Le virtù istintive del popolo turco non sono racchiuse del resto entro gli stretti confini de' suoi rapporti colle donne. La stessa dolcezza, la stessa delicatezza, direi quasi la stessa grazia sentimentale lo seguono ovunque. Il bimbo non soffre quasi mai del malumore di suo padre, e neppure lo schiavo di quello del suo padrone. Le risse sono rare, anche nelle infime classi del popolo, e quando vengono a scoppiare danno difficilmente occasione a quelle scenate volgari e brutali che insanguinano troppo spesso i luoghi di riunione della plebe nella nostra Europa. Un certo istinto di nobiltà preserva il turco da ogni violenza ignobile. Egli espone i suoi rancori oppure si difende con calma, e se l'accordo non è ristabilito spontaneamente le parti avverse si recano presso un uomo rispettabile per l'età o per il carattere e ne accettano il verdetto come si inchinerebbero alla sentenza di un magistrato. Un sentimento di sincera pietà, una fede cieca, una meravigliosa pazienza, una rassegnazione commovente nelle disgrazie, il gusto del bello, del vero e dell'onesto, l'abnegazione personale, ecco i caratteri principali dell'indole turca. Non parlo qui degli abitanti delle grandi città, nè dei membri delle classi alte che copiano le esteriorità degli stranieri, sebbene affettino di disprezzare e di odiare tutto ciò che non è turco. Il turco elegante, affettato, spirito forte non mi piace. Voglio parlare solo del popolo delle campagne e degli abitanti poveri delle città di provincia. La condotta di questi ultimi non concorda sempre coi loro sentimenti, che però esistono ed hanno radici forti, vigorose e profonde nei cuori. Hanno resistito a dure prove, alla corruzione degli esempi, dei costumi e della legge. Colui che saprà svilupparli, sfruttarli e renderli fecondi, sarà il rigeneratore degli Ottomani.
Al punto in cui si trova oggi, che avvenire attende il popolo turco? Subirà fino agli ultimi limiti le funeste conseguenze della teocrazia? Non havvi per lui che questa crudele alternativa di perire oppure di riscattare la sua vita a prezzo della sua indipendenza? Dio lo salvi da un destino così triste! Non voglio atteggiarmi nè a profeta, nè a dottore; ma credo d'aver dimostrato che questo popolo ha in sè gli elementi di una vita morale migliore. Che può farsi per svilupparli, stornando le minacce di sventure? L'Europa si è prefissa ora, come primo scopo, la salvaguardia dell'indipendenza turca; ma può venire l'ora per un altro lavoro, per uno sforzo rigeneratore. Cosa si intenderà di fare allora? Mi limito ad indicare due necessità che dovranno certo rivelarsi, quella di costituire sul territorio turco le forze materiali capaci di svilupparne la ricchezza, ma anche quella di preparare una riforma ormai riconosciuta indispensabile nel regime creato da Maometto con scopi che ora contrastano cogli interessi e coll'incivilimento del mondo.
Il territorio ottomano invita, coll'abbondanza e la varietà delle sue risorse, alle più larghe applicazioni dell'agricoltura. Inoltre quel suolo che feconda tutte le sementi da quelle degli immensi alberi a quelle dei fiori dei prati, che nutre greggi innumerevoli e preziose, quello stesso suolo non è meno ricco in giacimenti mineralogici. Ogni valle, ogni montagna possiede vene di rame, di ferro, di piombo ed anche d'argento. Sonvi ruscelli che trascinano polveri d'argento ben note agli abitanti dei villaggi vicini e che nondimeno questi non pensano a raccogliere. Questo paese possiede dunque tutti gli elementi necessari per divenire il più ricco, come è già forse il più bello degli stati del vecchio mondo. Non v'è dubbio che esso sia in grado di offrire alle potenze europee che prendono la sua difesa il compenso dei servizi che riceve da essi.
Rimane un'altra opera, che non dipende più solo dall'Europa, ma dagli stessi Ottomani.
Se è vero che la costituzione dell'islamismo, creatrice di soldati così intrepidi, sia stata fatale allo sviluppo della vita civile, se è vero inoltre che le teocrazie si ricusano ad ogni idea di progresso e di mutazione, e se, nondimeno, una trasformazione almeno parziale è oggi necessaria alla salvezza nazionale, che se ne potrà concludere? Sarà deciso l'abbandono della forma e delle basi teocratiche del governo? Attualmente ciò sarebbe inattuabile. Se anche i capi del governo avessero il coraggio eroico di rinnegare il dogma che garantisce loro un'autorità illimitata, il popolo, sinceramente ed intimamente attaccato alle sue credenze religiose, non ratificherebbe questo sacrificio. Esiste però un mezzo termine fra l'abbandono completo di un sistema e la sua rigida esecuzione. Questo mezzo termine si chiama riforma, parola odiosa ai membri delle teocrazie, ma che in questo caso speciale è già stata pronunciata molte volte dagli uomini più illustri della Turchia. È vero che il favor popolare non ha circondato questa parola e neppure le cose che essa annuncia ed esprime. Ai miei occhi la ragione ne è evidente. Sebbene le riforme sin qui introdotte nella costituzione dell'Impero Ottomano fossero saggie e tendessero ad abbassare la barriera eretta dall'islamismo fra l'Europa cristiana e l'Asia mussulmana, esse non potevano recare alcun sollievo immediato alle sofferenze degli Osmanli; avevano del resto per scopo la distruzione delle limitazioni imposte nel passato ai sudditi cristiani della Porta e quest'emancipazione, reclamata dalla giustizia del pari che dalla politica, urtava pregiudizi dei maomettani zelanti. L'odio ed il disprezzo verso i cristiani fanno parte del simbolo della loro fede religiosa; intaccarli era ribellarsi contro le prescrizioni del loro libro sacro e ciò per ragioni politiche incomprensibili per la gran maggioranza dei turchi. Una riforma politica non sarà mai accolta da un popolo così profondamente credente, se non è appoggiata ad una riforma religiosa. Resta a sapere come quest'ultima dovrebbe procedere. Il Cristianesimo ha avuto anch'egli al XVI secolo i suoi riformatori. Cosa fecero? Si rivolsero alle coscienze più delicate, agli spiriti più esaltati in fatto di religione; i timidi sarebbero rimasti neutri in quella gran contesa. Gli zelanti se ne preoccuparono militando nell'uno o nell'altro campo. Perchè non accadrebbe la medesima cosa nel Levante? Occorre che i dotti scendano al livello delle menti semplici, che i grandi si facciano piccini e non rifuggano anche dall'impiegare un linguaggio mistico, dal rivendicare una partecipazione all'ispirazione divina, sola capace di procurar loro la fiducia e l'obbedienza. È necessario che in nome di quello stesso potere e di quel medesimo principio che trasformavano un tempo gli ottomani in un popolo di soldati, sappiano farne oggi degli uomini. Si decidano a rovesciare ed a calpestare la fatale muraglia che separa l'Oriente dalla civiltà, insegnino al loro popolo a rivolgersi verso l'Occidente quando pronuncia le sue preghiere, perchè è da questo lato che si leva il sole ed ormai continuerà a levarsi. Gli dischiudano le vie dello studio e dell'azione, gli diano una famiglia coll'abolire la poligamia, perchè, se una moglie costituisce una famiglia, parecchie la distruggono. Inizino i turchi alle dottrine di incivilimento ed alla morale del cristianesimo, pur senza pronunciare il nome del Cristo; atteggiandosi a commentatori del Corano, ne modifichino profondamente le massime ed i precetti. Questi propositi non sono facili a realizzarsi, lo so, e non potrebbero attuarsi in Europa nel secolo in cui viviamo; ma l'Asia non è l'Europa. Del resto le circostanze premono imperiose ed è ora di decidersi.
Credo di aver detto abbastanza per mostrare a quali condizioni una trasformazione salutare potrebbe compiersi in Turchia. Mi fermo dinanzi a prospettive nelle quali sarebbe temerario di arrischiarsi troppo a lanciare uno sguardo. Volevo nondimeno lasciarle intravvedere e, dopo aver narrato un viaggio che mi aveva rivelato sotto aspetti così tristi l'applicazione delle dottrine del Corano, volevo combattere queste ultime in nome del carattere stesso e degli interessi del popolo che esse reggono.
FINE
NOTE
[1]. Veranceir è situata nel vilayet di Castamuni, che costeggia per lungo tratto il Mar Nero e comprende pure il bacino minerario di Eraclea.
[2]. Il sultano Mahmud II, che regnò a Costantinopoli dal 1808 al 1839, dovette fronteggiare l'insurrezione della Grecia che finì per collegare ai danni della Porta l'Inghilterra, la Russia e la Francia, ed al tempo stesso vide il suo potere minacciato da mussulmani ribelli come Alì pascià di Gianina e Mehemet Alì pascià d'Egitto. Ma fu sopratutto l'insurrezione dei Gianizzeri nel 1826 che costrinse il sultano ad una frettolosa ricostruzione dell'ordinamento militare ottomano. Mahmud sotto la pressione di eventi così gravi non esitò ad introdurre nella decrepita amministrazione dell'impero metodi imitati dagli esempi occidentali e suscitò pertanto molte resistenze da parte degli ortodossi più zelanti, ciechi fautori dell'antico ordine di cose che ritenevano solo compatibile coi precetti del Corano. Il ribelle vassallo d'Egitto, che fece correre così gravi pericoli al potere del sultano, si giovò abilmente del malcontento che l'attitudine del sultano stesso a cercare dei modelli in Inghilterra ed in Russia aveva destato in larghe sfere del mondo mussulmano.