Si suol dire, per iscusare la inerzia delle classi educate, nulla esservi di più difficile, che il mostrare la luce ai ciechi, di sottomettere alla ragione i zotici, d'insegnare agli ignoranti. L'impresa può essere ardua, e deve apparire doppiamente tale a chi non ha mai tentato passo alcuno in quella direzione. Ma le difficoltà non sono però tali da disanimare la buona volontà di un vero filantropo, di un vero patriotta, di un vero cristiano. — Ricordiamoci che acquistando la libertà e l'indipendenza, costituendoci in nazione, ed ottenendo come tale un posto onorato fra le potenti e civili nazioni europee, abbiamo acquistato dei diritti non solo, ma abbiamo contratto altresì dei doveri verso le vicine potenze, e verso noi medesimi. — Siamo stati rispettati sin quì, dobbiamo mostrarci degni di rispetto. Dobbiamo tollerare con forte pazienza i mali inseparabili da ogni sociale rivolgimento; non perdere il tempo e la lena in vani lamenti, in puerili ed irate recriminazioni, in urti ed assalti reciproci, in garruli od inutili dibattimenti; ma prefiggerci per iscopo d'ogni nostro atto la consolidazione di quanto abbiamo fatto, e perchè non potevamo far cosa migliore, e perchè ciò che abbiamo fatto liberamente non possiamo ripudiarlo senza confessarci inetti e bisognosi di severa tutela: confessione che sarebbe troppo umiliante per una nazione come la nostra, che per tanti anni aspirava ai beni di cui gode oggidì, e che acquistati appena non ha il diritto di sprezzarli, o di dichiararsene stanca. — Ricordiamoci che il pentimento nelle nazioni non è virtù, ma debolezza, leggierezza, o indizio dell'una e dell'altra.
Sforziamoci d'inspirare ai nostri compatriotti, a qualunque classe di persone appartengano, la tolleranza, la costanza e l'energia. — Scacciamo le tenebre della ignoranza, che tolgono al povero delle campagne, come a quello delle città, la necessaria luce; ma mentre ammaestriamo il povero, non trascuriamo di ammaestrare noi medesimi.
Chi semina la discordia fra i cittadini non è il povero. — Chi sparge sospetti, proteste e calunnie sui nomi sin qui più onorati del paese nostro, sì che più non si trovi un uomo meritevole di stima e di rispetto che assumere si voglia di succedere a chi sottostava alle ingiuste ed alle assurde accuse de' suoi concittadini; chi operava simili nefandità non è il povero nè l'incolto. — Chi consiglia agli elettori di scegliersi a loro rappresentante un avversario dell'attuale ordine di cose, che non accetta l'incarico affidatogli, o lo accetta per aggiungere nuovi ostacoli a quelli che già ingombrano la via ove camminar debbono il governo e il paese, non è nè il povero nè l'ignorante. — Chi biasima gli operosi, senza additar mai ciò che sarebbe da farsi, e senza por mano ad opra alcuna, non è il povero, che si accontenta di ripetere le insulse diatribe de' suoi maggiori. Chi profetizza, ed annunzia come imminenti, rovinose catastrofi, senza dir mai come si potrebbero evitare, eccitando così il terrore, lo scoraggiamento e la diffidenza nell'animo delle moltitudini, non è il povero. — Dobbiamo farci maestri del popolo, ma dobbiamo altresì correggere noi stessi, sicchè egli possa vedere in noi il modello di ciò che esser deve il cittadino di un paese libero.
Mi si potrebbe opporre ch'io raccomando ad un tempo due cose che non possono camminare di pari passo; cioè che raccomando alle classi più elevate della nostra società di farsi educatrici delle più povere e più rozze, mentre dichiaro che le prime abbisognano non meno che le seconde di una educazione politica, e si potrebbe ancora soggiungere che codesta educazione io non accenno chi debba ad esse compartirla.
Poche parole basteranno a chiarirmi su tale apparente contraddizione. Se le modificazioni, ch'io vorrei suggerire alle classi più colte ed illuminate de' miei concittadini, richiedessero lungo tempo ed ardui studii per essere effettuate, meriterei invero la taccia di proporre degli scolari per maestri delle classi più povere e più ignoranti. — Ma le modificazioni di cui parlo dipendono unicamente dalla volontà di coloro che dovrebbero eseguirle. — Gli italiani educati e colti sanno benissimo, che un paese non può governarsi costituzionalmente, se i cittadini di questo non partecipano al maneggio degli affari suoi; che non v'ha linea stabile di confine tra i governati e i governanti, ma che l'autorità passa dagli uni negli altri, secondo le varie circostanze, secondo pure che si scoprono nuovi cittadini atti ad assumerla e ad esercitarla. E se gli italiani capaci di partecipare al governo del loro paese, se ne stanno inoperosi, fuori della sfera in cui si trattano gli affari, contenti di biasimare chi assunse l'incarico di governare, non è già perchè essi non sappiano che quando tutti i cittadini se ne stessero come essi stanno colle mani alla cintola, il governo parlamentare o rappresentativo sarebbe pel nostro paese una utopia. Non è neppure che ad essi poco o nulla importi che esista o non esista il governo parlamentare: ma perchè vanno dicendo a sè medesimi, che gli aspiranti all'esercizio del potere non sono mai in numero troppo ristretto; che la loro propria cooperazione non sarebbe di vantaggio alcuno al paese, e che a loro è concesso di starsene oziosi, sicuri essendo che l'autorità non difetterà mai di esercenti. — Se v'ha un solo fra i nostri censori inoperosi, che rimproverato da qualche amico per la sua inerzia, non abbia tentato di giustificarsi adducendo per argomento la propria incapacità, e la certezza che non mancano cittadini disposti ad accettare la responsabilità del governo ed atti a sostenerla degnamente, si faccia innanzi, e mi dimostri la falsità del mio supposto.
Quando fosse vinta l'inerzia che opprime e domina una gran parte degli italiani più colti ed illuminati, sarebbero sanate molte delle piaghe che ne lasciarono i nostri antichi padroni. — Il cittadino, assorto negli affari dello stato o in quelli dell'amministrazione, non avrebbe nè il tempo, nè la volontà di volgere in ridicolo e di biasimare tutto ciò ch'egli vede; e quando avesse contratta l'abitudine di occuparsi di cose serie, non crederebbe più che gli manchi il tempo di applicarsi alla educazione delle classi povere ed incolte. Insomma le nostre classi illuminate ed istrutte sono atte a reggere lo stato, ed a guidare la pubblica opinione, che abbandonata a sè medesima, troppo spesso è soggetta ad errare; sono atte in una parola ad educare il popolo ed a perfezionare sè medesime, purchè così vogliano. — Così risolva la volontà loro, e le sorti del nostro paese seguiranno un corso regolare e placido, nè inciamperanno ad ogni passo negli ostacoli che loro suscitano pochi spensierati o maligni oppositori.
Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, e tosto vedremo chiarirsi il nostro orizzonte. Gli elettori si recheranno ai rispettivi loro collegi, e manderanno al parlamento, non già dei nomi in qualsiasi guisa famosi, ma degli uomini assennati, versati nel maneggio degli affari, onesti e prudenti. — Allora il parlamento si dividerà in una maggioranza compatta, e in una minoranza che servirà a mantenere la maggioranza sulla retta via. — Allora i ministeri sapranno su chi possono appoggiarsi, e formeranno progetti che spereranno di condurre a buon fine. — Allora cesseranno le deplorabili scene di violenza e di disordine, che alcuni degli attuali nostri deputati suscitano a bello studio, perchè le considerano come una incontestabile prova del loro ascendente. — Furono eletti perchè avevano fatto parlare di sè, ed ora mettono sottosopra il parlamento per mostrarsi non inferiori a sè stessi. — E gli uomini assennati di cui abbonda l'Italia permettono tali scandali!
Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, ed il popolo imparerà a fidare ne' suoi rappresentanti, e nei maestri che a lui spontaneamente si offriranno per renderlo atto a trarre dalla libertà la materiale prosperità a cui ha diritto. — Allora saremo veramente liberi ed indipendenti, quando pure Roma dovesse rimanere, per qualche tempo ancora, in balìa del Pontefice. — Allora saremo ricchi, perchè non avremo bisogno di spendere ingenti somme per combattere la noia compagna dell'ozio, e perchè la ricchezza dello stato ci consolerà delle scemate nostre ricchezze. — Allora avremo degli speculatori onesti, e delle speculazioni che arricchiranno i singoli leali speculatori, e con essi il paese. — Allora progrediranno le nazionali industrie, perchè i capitalisti le sosteranno, e gli artigiani vi lavoreranno con zelo indefesso.
Gli stranieri conosceranno quali tesori di forza, di costanza e di patriottismo serbi tuttora questa povera terra, tanto calunniata e derisa, e che sembra talvolta voler giustificare le accuse di cui è fatta bersaglio. Vere ed incalcolabili sarebbero le conseguenze di questo primo passo sulla via della pubblica salvezza. — Faccia ognuno ciò che sa e sente di poter fare, e nel giudicare della propria attitudine non si lasci ingannare dall'amore dell'ozio, ma faccia di sè uno scrupoloso e serio esame.
Questi sono i risultati verso i quali tutti dobbiamo tendere, nella misura delle nostre forze e della nostra capacità. — Abbiamo creduto troppo ingenuamente che, dopo le vittorie del 59 e del 60, le cose nostre avessero a progredire da sè sole, senza forviarsi mai, e senza che alcuno si prendesse la briga di guidarle. — Da quell'epoca in poi abbiamo deviato non poco; e se non vi si pone pronto rimedio, potremo trovarci in breve smarriti nel deserto. Per buona sorte però non abbiamo ancora perso di vista la diritta via. — Torniamo senz'altro indugio ad essa, e non consentiamo mai più che vizio o passione ce ne allontani. — Cessiamo una volta dallo scambiare fra di noi accuse, sospetti e rimproveri; ma risolviamo invece unanimi e concordi di conservare i beni conquistati, educando noi stessi ed il popolo ad accrescerli sempre più, e a trarne quei vantaggi materiali e morali, che simili beni producono alle nazioni che già da molti anni ne godono, e che sanno giustamente apprezzarli.