosa, celeste, viola, verde tenero, all'incirca del taglio d'una veste da camera per uomo, aperta sul davanti ed ai lati, lascia il petto quasi completamente scoperto. Questo abito scende fino alla caviglia ed ha una coda che però quelle signore rialzano generalmente attaccandola con una spilla; poi esse risvoltano i due pezzi anteriori e li attaccano parimenti con spille sulla parte già rialzata. Larghi pantaloni rigonfi stretti alla caviglia mostrano le loro pieghe di seta attraverso l'abito aperto in vari punti. Una larga sciarpa di stoffa indiana o di broccato ricinge la vita al disotto del seno che è appena velato da una camiciola di garza di seta con lunghe maniche pendenti. Una bustina molto attillata ricamata con oro e perle e aperta sul petto come la veste da camera completa l'acconciatura. Le treccie scendono tanto in basso quanto lo consentono la natura o l'arte. La testa è coperta da un fez adorno di perle. Ecco per l'insieme del costume, ma che dire degli accessori? Chi ha mai fatto il conto delle migliaja di bottoncini, dei metri di passamanteria e di cordoncino che ornano la veste da camera, i pantaloni e la camiciola? Delle catene, delle spille, dei fermagli e dei braccialetti accumulati su quelle braccia, sul petto e sul collo di cigno di quelle signore? Anche il fez che serve da copricapo è ornato in cento modi curiosi. Il fazzoletto di seta di Damasco o d'Aleppo annodato intorno al fez ricade senza pretesa sulla spalla sinistra; molti nastri si intrecciano sul fazzoletto frammisti a pizzi. Fez, fazzoletto, nastri e merletti non costituiscono del resto che la simpatica intelaiatura di quell'opera d'arte: su di essa si colloca tutta un'aiuola di fiori naturali, che occorre rinnovare ad ogni momento. Un mazzo di rose ricade sull'orecchio, un ramo di fior d'arancio accarezza la guancia, gelsomini, garofani, fiori di melagrano si stendono come un diadema sulla fronte e ciascuno di questi fiori è fissato sul fazzoletto da spilloni di diamanti di stile orientale che arieggiano pure del fiori e delle farfalle. Le signore Siriane sembrano aver accolto il principio che non si ha mai troppo delle cose buone e che i giojelli sono una cosa ottima. Immaginate ora, sotto una simile acconciatura, delle donne di statura alta e slanciata sebbene di curve perfette, con grandi occhi neri straordinariamente scintillanti, un colorito che avrebbe destato l'ammirazione del Tiziano, lineamenti fini, delicati e regolari e un'espressione sempre atteggiata al più grazioso sorriso: avrete allora un'immagine esatta della bellezza siriaca. Dal canto mio ho veduto tipi di bellezza più notevoli, ma ben raramente di più seducenti. Per dir tutto nondimeno soggiungerò che le usanze europee, così poco note e così mal viste nel Levante, minacciano di farvi breccia colla moda femminile che è forse il solo lato del mondo mussulmano che converrebbe rispettare. Le signore d'Aleppo cominciano ad abbandonare la veste da camera e la coda per adottare la gonna rotonda dell'Occidente, i broccati ed i rasi d'Aleppo e di Damasco per le stoffe di Lione e, ciò è molto peggio, i tessuti dell'India, della Persia e del Thibet per il cachemir imitato in Francia.
Latakiè è una cittadina fabbricata meglio delle città dell'Asia Minore; l'architettura esteriore delle abitazioni non ha nulla di degno di nota; ma le case vi hanno l'aria di case e non di capanne rovinate. I marciapiedi sono così alti e le strade così sporche nel mezzo che il solo modo di traversarle senza infangarsi fino al ginocchio, consiste nel saltare da un marciapiede all'altro, ciò che rende il passeggiare nella città di Latakiè alquanto faticoso. Mi recai a visitare un arco di trionfo antico attribuito a Vespasiano; ma questo monumento assai degradato non era forse di una grande bellezza anche quando era intatto. Ne fui poco soddisfatta. Preferivo a quelle rovine insignificanti i boschi di aranci, di ulivi e di fichi che circondano la città ed i palmizi solitari che sorgono qua e là nella campagna impregnandola a distanza del loro profumo.
LA LEGGENDA DEL SULTANO IBRAHIM
UNA SOSTA A TRIPOLI — BADUN
I MISSIONARI INGLESI IN SIRIA
Non lasciammo Latakiè e gli amabili nostri ospiti che l'indomani piuttosto tardi nel pomeriggio. Poco male, perchè ci aspettava solo una tappa di quattro ore. Dovevamo passare la notte a Gubletta[25], cittaduzza in riva al mare ove, da parecchi giorni, il fratello del console inglese era intento a sorvegliare il ricupero di una nave russa che aveva fatto naufragio in quei paraggi e di cui si sperava di ritrovare il rame.