La condotta del vicerè in quel punto fu onorata per ogni verso. Fu semplice, schietta, ricisa; ma fu terribile per gl'Italiani. «Non voglio», diss'egli a tutti, a' suoi generali, ai suoi soldati, ai suoi congiunti, alla consorte, ai nemici, «non voglio pormi per forza a capo di una contrada che non mi desidera. L'Italia è già pur troppo da commiserarsi; essa lo è da gran tempo, e sta per esserlo vieppiù; io non debbo aggravare i suoi guai aggiugnendovi la guerra civile, e tutti i flagelli che l'accompagnano. Io mi pensava potermi reggere ancora dopo la caduta dell'imperatore, e ciò per la speranza di trarre a salvezza la contrada che mi è stata affidata. Questa contrada ributta il mio appoggio; e ciò basta. Me ne ritorno al mio benefattore, al mio capo, al padre mio, a colui del quale io aveva sempre desiderato di condividere il destino». Era il vicerè edotto, in allora, del trattato di Fontainebleau, che assicurava a Napoleone uno Stato fuori di Francia, vale a dire in Italia. Sordo ormai alle instantissime suppliche di tutti coloro che faceano retto giudizio della condizione dello Stato italiano, il principe Eugenio conchiuse il 23 di aprile col maresciallo Bellegarde un'altra convenzione, per la quale quest'ultimo entrava in possesso non solo della capitale, ma e dei dipartimenti da cui per lo innanzi era stato escluso. Questa convenzione, rimasta segreta fino al giorno 26, e sospettata soltanto dalle truppe italiane, sparse fra esse la più angosciosa inquietudine. Pensieri di ribellione covavano in tutti quegli animi, e parole di minaccia uscivano dalle labbra di tutti i soldati, insieme con le espressioni della più intiera devozione verso il principe Eugenio e con le più calde suppliche acciò non partisse. Ma tutto era omai indarno. La principessa Amalia, sgravatasi quindici giorni prima, era venuta a raggiungere il principe Eugenio, suo marito, in Mantova, seco portando la numerosa sua famiglia. La guardia regia recossi il 26 a Milano, ov'era stata chiamata dalla provvisionale Reggenza. Il principe Eugenio avea di già fatto rimettere, la mattina del giorno stesso, al prefetto Vismara del dipartimento dell'Olona; lo scettro e la corona d'Italia, che prima egli avea tolti seco, per tema che si preziosi oggetti non cadessero in mano dei nemici. Alla sera del 26 l'ultima convenzione del vicerè e del maresciallo Bellegarde fu pubblicata; e un reggimento austriaco entrò tosto nella città di Mantova per pigliarne possesso. Alle quattro antimeridiane del seguente giorno, 27 d'aprile, il principe Eugenio, la principessa Amalia, i loro figliuoli, scesero lo scalone del palazzo, seguiti soltanto da alcuni fidi servitori, ma aspettati alla porta dagli ufficiali e dai soldati dell'esercito italiano, che li salutarono piangendo, non senza rinnovellare ancora una volta le loro proposte, le loro offerte, le loro preghiere. Il principe mostrossi forte commosso, e disse poche parole; ma questa volta fu dalla commozione impedito di proferirne di più. Dolsegli forse allora di avere sì tardi cominciato a riguardare l'Italia come la sola contrada in cui potevano avverarsi per lui splendidi destini.

La è cosa da notarsi che nè il principe Eugenio, nè il maresciallo Bellegarde si diedero il minimo pensiero del novello governo instituito in Milano, e dei tanti atti col quale sforzavasi questo d'illustrare il suo avvenimento. Come era facile a prevedersi, nè l'uno nè l'altro non faceano caso se non delle potestà costituite e riconosciute per legali, se non per legittime. Due eranvene in Italia a fronte l'una dell'altra; la potestà franco-itala e la potestà austriaca. Dichiarandosi contro di quella, la contrada non faceva altro che dichiarirsi a pro di questa, e a tal modo fecero ragione delle cose la potestà trionfante non meno che quella decaduta. Quant'è al governo rivoluzionario, che, non essendo sostenuto dall'esercito, avea creduto di piantarsi di mezzo tra i due partiti nemici e farsi riverire da entrambi, non ne fu fatto pur cenno nella novella convenzione che dava l'Italia agli Austriaci. Solo questi fecero le viste di riguardarlo come una congrega di buoni cittadini, solleciti di scampare la patria loro dagli orrori dell'anarchia e di farla passare, senz'agitazioni e trambusti, nelle mani dei suoi signori legittimi. Si può inoltre supporre che, affrettandosi di consegnare tutta la Lombardia agli Austriaci, il principe Eugenio realmente avvisasse di preservarla in tal modo dalle sciagure d'una guerra civile che facilmente poteva accendersi fra l'esercito e i cittadini milanesi. Ma se questa fu sollecitudine del nostro meglio, fu certamente sollecitudine funesta; perocchè per noi, che abbiamo assaggiato i frutti ch'essa produsse, è ormai evidente che meglio sarebbe stato l'incorrere nei più sanguinosi ravvolgimenti, e immergerci in tutti gli orrori della guerra civile, anzichè aprir l'ádito nelle nostre città a un solo dei soldati austriaci.

Quanto stupore dovette allora occupare gli animi degl'Italiani sedicenti puri, che teneano in Milano la somma delle cose unitamente con gli Austriaci mitigati e gli Austriaci puri, quando furono edotti della convenzione conchiusa tra il vicerè e il maresciallo Bellegarde, nella quale niun cenno faceasi di loro e dei fatti loro, e in conseguenza della quale le truppe austriache marciavano alla vôlta della capitale! Checchè ne sia, niun d'essi parve sgomentato; e quanto a me, son disposto a credere che attribuirono la mossa delle truppe austriache, non già alla convenzione conchiusa col principe Eugenio, ma alla segreta missione dei conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni, partitisi da Milano alla sera del 20 alla vôlta del quartiere generale austriaco. A tal modo gli animi traviati trovano pur troppo frequentemente degl'ingegnosi compensi per prolungare la durata delle grate loro illusioni! Altronde, quando pure alcuni di coloro che reggevano allora in Milano, non avessero data alla gita dei conti Porro e Serbelloni maggior importanza di quella ch'essa avea, l'appressarsi dei reggimenti austriaci poteva essere da loro spiegato favorevolmente e conformemente ai sogni degl'Italiani. La deputazione dei collegi elettorali era partita per a Parigi, e non alla vôlta del quartiere generale austriaco. Qual meraviglia se il maresciallo Bellegarde conducea le sue truppe verso la città che, sollevatasi contro il nemico di lui, era rimasta senza forze militari in cui poter fidare, senza protezione? Qual dubbio che il maresciallo e le sue genti non si ritraessero sollecite e non isgombrassero senza indugio la città, il giorno dopo il ritorno degli statuti fondamentali del regno d'Italia e dell'atto di nomina del novello monarca? Chi ponga mente che tutti i nemici del governo franco-italo non altrimenti riguardavano la spedizione delle Potenze Alleate, che come una crociata contro il dispotismo militare e a pro dei popoli, potrà farsi per avventura capace di quell'acciecamento sì strano, ma del quale mi fo ad arrecare le pruove.

L'esercito non era ancora rassegnato a sottomettersi. Uno de' suoi capi, col quale mi sono abboccato in quel torno, diceami: «Siamo avvezzi da sì lungo tempo a vederli (gli Austriaci) fuggire dinanzi a noi, che non possiamo indurci ad accettarli per padroni». Aveva il vicerè esortato gli ufficiali del suo esercito a ben ponderare le cose prima di pigliare un partito; «perocchè», diceva egli loro, «se ricusate di sottomettervi, ad onta della convenzione da me sottoscritta, vi farete rei di ribellione militare, e vi esporrete ai più gravi pericoli».

Ma ad onta di queste ammonizioni, la tentazione fu troppo forte pei generali italiani ch'erano allora in Mantova. La fortezza era ben munita di vettovaglie e di munizioni da guerra, in guisa da poter reggere anche per un anno. Le truppe francesi, non ancora uscite d'Italia e malcontente del destino loro apparecchiato in Francia, offerivansi pronte a combattere di conserva coi generali italiani ed a militare sotto i loro ordini. I generali Grenier e Serras ne aveano fatta formale promessa. Parecchie piazze forti reggeansi tuttora a fronte degli Austriaci; Murat non era lontano. Se l'esercito italiano non conseguiva l'intento d'impedire agli Austriaci l'occupazione definitiva della Lombardia, esso poteva almeno ottener patti migliori. I generali Teodoro Lecchi, Palombini e Paolucci, e il segretario Ignazio Prina partirono la notte del 23 da Mantova, e giunsero a Milano il 24. Recaronsi tosto in casa del generale Pino, il quale si alzava appunto da tavola quando gli venne annunziata la loro visita. Parecchie persone erano allora in casa del generale, il quale, chiamati i deputati di Mantova nella sala stessa ov'era raccolta la brigata, abboccossi con loro alla presenza di tutti. Erano venuti quei generali ad offrire al generale Pino, allora comandante di tutte le truppe del regno, il comando, più rilevante certamente e più onorifico, dell'esercito italiano raccolto in Mantova, che si proponeva di far testa alla invasione austriaca. Dopo avergli descritte le forze che avevano a disposizione e manifestate tutte le loro speranze, i generali Lecchi, Paolucci e Palombini caldamente esortarono il Pino di farsi egli pure a riparare lo Stato dalla occupazione austriaca, e andavano infiammandosi nel dire, all'avvenante che i pericoli della patria e la contentezza di preservarnela si venivano rappresentando più fortemente alla commossa fantasia. Ignorando il Pino l'obbietto della visita dei suoi colleghi, ei gli aveva accolti col sorriso sulle labbra, e per prevenire in certo qual modo le congratulazioni che si aspettava, erasi mosso incontro ai tre generali con cera d'uomo contento, dicendo: «Ebbene! che avete voi detto laggiù di quanto è qui accaduto? La cosa è stata condotta assai bene; giacchè al postutto, voleavi una vittima: bastò una sola, e l'elezione non fu cattiva». Ma il piglio aggraziato del Pino mutossi bentosto quando il Lecchi ebbegli risposto che il conte Prina era un valent'uomo, onestissimo e ragguardevolissimo, e che non avea meritato per verun modo il funesto destino che lo aveva percosso. Le proposte dei generali di Mantova finirono d'indispettire il Pino. Non dava già egli più retta che con mente distratta alle loro istanze, quando gli venne in mente doversi antivenire l'effetto che siffatti ragionamenti potevano produrre sull'animo degli astanti. Perciò interruppe le parole de' suoi colleghi, esclamando con isdegnosa impazienza: Non parliamo, non parliamo, cari amici, di queste cose; eseguite la convenzione; abbiate piena ed intiera fiducia nelle intenzioni degli Alleati, perocchè essi vogliono, siatene ben certi, l'independenza italiana quanto e più di quello che sia da noi medesimi desiderata. Furono queste le parole dette dal Pino. All'udirle, il generale Palombini s'istizzì; predisse al Pino il disprezzo che concepirebbero di lui gli Austriaci, l'abbandono in cui ognuno lo lascerebbe, lo scapito che ne soffrirebbe la sua riputazione: ma tutto fu indarno. Non se n'offese nemmeno, il Pino: strinsesi nelle spalle e continuò a replicare ch'era d'uopo scuotere il giogo de' vecchi pregiudizi, porre dall'uno dei canti gl'ingiusti sospetti, riconoscere i buoni intendimenti delle PP. AA., ec. Andaronsene i generali di Mantova colla disperazione in cuore; ma, come dirò più sotto, non abbandonarono sì presto i loro divisi.

Il giorno 26 di aprile entrava in Milano, seguìto da un polso di truppe, il commissario imperiale Annibale Sommariva, e vi promulgava il bando che seguita.

«Il commissario imperiale Annibale di Sommariva, ciambellano, capo dell'ordine di Maria Teresa, generale, tenente maresciallo, e colonnello proprietario d'un reggimento di corazzieri di S. M. l'imperatore d'Austria, prende possesso in nome delle Alte Potenze Alleate dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti appartenenti al regno d'Italia e che le truppe alleate non hanno ancora conquistato;

»Esorta il popolo italiano a stare aspettando con calma e fiducia quella più felice sorte che bentosto daranno all'Europa (mercè i gloriosi fatti d'arme degli Augusti Sovrani Alleati) i preziosi benefizî della pace.

»Conferma la Reggenza provvisionale di Milano, del pari che i pubblici ufficiali che sono in carica presentemente e nella città suddetta e negli altri luoghi summenzionati.

»Milano, il 26 aprile 1814.