Non avendo potuto fermarci a San Saba, non cessammo di camminare fino al termine della giornata.

Bivaccammo la notte ai piedi di una torre diroccata, nelle vicinanze di San Saba ove i monaci si degnano di tollerare la presenza dei viaggiatori. L'indomani ci rimettemmo in marcia prima del levar del sole ed eravamo giunti sul culmine delle ultime montagne che delimitano la valle del Giordano, quando il sole cominciò a levarsi. Dapprima non vedemmo che una coltrice di nebbie stesa ai nostri piedi. Poco alla volta quelle nebbie si raggrupparono formando una specie di padiglione sopra le nostre teste, fortunato presagio di una di quelle giornate nuvolose così rare in Oriente a quell'epoca dell'anno. Vasta e spoglia la valle del Giordano si apriva davanti a noi. Alla nostra destra era chiusa da una distesa di acqua nerastra sulla quale ondeggiavano ancora i vapori del mattino. Era quel Mar Morto che batte colle sue onde le rovine di Sodoma. A sinistra la valle si stendeva lontano quanto poteva giungere la vista, sempre arida e sempre sterile. Dov'era dunque il Giordano? Per quale via si gettava nel Mare Morto? Dall'altura su cui mi trovava io non scorgeva nulla che mi annunciasse il corso di un fiume, nulla, salvo ad una grande distanza una linea di un verde cupo quasi impercettibile che risaltava come su un fondo cretaceo.

Fatta una breve sosta, prendemmo la via della valle ed impiegammo più di due ore nella discesa, giacchè il Mar Morto è uno dei posti più bassi del globo. Ci fermammo un momento sulle rive. Uno dei nostri compagni pretendeva di trasportare nella valle del Giordano le abitudini parigine e trovava il posto comodo per farvi colazione, sicchè ebbimo molto da penare per mostrargli l'imprudenza di un pasto simile lontano da ogni acqua potabile, quando eravamo ancora separati dal Giordano da una tappa abbastanza lunga. Finalmente riescimmo a convincerlo ed io mi allontanai dal lago Asfaltide pensando invece a' miei bei laghi lombardi. L'idea di un lago si unisce a tal punto in me, lo confesso, ad impressioni di calma e di gioia che mi era difficile, anche in vista del Mar Morto, di pensare alla sua terribile origine. Senza dubbio la regione che circonda questa terra è aspra e triste, ma il limpido specchio delle acque salse riflette in modo mirabile la bellezza del cielo. Si è narrato che i pesci non possono vivere nel Mar Morto, che gli uccelli lo evitano, che niuna vegetazione vi projetta la sua ombra; ebbene posso assicurare che a quel lago maledetto non mancano pesci guizzanti e vivi, arbusti fioriti ove cantano gli uccelli, che nulla gli manca, fuor dell'acqua che si possa bere. Ma, malgrado la mia predilezione per i laghi che rimonta all'infanzia, lasciai il Mar Morto senza troppo rammarico. Due ore di marcia erano trascorse dalla nostra fermata in riva al Mar Morto e non vedevamo ancora nulla. La strada seguiva un pendio ripartito in immensi gradini e che si svolgeva dinanzi a noi come una scala gigantesca di cui non potevamo intravedere il termine. D'un tratto osservai una certa agitazione fra i nostri arabi. Stendevano il braccio verso il sud pronunciando rauchi monosillabi; i nostri cavalli nitrivano rialzando il capo; presero il galoppo, e noi li lasciammo correre sebbene nessun fiume ci apparisse. Nondimeno cominciai ad udire un sordo mormorio, finalmente giunti al basso della strana scalinata di roccie, che ci nascondeva il fiume, scorgemmo uno degli spettacoli più impressionanti che abbia ammirato durante il mio viaggio. Dinanzi a noi il Giordano trascinava fragorosamente le sue acque un poco fangose, ma profonde ed abbondanti, fra due sponde coperte di alberi immensi e, per così dire, ammucchiati gli uni sugli altri. Entrammo in quella foresta, ma non fu senza fatica che ci aprimmo un varco fra le macchie degli arrampicanti tutte ripiene del ronzio di miriadi di insetti alati. Una volta in riva all'acqua corrente mi affrettai a cercare un angolo solitario ove, dopo aver mangiato qualcosa, potessi abbandonarmi alla contemplazione del fiume sacro. Passai così parecchie ore in un raccoglimento che non potè turbare neppure un allarme dato alla nostra scorta dall'apparire di una tribù di predatori, subito dispersi. Spero di conservare tutta la vita il ricordo chiaro e distinto delle ore affascinanti di riposo passate in riva al Giordano, spero che l'immagine di quelle acque, di quelle rive, di quei boschi non si cancellerà mai dalla mia memoria. Il Giordano non è solo un gran fiume storico, è un fiume meraviglioso e che trasforma intorno a sè la natura come per un incantesimo.

Ritornammo a Gerusalemme da una strada diversa da quella che ci aveva condotto, con tanta fatica, fino al Giordano. Fra i ricordi di quest'ultima parte della nostra escursione, il solo che abbia presente è quello di un'ora passata presso una torre in rovina, di costruzione araba, in mezzo ad un delizioso boschetto. Questa torre sorge nelle vicinanze della città di Gerico o piuttosto dell'ammasso di capanne informi che si chiama così e che ha preso il posto della fortezza rovesciata dalle trombe di Giosuè. L'ora di riposo che gustai là dove sorgeva l'antica Gerico fu gradevolissima. Avevamo stabilito il nostro accampamento sotto alberi da frutta, in mezzo a fresche aiuole che i più bei parchi dell'Inghilterra avrebbero potuto invidiare alla piana del Giordano. Quelle verdi oasi, gettate qua e là fra le sabbie, sono una delle singolarità di questa terra araba. La fantasia vi evoca involontariamente tipi poetici, e vorrebbe crearvi un popolo che ne fosse degno. Oh, perchè l'umanità non vi deve apparire che sotto le spoglie le più misere al cospetto di quella grande e magnifica natura?

Ritornati a Gerusalemme il giorno seguente, non avevamo più nulla da imparare sui luoghi e monumenti di Terrasanta; è sugli abitanti che la nostra attenzione doveva riportarsi.

I PROTESTANTI E GLI EBREI A GERUSALEMME — GLI OSPIZI

Se anche i luoghi e i monumenti non avessero alimentato la mia curiosità, Gerusalemme mi avrebbe offerto un simpatico argomento di studi, l'ospitalità cristiana in Oriente. Ho passato fra i monaci e le suore di carità alcuni dei migliori momenti del mio pellegrinaggio. Gli uni mi incantavano colla loro ingenua bonarietà, le altre vegliavano con materna cura sulla mia figliola, giovane neofita che la direttrice di quella Comunità, una donna amabile e dolce, giudicò degna di accostarsi ai Sacramenti con grande sorpresa di taluni di quei religiosi che mi credevano dedita al culto ed alla pratica delle dottrine di Voltaire e di Rousseau. Il giorno della prima Comunione era arrivato e la cerimonia fu a parer mio molto commovente. Il Sacramento era conferito a due sole giovinette, a quella che non ho più bisogno di nominare e ad una giovane tedesca che aveva appena abjurato il Protestantesimo e che s'incominciò dal battezzare. Scopo palese di quest'ultima cerimonia era di far credere alle anime semplici che i luterani non fossero cristiani, ma l'atto non era per questo meno contrario alle vere intenzioni della Chiesa che non permette un secondo battesimo condizionale che nei casi in cui è realmente dubbio che il primo sia stato amministrato. La sola scusa che avrebbero potuto invocare i promotori di quella manifestazione ostile ai protestanti consisteva nelle prove di malevolenza che quei medesimi protestanti risparmiavano tanto poco alla minoranza cattolica, in lega coi mussulmani, greci, ebrei e gli armeni scismatici, attualmente così numerosi a Gerusalemme.

Bisogna ammettere che tutte le simpatie dei protestanti vanno in Siria agli ebrei. Ma devo anche confessare che gli ebrei sono circondati a Gerusalemme da un certo prestigio poetico. Un giorno della settimana, sopratutto, ed un'ora particolare, richiamano volontieri l'interesse su quello strano popolo: l'ora del mezzogiorno di ogni venerdì. Si vedono allora gli ebrei riunirsi fuor delle mura esterne del loro tempio trasformato in moschea, in un punto in cui le antiche pietre sono ancora ritte: ivi piangono e si lamentano, in conformità alle parole del profeta, sui loro peccati e la loro caduta. Ebbi voglia di ascoltare una volta quei lamenti settimanali e me ne partii profondamente commossa. Vi è in quell'usanza un sentimento vero che non può non commuovere. Dacchè Tito prese Gerusalemme, ogni venerdì le lamentele degli ebrei si rinnovano su quei sacri ruderi. Sembra forse agli eterni proscritti che la vecchia patria risponda una volta la settimana all'appello della loro voce lamentosa? Non so; ma quel punto dell'antico Israele è abbastanza forte per attrarre ogni anno, verso Gerusalemme, schiere di emigranti israeliti dal fondo dei più ridenti villaggi della Germania. Questi strani coloni popolano quasi esclusivamente le città di Safed e di Tiberiade. Non vengono a coltivare la terra, nè a scambiare le merci europee coi prodotti di un paese remoto, no, vengono a chiedere un sepolcro alla terra che ricopre le ossa dei loro antenati; sono convinti che, se muojono entro il recinto di talune città di Palestina, non hanno nulla a temere dai tormenti della vita futura. Tutti gli ebrei del Levante non sono purtroppo, dei coloni di Safed e di Tiberiade; ma come potrebbero i cristiani non mostrare a questi ultimi benevolenza e misericordia?

All'epoca del mio soggiorno a Gerusalemme, il consolato d'Inghilterra manifestava agli ebrei di Palestina una vivissima simpatia. Il console era un vero «gentleman» naturalmente benevolo. Sua moglie, ch'era del resto una persona molto per bene, non aveva un carattere del tutto pacifico come quello del marito. Ancor giovanissima, era profondamente versata nelle lingue e nelle letterature orientali. Figlia di uno dei principali agenti dell'Inghilterra nell'estremo Oriente, aveva recato a Gerusalemme abitudini di attività politica che erano senza dubbio una tradizione di famiglia. Era essa che, d'accordo col vescovo protestante, dirigeva vari stabilimenti di beneficenza fondati in favore degli ebrei. Ne ho veduti i due principali, l'ospedale e la scuola. Ho poco a dire di quest'ultima; ma l'ospedale è un simpatico asilo, in una bella postura, ben tenuto e bene ammobiliato ed ove i sani non corrono il rischio di ammalarsi, come può accadere in parecchi ospedali europei. Vi è un'eccellente farmacia e l'amministrazione si regge con mezzi abbondanti. Quest'ospedale protestante, riservato agli ebrei, offre uno stridente contrasto coll'ospedale cattolico, misera istituzione sostenuta a fatica dalle scarse forze dei fedeli, ma ove anche un protestante sarebbe accolto, se si presentasse.

Poichè sto parlando d'ospedali, dirò che mi recai a visitare l'asilo dei lebbrosi e soggiungerò di passaggio che è una gran fortuna che il de Maistre[33] non abbia fatto come me, perchè non avremmo avuto il suo mirabile racconto. Nella maggior parte delle città della Siria, i lebbrosi conducono un'esistenza singolare, ma felice. Sono alloggiati a spese del comune o della carità di cittadini che si quotano per ajutarli. L'alloggio non è caro e neppure sontuoso, perchè a Gerusalemme, per esempio, consiste in un piccolo spazio in cui gli stessi lebbrosi si son fabbricati alcune capanne, ove gli ultimi venuti prendono successivamente il posto degli anziani che scompajono. Ognuno di essi impiega il suo tempo come gli garba ed il loro gusto uniforme li induce alla mendicità. Pertanto si trovano nelle strade e nei pubblici passeggi con un bacile in mano ed il viso scoperto, ciò che basta di solito a chiarire la loro situazione ed i loro bisogni. Al tramonto, tutti rientrano nel loro parco, vi fanno la loro cucina, mangiano e si addormentano come giusti che abbiano soddisfatto la loro sete.