Non so se Gubletta esista perchè non l'ho veduta. Il fratello del console inglese (che era a sua volta console di Russia) doveva aspettarci alle porte della città, ma non trovai nè porte, nè città, nè nulla che meritasse tal nome. Vidi soltanto una moschea ove il console ci aveva fatto preparare un alloggio. Fui ben lieta di venire a sapere pochi momenti più tardi ch'egli non aveva visitato quel locale e che si era accontentato di farne escire i sotto-ufficiali della guarnigione di Gubletta che l'occupavano. Dico che ne fui lieta perchè avevo veduto a Latakiè la giovane moglie di quel console russo e mi sarebbe stato penoso di dovermi formare un'opinione sfavorevole sul suo conto. Ora, solo un selvaggio avrebbe potuto considerare come un alloggio il canile che mi era stato offerto.
Il console non ne era colpevole e lo vidi anzi arrossire quando gettò uno sguardo nell'interno del mio appartamento. Non posso dire cosa questo fosse, ma è certo che le tane degli animali più immondi sarebbero ricoveri preferibili alle camere dei sott'ufficiali della guarnigione di Gubletta. Nonostante la fama che ha l'aria di Gubletta dì procurare le febbri, e sebbene la sera fosse fresca e la notte promettesse di essere addirittura fredda, mi stabilii sulla terrazza che copre il tetto della moschea dove neppure l'aria libera valse a farmi dimenticare un istante solo come mi trovassi nelle vicinanze di un appartamento testè occupato dai sotto-ufficiali di Gubletta. Malgrado tutto ciò, che bell'edificio era la vecchia moschea di Gubletta! E come è commovente la leggenda collegata a quel monumento!
Seicent'anni or sono un sultano chiamato Ibrahim, stanco delle grandezze, si volle votare alla vita contemplativa. Una notte, dopo essersi procurato un abito da derviscio, escì solo dal suo palazzo e dalla sua capitale, ed errò lungamente a caso, vivendo d'elemosina, ma contento della sua indipendenza e della sua solitudine. Finalmente la sorte lo condusse sulle rive del ruscello che scorre a qualche passo dalla moschea. Se questo luogo era allora come è oggi, non mi meraviglio che il sultano siasi deciso a fissarvisi pel resto de' suoi giorni. A breve distanza dalla spiaggia, dietro una siepe selvatica di arboscelli in fiore, un corso d'acqua abbastanza largo, ricco di acque chiare e limpide, si snoda tortuoso per una prateria di circa centocinquanta metri quadrati ch'esso abbraccia e quasi interamente racchiude. Verso il centro di questa prateria, in cui il fresco ed il verde durano in ogni stagione, grazie all'acqua del ruscello che filtra nel sottosuolo, un albero immenso, di cui non saprei dire il nome, stende i suoi rami ombrosi sopra la terrazza che corona la moschea. Se da un rifugio così calmo e verdeggiante voi levate gli occhi in giro, voi scorgete da un lato una serie interminabile di boschetti e dall'altra il mare, in riva al quale sono ancora ritti gli avanzi di un anfiteatro romano. Il sultano Ibrahim comprese la bellezza di quel luogo, risolse di stabilirvisi e di terminarvi i suoi giorni nella meditazione e nella preghiera. La sua vita fu corta e la leggenda non ci dice quale sia stata la causa della sua morte prematura. Cadde forse vittima sotto i colpi di qualche orda sanguinaria? Gli fecero difetto le cose indispensabili alla vita, anche a quella di un anacoreta? La sua costituzione formatasi fra gli agi ed i piaceri non resistette alle austere aspirazioni della sua anima? Non sappiamo nulla. La leggenda ci mostra soltanto la madre del giovine sovrano che lascia la Corte tosto dopo suo figlio, ne segue da lungi le orme, le perde oggi per ritrovarle domani e giunge finalmente sulle sponde di quel limpido ruscello dove io stavo seduta ad ascoltare questa storia narratami da un vecchio santone arabo. Non trovò di quel figlio così a lungo cercato che il cadavere ancora caldo. La leggenda descrive coll'enfasi dell'Oriente il dolore di quella madre in lagrime. «È giunta dunque troppo tardi? Tanti giorni passati sulle strade deserte, fra i pericoli, tante sofferenze, tante privazioni non avranno nessun risultato? Non può essa più nulla per quel figlio ch'era venuta a cercare e di cui voleva dividere l'esistenza? No, non può esser così; le rimane qualcosa a fare per lui; essa gli innalzerà un monumento che perpetuerà il ricordo delle sue virtù e Dio saprà bene mostrare ai fedeli che il corpo sepolto sotto quelle volte è stato d'uno de' suoi eletti.» Qui finisce la leggenda, ma il santone soggiunse a modo di conclusione: «La validè (sultana madre) eseguì il suo progetto e Dio ricompensò la sua fede. Da seicento anni cioè, dacchè il corpo del sultano Ibrahim riposa in questa moschea, innumerevoli miracoli sono stati compiti sulla sua tomba e tutti i viaggiatori che passano da Gubletta vengono a farvi le loro preghiere ed a deporvi la loro offerta. Tu, che sei cristiana, non rivolgerai le tue preghiere al sultano Ibrahim, ma se vuoi sarai ammessa nell'interno di quel monumento e ricompenserai chi ti avrà procurato questo favore.»
Io non domandava di meglio che di ricompensare quel buon santone e lo seguii rispettosamente fino nella sala funeraria che racchiude l'immenso catafalco del sultano Ibrahim. Non vi trovai nulla di più di ciò che aveva visto in tutte le moschee che custodiscono ceneri illustri. Una cappella, o per dir meglio, una camera collocata nella parte più remota dell'edificio e separata dalla moschea propriamente detta contiene un cofano gigantesco posto su un piedestallo di legno che lo rialza ancora e che è coperto da tappeti, scialli indiani e piume. La luce del giorno non penetra che debolmente in quel recinto e vi è sostituita da una moltitudine di lampadine ad olio che diffondono fumo piuttosto che raggi di luce. Tutt'intorno alla stanza sono sospese le offerte, come in alcune delle nostre chiese.
I nostri cavalli attendevano insellati ed imbrigliati alla porta della moschea, avevamo la prospettiva di una lunga marcia ed ero impaziente di trovarmi in aperta campagna; ma non fu facile l'escire. Ho detto che ero dispostissima ad esprimere la mia riconoscenza al santone che mi aveva narrato la leggenda; sgraziatamente quella leggenda era unica, i santoni erano parecchi ed i pretendenti alla mia gratitudine si assiepavano in una tal folla all'escita della moschea che arrischiai di rimanerne soffocata. Anche in Europa vi sono molti mendicanti, ma ricevono quello che voi date loro o si ritirano senza far rumore se voi non date loro nulla. I mendicanti arabi sono d'una specie molto diversa. Non havvi differenza fra essi e i briganti, salvo che questi cercano i luoghi solitari a teatro delle loro gesta, mentre quelli esercitano la loro professione in mezzo ad una popolazione che sta a vedere guardandosi bene dall'intervenire. Malgrado la protezione del console di Russia e delle mie guardie non so cosa sarebbe accaduto di me se avessi rifiutato l'elemosina a questi mendicanti. Non vi pensai neppure, ma la mia buona volontà fu inutile. È una massima generalmente ammessa e praticata nel Levante che non bisogna mai accontentarsi di ciò che vi si offre quand'anche vi si offrisse il doppio di ciò che vi proponevate di chiedere. Ho ritrovato traccie di questo sistema, a Venezia, ove certamente è stato introdotto da negozianti levantini. Un bottegaio delle Procuratie mi domandava un prezzo stravagante di non so più quale oggetto. Non piacendomi di mercanteggiare, gli volsi le spalle; ma il mercante mi richiamò e mi disse:
— Diavolo! signora mia. Come scappate! Non si domanda il prezzo che si vuole avere!
Strano principio di cui non ho ben compreso tutto il valore che dopo il mio soggiorno in Oriente!
Fortunatamente i miei cavalli stavano alla porta della moschea. Il console frugò nelle sue tasche, ne trasse tutti i quattrini che aveva e li gettò in aria in modo da farli cadere un po' lontano da' miei persecutori. Appena il suono della moneta, che batteva sulle lastre del tempio, si fece udire, il cerchio che mi chiudeva si spezzò e mi trovai libera. Ne profittai per lanciarmi a cavallo e partire di galoppo, gettando uno sguardo pieno di rimpianto all'anfiteatro diroccato che avevo dovuto rinunciare a visitare. I miei compagni di viaggio, che non erano entrati nel sepolcreto del sultano Ibrahim, avevano percorso, in compenso, le rovine romane e ne ritornavano incantati. A parer loro, l'anfiteatro di Gubletta era un monumento del miglior stile ed in un raro stato di conservazione. Ci seguiva la numerosa scorta di «Basci-bozuk» che dovevano lasciarci quando avessimo oltrepassato un certo posto considerato molto pericoloso. Fu nondimeno in tal punto che ci fermammo a far colazione e vi avrei passato volentieri qualche giorno a dispetto di tutti i briganti dell'universo, tale era il fascino di quel luogo. Le rive del mare sono generalmente molto aride, in Siria più che in qualunque altro luogo; ma non so per quale segreta influenza le leggi fisiche sono talora annullate in questa terra prodigiosa ed i paesaggi più meravigliosi si spiegano d'un tratto ai vostri occhi là dove non credevate di incontrare che sassi, roveti e sabbie. Talune oasi della Siria sfuggono a tutte le spiegazioni, a tutte le ipotesi e per la loro estensione e per la natura degli ostacoli che hanno vinto. L'aria salata del mare non dovrebbe agire allo stesso modo su tutti i terreni che costituiscono la spiaggia? Come accade che, dopo aver camminato intere giornate nel greto sabbioso, fra arbusti nani e rattrappiti, vi troviate d'un tratto alla soglia d'un giardino inglese? La sabbia cede il campo all'aiuola; i cespugli e le boscaglie sono sostituiti da alberi vigorosi di tutte le specie, ricoperti di fiori. Questi fiori smaglianti di colore, con ampie corolle, deliziano gli occhi e rendono balsamica l'aria; gli uccelli cantano a migliaia con un ardore ed un'energia che gli uccelli dei climi più temperati non potrebbero raggiungere. Per esempio, le nostre rondini gettano durante il volo un grido monotono e null'altro; ma quella d'Asia, più piccola delle nostre, con ali lunghe ed una coda allungata a forchetta di un bel turchino metallico, col petto ed il collo di color arancione, canta presso a poco come un usignuolo. Il timbro della voce è più profondo, ma il suo canto si scosta assai poco per ritmo e per melodia da quello del nostro grande concertista boschereccio. La natura orientale rivela qui la sua potenza e non ci era mai apparsa così meravigliosa come nell'oasi ove ci siamo fermati dopo aver lasciato Gubletta. Un vecchio castello, non so di quale epoca, dominava una piccola altura a pochi metri dal mare. Non era facile di distinguere a prima vista le rovine, coperte com'erano da una tunica di edera e di altri arrampicanti. Ogni screpolatura di quei vecchi muri non sembrava aperta che per lasciar passare ciuffi di fiori. Tutt'intorno il paese aveva la medesima colorazione datagli da una ricca vegetazione e, sebbene il sole fosse già abbastanza alto sull'orizzonte, l'ombra di alberi immensi si disegnava sulla prateria con larghe chiazze scure. Impossibile d'imaginarsi in un tale paradiso nulla che non fosse dolce, ridente, soave. Occorre una cornice ad ogni quadro ed una scena di sangue e di violenza avrebbe spezzato in modo criminoso tanta armonia fra quel mare, quel cielo, quelle rovine coperte di fiori, quei prati e quei boschetti. Mi si narrava che quel vecchio castello era spesso riparo di briganti, ma io non lo potevo credere. Nondimeno le guardie che ci dovevano accompagnare fino a Tripoli (Tarabulus) ci facevano premura ricordandoci che mancavano ancora dieci ore di marcia di cammello per arrivare a Tortosa ove dovevamo pernottare. Convenne cedere alle loro insistenze e mi staccai molto di malumore dal vecchio castello, dal suo velario di fogliame e di fiori, dalla verde prateria e dall'ombra opaca. Quando si abbandonano di questi paesaggi siriani si finisce per dire: «Non vedrò mai più qualcosa di così bello!» È triste, perchè vi sono grandi probabilità che sia proprio così.
La giornata che seguì quella simpatica sosta fu molto gravosa. Dalle 11 del mattino alle 4 del pomeriggio il caldo divenne intollerabile. Ci fermammo qualche tempo sotto le mura di Baynas[26], città antica le cui fortificazioni rimontano all'epoca delle crociate e sono evidentemente un lavoro europeo. Lambivamo il mare e circa un'ora prima del cader del sole scorgemmo dinanzi a noi, all'estremità di una lingua di terra che si avanza nel mare, una massa nerastra e frastagliata che ci fu detto essere Tortosa[27]. Accanto al promontorio e quasi aderente alla terra è un'isola chiamata l'isola delle donne. Ha ricevuto questo nome perchè è quasi esclusivamente abitata da donne, madri, sorelle o figlie di pescatori e marinaj che trascorrono la loro vita sulle onde. Ci facemmo coraggio allo scorgere Tortosa. Una delle nostre guide osservò: Non vi siamo ancora! Se tale riflessione gettata in viso ad un povero viaggiatore sfinito dalla stanchezza è ben irritante, l'esperienza che avevo ormai acquistato delle delusioni solite dei viaggi nel Levante, mi sforzava purtroppo ad ammettere che la guida poteva aver ragione.
La notte scese rapidamente: la luna non compariva, ma le notti in Oriente non sono mai molto nere. Sembrano piuttosto un crepuscolo. Talora il paesaggio è così ben rischiarato verso mezzanotte come poteva esserlo un'ora dopo il tramonto, sebbene voi non scorgiate una stella perchè il cielo è completamente coperto di nubi. Checchè ne sia, la notte era scesa, una di quelle notti dubbie, in cui si è più esposti a perdere la strada che in mezzo alle più folte tenebre. Si scorgono gli oggetti circonvicini, ma se ne vedono anche altri che non sono vicini, anzi non esistono, e quelli reali vi appajono talora sotto forme interamente nuove e quasi irriconoscibili. Avevamo intravisto Tortosa quand'era ancor chiaro, credemmo riconoscerla a notte fatta. Era là, dinanzi a noi, ad una piccolissima distanza. Ecco, dicevamo, le sue antiche mura fortificate, ecco la sua vecchia torre; la città occupa una distesa di terreno molto notevole: dev'essere abbastanza importante. E così commentando, camminavamo sempre verso la nostra città. Una svolta della strada ce la nascose un istante, ma, appena girata la punta che ci stava dinanzi, non potevamo esserne molto discosto. Svoltiamo e non vediamo nulla: il fantasma della città s'era dileguato nell'aria e dovemmo camminare ancora più di due ore prima di raggiungere le mura che avevamo creduto un momento di poter toccare.