Il monte degli ulivi non è che una collinetta vicino alla quale sorge una moschea. La pietra ove il Cristo era in piedi quando fu assunto in cielo e che serberebbe, secondo dicono, la sua impronta, è conservata nel recinto di questa moschea e riceve gli omaggi dei cristiani come dei mussulmani. La distanza da questo luogo a Gerusalemme è poco rilevante ed è dalla finestra di un piccolo belvedere annesso alla moschea, che ho veduto la città santa sotto il suo aspetto, non dirò solo il più bello, ma il più soddisfacente. L'occhio ne abbraccia l'insieme senza perdere alcun particolare. Per noi altri cristiani sopra tutto, che siamo condannati a non vedere il tempio, (attualmente moschea d'Omar) che dal tetto d'una caserma, è una vera fortuna questo belvedere. Gli eruditi affermano che tutto quello che esiste attualmente là dove Salomone aveva innalzato il suo meraviglioso edificio è una costruzione mussulmana[32] ed io mi asterrò, seguendo la mia norma prudente, dall'immischiarmi in una simile discussione. Posso dire però che la moschea di Omar non assomiglia ad alcuna delle numerose moschee che coprono tutta l'Asia. Le moschee sono di solito precedute da una corte, circondata da alte mura, alberata e rallegrata da una fontana. Quella di Omar è invece collocata nel mezzo di un immenso spazio vuoto, la cui forma quadrata è determinata da frazioni di portico poste ad intervalli. Le moschee sono in genere composte di una riunione di costruzioni svariate, come tombe, celle per alloggio dei dervisci, fachiri o santoni, una sala per la danza dei dervisci ecc., oltre lo spazio aperto a tutti i fedeli mussulmani che vanno a farvi le loro preghiere. Ignoro la disposizione interna della moschea d'Omar; può darsi che l'abbiano divisa in tanti appartamenti quanti sono i giorni dell'anno, ma nulla rivela all'esterno un tale adattamento che risulta evidente in tutte le altre moschee. Se apro ora la Bibbia e leggo il capitolo sulla costruzione del Tempio di Salomone, vi ritrovo il grande spazio vuoto, il portico ed il colonnato in giro, infine tutto ciò che rende la moschea d'Omar così diversa dalle altre. Dal canto mio, siccome dopo tutto le opinioni sul Tempio di Salomone e sulla moschea d'Omar sono libere, preferisco pensare che rimanga qualcosa del primo nella seconda.
La salvezza del mondo, se si dovesse credere ai mussulmani, è connessa alla rigida applicazione della regola che tien lontani gli infedeli dalla moschea d'Omar, ed ho rischiato di procurarmi un guajo serio quando scorgendo, sotto una volta che conduce alla moschea, delle finestre ogivali che mi ricordavano la vecchia e cara Europa, feci qualche passo per esaminarle meglio. Ero ancora sotto la prima arcata e mi ero fermata a guardare le mie ogive quando un gigante snello, quasi nero e quasi nudo, si accostò non a me, ma agli uomini che si trovavano vicino a me, con una violenza di gesti e d'intonazione che rendevano la sua barbara loquela fin troppo intelligibile. Era evidente che ci minacciava di tutto il suo furore se non ubbidivamo a ritirarci immediatamente. La mia avversione per ciò che noi italiani chiamiamo prepotenza, mi dava una gran voglia di camminare diritto dinanzi a me; ma un ottimo vecchietto che si era fatto per quel giorno il mio cicerone si mostrò tanto allarmato e desolato, parlò all'arabo con tale rapidità e prolissità che credetti di dovermi rimettere, per riparare i miei torti, alla prudenza ed all'eloquenza della mia guida, ed era senza dubbio il miglior partito da prendere. L'arabo non ci lasciò che dopo averci visto retrocedere.
Gerusalemme non è solo la città del Cristo, è anche quella dei Re e dei Profeti. Accanto ai ricordi del Vangelo vi si incontrano quelli della Bibbia. A Gerusalemme vi sono anzitutto le grotte d'Isaia ed i sepolcri dei Re; nei dintorni della città i giardini di Salomone, più lontano ancora il Giordano e il Mar Morto. Riassumendo qualche impressione su questi luoghi spesso descritti, completerò la mia peregrinazione attraverso la Gerusalemme storica ed a' suoi dintorni, per passare quindi alla Gerusalemme vivente, in mezzo alla quale ho trascorso i primi giorni della primavera del 1852.
Le grotte d'Isaia mi hanno offerto l'occasione di osservare una volta di più il gusto col quale gli Orientali, Turchi od Arabi, sanno scegliere per le loro case i luoghi più pittoreschi.
A pochi passi da Gerusalemme, in mezzo a campagne ombreggiate da ulivi magnifici, sorge una collina rossastra ed entro le sue pareti è stato scavato uno stretto passaggio. Questo passaggio conduce alla grotta d'Isaia, ampia cavità tappezzata di arrampicanti. Fra il passaggio e l'ingresso della grotta si osserva una specie di giardinetto all'ombra di un vecchio fico dai rami molto larghi. Vive colà un santone che mi sembrò assai felice. Non so se questi monaci mussulmani facciano voto di povertà, ma sono convinta che non possiedono nulla e che quest'estrema indigenza non pesa loro affatto. Il santone della grotta d'Isaia ha un vantaggio sui suoi confratelli, di condurre cioè quella strana vita di fronte ad una magnifica natura. Dà prova di un gusto squisito nella scelta della sua residenza e questo gusto distingue, lo ripeto, tanto gli arabi che i turchi. Gli uni e gli altri sanno sempre trovare per i loro villaggi la postura più comoda, le ombre più fresche e le acque più limpide.
Dalla grotta d'Isaia non occorre camminar molto per giungere al sepolcreto degli antichi re d'Israele. Per poco che ci si inoltri, in mezzo a quel labirinto di boschetti e di roccie, si va presto a battere contro un vecchio muro, che serve da cinta ad una specie di corte. Sulla porta è scolpito un bassorilievo raffigurante una ghirlanda di pampini, che mi sembra difficile di poter attribuire all'epoca dei re d'Israele ed alla nazione ebrea. Si passa ginocchioni sotto questa porta. Si entra ancor meno facilmente nelle sale sotterranee che costituiscono il sepolcreto. Queste sale sono vuote; un tempo comunicavano fra loro mediante porte massiccie in pietra che sono state scardinate e giacciono al suolo. La sola impressione che produce questa necropoli è il desiderio di allontanarsene, di varcarne la soglia il più presto possibile, tanto è stretta che ai visitatori sembra di essere condannati al carcere perpetuo.
Allontaniamoci ora un poco; traversiamo Betlemme, bel villaggio quasi intieramente costruito in pietra bianca e posto sul fianco dirupato di un monte: andiamo verso i giardini di Salomone. Ci piace credere che il Cantico dei Cantici sia stato inspirato da quelle fresche ombre.
L'impressione prodotta da quell'asilo delizioso è tanto più viva, in quanto che per giungervi occorre affrontare una marcia faticosa attraverso ad una delle regioni più aride della Giudea. Effettivamente i miei occhi non avevano mai veduto lo spettacolo di più ricche aiuole di fiori olezzanti, nè mai canti di uccelli più melodiosi avevano risuonato alle mie orecchie. Stavo forse per veder apparire il Re e la Sunamite in mezzo a quel paesaggio fatato? Ero quasi tentata di crederlo, allorchè uno spettacolo molto inatteso venne a dissipare le visioni che mi sforzavo di evocare, e mi trovai frammista ad una «party» inglese. Una di quelle colonie britanniche che si incontrano su tutti i punti del globo si era impossessata per la stagione estiva dei giardini di Salomone e li aveva presi in affitto, come si può fare di una casa di campagna a Saint Cloud o di una villa a Capo di Monte. Tende di forma e di colore variate formavano l'abitazione della società; ma durante il giorno erano vuote e tutto lo sciame si godeva la prateria ed i boschetti. Vi erano signore in abito da mattina altrettanto corretto che se avessero abitato un castello in piena Inghilterra, poi un'ondata di signorine giovani vestite di bianco che lasciavano scendere le loro treccie sparse di nastri celeste e rosa, sulle loro spalle scoperte. Un poco più in là scorsi un gruppo di «gentlemen» in costume di caccia intenti ai lavori della campagna. Venni a sapere che la colonia era composta di missionari che si erano proposti il compito di additare agli arabi, e specialmente agli ebrei, i risultati salutari delle società bibliche e degli aratri brevettati. Non si può negare che sia un pensiero poetico e gentile quello di valersi dei giardini di Salomone per introdurre in Palestina i benefici della civiltà; ma è un'idea sterile che naufragherà certo contro l'invincibile forza d'inerzia di quelle popolazioni.
Volete sapere ora qualcosa di un'escursione al Giordano od al Mar Morto? Per questo complemento di rito di un pellegrinaggio a Gerusalemme è prudente assicurarsi una buona scorta. Il pascià di Gerusalemme, al quale avevo annunciato la mia intenzione di visitare le rive del Giordano, mi aveva posto sotto la protezione di uno sceicco arabo, singolare protettore che era, dovetti presto convincermi, l'agente degli sceicchi del deserto, incaricato di farsi pagare un riscatto dai viaggiatori a casa loro. Lo sceicco arabo, vecchio di una sessantina d'anni, venne infatti a trovarmi due giorni dopo la mia visita al pascià e mi presentò una specie di passaporto che mi avrebbe immunizzata, secondo lui, da qualsiasi cattivo trattamento delle tribù del deserto durante tutto il mio viaggio, ma che non mi dispensava per altro dall'assoldare una scorta e mi obbligava anzi a pagare cento piastre a testa, in parte prima della partenza ed in parte al ritorno. Questo metodo nuovo e pacifico di spillare quattrini ai viaggiatori deve essere estremamente redditizio, perchè la sola nostra gita al Giordano faceva passare nelle mani degli arabi mille duecento piastre. Una volta che ciò fu deciso, ci mettemmo in istrada verso le nove del mattino con alcune persone del consolato di Francia che si erano unite a noi.
Io avevo l'animo oppresso e lo spirito inquieto. Temevo per mia figlia i calori deprimenti che regnano sulle rive del Giordano e del Mar Morto. La nostra spedizione, fortunatamente, non ebbe alcuno strascico dannoso per quanto abbia messo più di una volta alla prova il nostro coraggio. Da Gerusalemme al convento di San Saba, meta della nostra prima tappa, la distanza non è lunga, ma possono bastare poche ore per far molto soffrire. Cavalcavamo fra roccie che colla loro bianchezza smagliante e coll'assoluta aridità ci rendevano doppiamente penoso il riverbero della luce e del caldo. Finimmo per dimenticare un momento le nostre sofferenze scorgendo una stretta gola dominata da montagne ed il cui fondo scompariva sotto un'agglomerazione di blocchi giganteschi. Quel dirupo era il letto diseccato del torrente Hebron. Una delle montagne che lo stringono ci appariva scavata da numerosissime grotte nelle quali si asserisce che abbiano vissuto San Saba ed i suoi discepoli; l'altra montagna, che sorge sulla riva sinistra del torrente, è coperta da diversi edifici, case, chiese, fortilizi circondati da un solo muro di cinta. Questo gruppo di fabbricati non è una rocca come si potrebbe credere, ma il convento di San Saba, proprietà della chiesa greca ed abitato da monaci che dovettero sostenere parecchi assedi per difendere i loro ricchi beni dai tentativi degli arabi. Per solito, l'ospitalità dei monaci greci di San Saba è molto fastosa, ma era loro accaduta pochi giorni prima della nostra visita una curiosa avventura. Parecchi giovani inglesi, muniti di lettere di raccomandazione del Patriarca greco per il superiore del convento, avendo avuto da lamentarsi del ricevimento loro fatto dai monaci, non avevano trovato altro di meglio che picchiare di santa ragione i venerandi padri, più avvezzi a valersi della loro artiglieria contro gli arabi che a respingere un assalto di box e di bastone. Da che quei temibili ospiti li avevano lasciati, i frati greci di San Saba, avevano giurato di non aprir più il loro convento a verun straniero, se anche recasse una lettera dello stesso Czar ortodosso. Pertanto quando, esausti di sete e di stanchezza, battemmo alla porta del monastero, non ottenemmo altro esito che di richiamare sul bastione un monaco che brandiva un'enorme pietra minacciando di gettarcela sul capo se ci fossimo fermati più a lungo. Il nostro sceicco arabo intervenne allora e chiese, non di poter entrare nel monastero, ma di poter comprare qualche provvista. Queste trattative fecero accorrere sulle mura altri frati armati di fucili coi quali ci prendevano di mira. Eravamo sul punto di accettare battaglia, quando un nuovo sforzo d'eloquenza dello sceicco ebbe finalmente ragione della resistenza dei monaci che consentirono a calare dall'alto di quel bastione colle corde qualche secchio ricolmo di un'acqua tiepida che ci dividemmo avidamente. Solo gli uomini a cavallo della nostra scorta araba rifiutarono di bagnarvi le labbra. Avvezzi alla vita sobria del deserto, essi non provavano alcuna delle sofferenze dei nostri compagni europei: all'ora del mezzogiorno, dopo una mezza giornata di marcia, erano così calmi e freschi come al momento della partenza.