Quelli che prendono cura dei lebbrosi passano loro una piccola pensione di pochi parà (la metà di un centesimo) al giorno, somma che del resto basta largamente a sostentarli. La lebbra non è considerata da nessuno in Oriente come una malattia contagiosa e neppure come un'infermità vergognosa e ripugnante, tanto più che il senso di disgusto è molto poco diffuso in quei paesi. E sì che l'aspetto di un lebbroso sarebbe proprio fatto per ispirarlo! La sua pelle, sovratutto quella della fronte, si copre dapprima di lenticchie che poi si tagliano per formare sia delle scaglie, sia delle croste. Le sue labbra e le sue palpebre si gonfiano e perdono la loro forma originaria, mentre le cartilagini delle orecchie e del naso si allungano smisuratamente al punto che le orecchie pendono talora fin sulle spalle. La loro testa si denuda e non hanno più nè sopracciglia al disopra degli occhi, nè ciglia alle palpebre. Si aggiunga a tutto ciò un colorito livido e cereo che è loro speciale e si avrà un'immagine abbastanza fedele dei men maltrattati fra i lebbrosi, perchè ve ne sono di coperti da orribili piaghe e di cui le ossa stesse, consumate dalla putrefazione, escono a scheggie da quelle ulceri ripugnanti, mentre in altri casi le ossa si stortano e si dislocano, senza giungere a dissolversi. Vidi per altro piuttosto con soddisfazione che con ripugnanza, come genitori di quei disgraziati si stabilissero presso di essi dividendo con loro l'asilo e prestando loro quelle cure che avrebbero dedicato loro in qualsiasi altra circostanza. Ma ciò che mi fece indietreggiare dall'orrore fu il sapere che le passioni e le debolezze umane non erano spente nè per essi nè per quelli che li circondavano. I matrimoni sono frequenti nel quartiere dei lebbrosi e, siccome la religione mussulmana vi predomina, tali matrimoni non sono che l'unione passeggera di un uomo con parecchie donne. Finchè io viva non potrò dimenticare una giovinetta lebbrosa che, senz'essere ancora escita dall'infanzia, era già completamente sfigurata dalla malattia e che stava tranquillamente seduta sulle ginocchia di una specie di titano senza più forma umana. Egli aveva completamente perduto la voce e per farsi ascoltare da lei accostava le sue labbra tumide alle orecchie pendenti della fanciulla. Osservai che essa sembrava ascoltarlo con piacere, e che lo stiramento dei muscoli del suo viso sarebbe diventato un sorriso se tal cosa fosse stata possibile, e ne conclusi che avevo dinanzi agli occhi uno sgradevole ma onesto spettacolo di amor paterno e di tenerezza figliale. «È vostra figlia?» chiesi al colosso. Egli fece udire un grugnito e niente di più, ma la piccina si affrettò a far valere i suoi titoli alla mia considerazione.

— Son sua moglie e da un mese! — esclamò rizzandosi...

L'espressione di vanità soddisfatta che riescì a palesarsi su quell'orrendo viso all'idea della lunga durata del suo impero, la specie di fiamma che lampeggiò un istante negli occhi glabri del marito, tutto ciò suscitò in me un orrore misto di pietà e di ripugnanza che pose un termine alla mia visita.

Avevo veduto i frati e le suore di Carità, ero penetrata negli ospizi dei protestanti e delle altre confessioni, mi rimaneva da visitare il convento degli armeni[34]. Mi vi recai e vi trovai la più amabile accoglienza. Gli armeni dell'Asia Minore non assomigliano ai greci di quel paese, che, sotto la dominazione dei loro barbari padroni, hanno contratto non so quale ruvidezza estranea alla razza ellenica. Posti sopra i greci dall'ingegno e dalla ricchezza, gli armeni di Siria e di Palestina sovrastano loro anche per una grazia e per una dignità tutte speciali.

Nulla è più bello, più ricco e di miglior gusto che i loro edifici, gli ornamenti delle loro chiese e le loro case. In tutte le città dell'impero ottomano, le più belle case appartengono agli armeni ed esse, come le chiese, non sono solo magnifiche, ma pulite, ben tenute, eleganti e comode. I loro modi sono quelli di gran signori e l'interno dei loro palazzi risponde perfettamente all'idea che ci facciamo in Europa di una dimora principesca in Asia. Il convento armeno di Gerusalemme è immenso, composto di parecchi corpi di casa e circondato da deliziosi giardini. Una biblioteca ricca in bei manoscritti ed in miniature su pergamena, il tesoro ricolmo di pietre preziose montate con un gusto squisito, infine i loro arredi sacerdotali intessuti d'oro, d'argento, e delle sete più smaglianti, tutto ciò abbaglia gli occhi e incanta l'immaginazione. Il patriarca armeno circondato da' suoi monaci dalle lunghe barbe accurate, dalla tonaca violacea, con un berretto ed un velo svolazzante dello stesso colore, non assomiglia affatto ad un capo di comunità monastica europea. Dev'essere costato molto ad essi l'umiliarsi come fecero durante tanti secoli di fronte al potere del conquistatore o piuttosto devono aver tratto gran profitto da un'umiliazione sopportata con tanta pazienza, perchè non sono gente capace di prosternarsi nella polvere solo perchè è pericoloso di rimanere in piedi.

Frattanto era arrivato il momento della partenza. Io era da un mese a Gerusalemme, avevo raggiunto lo scopo del mio viaggio e non avevo più tempo da perdere se volevo ritrovarmi in climi più temperati prima che la canicola regnasse in Siria. Partii dunque, escii dalla cinta merlata che avevo varcata con tanta emozione e, arrivata in cima alla collina donde un mese innanzi avevo scorto Gerusalemme, mi voltai indietro per dare alla città santa un ultimo sguardo. Ultimo? Che so io se lo sarà davvero? Me lo domandavo lasciando Gerusalemme e me lo chiedo ancor oggi.

IL CORANO E LE RIFORME IN TURCHIA

I luoghi che visitai dopo aver lasciato Gerusalemme, Damasco, Aleppo, il Libano, mi offersero aspetti della vita nomade e di quella intima poco diversi da quelli che avevo osservato ad Angora, Latakiè o nelle montagne del Giaur-Daghda. Non mi rimane più che da riassumere le impressioni lasciatemi da quella lunga corsa nell'Oriente turco ed arabo. Di ritorno nella mia pacifica vallata d'Anatolia, comprendevo meglio le condizioni fatte alle popolazioni che mi circondavano dalle tradizioni che le dominano e dagli istituti che le regolano. Meglio illuminata sul vero carattere dell'islamismo, mi domandavo quali fossero i suoi destini probabili con una sollecitudine in cui entrava pure della simpatia. Sarebbe tradire un'ospitalità generosa e cordiale l'esporre qui tutto il mio pensiero su un argomento di cui oggi l'Europa si preoccupa a ragione? Non lo credo perchè se devo segnalare piaghe profonde posso pure additare qualità reali e porre meritati elogi accanto a severi rimproveri. È facile del resto spiegare la mia severità giacchè mi pongo al punto di vista cristiano per giudicare i principii e le istituzioni dell'Oriente. Ciò che devo dire della morale e della religione degli ottomani non potrà dunque essere che l'espressione di credenze e di dottrine diametralmente opposte alle loro.

Qual'è il principio che regge il governo turco? Quali germi di vitalità rinchiude in sè? Quali elementi offre per una riforma? Che genere di relazione può esistere fra esso e l'Europa cristiana? Sono questioni molto gravi, ma che è impossibile di non porsi dopo parecchi anni di soggiorno in mezzo alle popolazioni mussulmane. Non temete che io inizii qui un lungo dibattito; mi limito ad esporre qualche veduta, a raccogliere qualche osservazione.

L'impero ottomano è uno stato teocratico, ha per legislatore il suo profeta, per codice il suo libro sacro, per giuristi i suoi sacerdoti. Quando ci si pone fra i barbari, di fronte a popoli incapaci di dirigersi da soli, non preoccupandosi che di dare al patto fra governanti e governati la maggior solennità possibile, nessun principio di governo, nè quello del diritto divino, nè quello dell'elezione popolare può rivaleggiare col principio teocratico. Quale fonte più diretta, quale origine più nobile che la rivelazione, le profezie, i miracoli? Una volta ammesso il punto di partenza, rapporti immutabili si stabiliscono fra il principe ed i sudditi. I problemi di diritto e di legislazione non dipendono più dall'umano raziocinio; risolti dal dogma, sfuggono come lui ad ogni discussione. Se l'immobilità è una prova di forza, lo stato teocratico può guardare con compassione alle perturbazioni degli altri governi. Il guajo di un tal regime è che alle epoche di barbarie nelle quali prospera, succedono epoche in cui si fa sentire il bisogno del progresso. Perfino le popolazioni allevate sotto la protezione del sistema teocratico giungono a riconoscerne gl'inconvenienti. Esse sentono che è condannato, che non risponde più allo spirito dei tempi nuovi, esse sono allora poste fra due vie, o rassegnarsi al mantenimento di quel sistema colla certezza di dare al mondo lo spettacolo di una penosa agonia, oppure lanciarsi nei rischi di una crisi che può essere funesta se già troppo pronunciata fosse la decadenza prodotta dalla lunga durata delle istituzioni teocratiche.