»SOMMARIVA».
Tutto era adunque perduto. Il reame d'Italia non esisteva più, pel fatto dello scioglimento del suo governo e dell'abdicazione del suo principe. Dei due eserciti che contendevansi il possesso dell'Alta Italia, l'uno, cioè l'esercito nazionale, non avea più capo che volesse condurlo, nè parola sacra per rannodarlo. Gli Austriaci, quegli eterni nemici di ogni libertà, quei giurati nemici della italica independenza, occupavano tutta quanta la contrada, confermavano od abolivano i magistrati stabiliti, e cominciavano a far le viste di non addarsi dell'esistenza dei collegi elettorali, testè tanto potenti, predisponendosi in tal guisa a dichiarirli aboliti; il che avvenne di lì ad un mese.
Le illusioni non erano tuttavia distrutte peranco pienamente. Eravi presso ai Sovrani alleati, raccolti allora in Parigi una deputazione dei collegi elettorali, e da questa aspettavasi la salvezza dell'Italia. Toccare ad essa, dicevasi, l'esporre i bisogni della contrada, e il pattuire le condizioni della sottomissione ad un novello governo. Non si poneva mente che sgraziatamente il paese erasi di già sottomesso, e che non v'era più cosa da offrire in iscambio delle instituzioni e della indipendenza richiesta.
I deputati dei collegi a Parigi non tralasciarono di affaccendarsi. Fecero visite agli ambasciatori, ai ministri; le loro proposte non erano dissennate; i princìpi che invocavano erano sacri certamente. Fuvvi uno di quei ministri (quello di Prussia, se non erro) il quale mostrossi premuroso per loro, ed abboccossi più volte con uno di essi, il conte Alberto Litta, uomo di grande ingegno e di squisitissimo garbo. «Io vorrei pure aiutarvi», diceva un giorno quel ministro al Litta, «e parecchi de' miei colleghi vorrebbero essi pure assicurare alla bella vostra contrada una certa quale indipendenza. Ma eccovi tutto il nodo della faccenda: potete voi tenere in arme, per poche settimane ancora, trenta o che mila uomini? Con questo puntello è facile che ottenghiate l'intento; ma senza di esso, non pensateci nemmeno».
Mentre che siffatti discorsi faceansi in Parigi, i soldati Francesi valicavano a rilento, coll'arme al braccio, le Alpi, col cuore contristato e sgomentato, e nell'istesso mentre i generali italiani ch'erano venuti ad offrire il comando dell'esercito al generale Pino, a patto ch'ei si chiuderebbe con loro nella fortezza di Mantova e ne serrasse le porte in faccia agli Austriaci, ritornavansene ributtati disdegnosamente da quel generale, che gli aveva esortati a confidare in tutto e per tutto nella generosità degli Alleati. Ahi! ch'io non so se la dolorosa istoria dei nostri errori gioverà a farci far senno in avvenire!
La Reggenza provvisionale proseguì per alcun tempo ancora ad esercitare gli uffici suoi, adempiendoli nel modo che ci facciamo a narrare. Nel 27 di aprile del 1814 promulgò essa un bando al popolo del regno d'Italia, nei termini che seguitano. Trattasi di un documento autentico, poichè venne inserito nel Bullettino delle leggi, ond'io credo prezzo dell'opera il riferirlo.
«Gli eserciti delle Alte Potenze alleate entrano ora in questa parte del territorio italiano ch'essi non avevano ancora occupata. Queste Alte Potenze vogliono il buono stato e la felicità della nazione. Italiani! voi avete dato saggio di nobiltà di carattere, e il sentimento di patria è in voi sì potente, che non lascia campo allo spirito di parte. Gl'interessi privati sono al tutto postergati da ciascuno di voi; la brama della quiete e della tranquillità, il desiderio d'avere un governo savio ed indipendente sono scolpiti nel cuor di tutti; nè havvi un solo italiano che non pruovi il bisogno di un novello ordine di cose. Le Alte Potenze Alleate non hanno impugnate le armi se non pel massimo pro dei popoli, nè alcuno combattè mai per l'impulso di princìpi più generosi. Saranno questi princìpi tramandati alla tarda posterità dalla storia, la quale registrerà fra' nomi immortali quelli dei Sovrani oggidì regnanti. Sovvengavi, o Italiani, di queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete come vostri veri liberatori i soldati che hanno esposto le vite per la vostra salvezza; accoglieteli con l'affettuosa ospitalità loro dovuta. Aprite loro le vostre domestiche mura, confidando in tutto e per tutto nelle sagge disposizioni che saranno date dalla Municipalità. Fate che i trasporti dell'universale letizia sieno e vivi e dignitosi e tranquilli ad un tempo, e non permettete che cosa alcuna venga ad intorbidare questa calma generale che le autorità civili, militari e religiose a sì grave stento hanno ristabilita.
»La Reggenza provvisionale di governo, fidente nella cognizione che possiede del carattere italiano, e assicurata delle intenzioni dei vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani nella capitale, e che il debito e le circostanze portano che alloggi privati sieno posti a disposizione degli ufficiali. Ella è inoltre persuasa che la riconoscente accoglienza della capitale sarà ottimo esempio per tutto il regno.
»Milano, 27 aprile 1814.
»VERRI, presidente,—Giorgio GIULINI,—Giberto BORROMEO,—Giacomo MELLERIO,—PINO, generale di divisione,—Giovanni BAZZETTA.