Art. 2.° La maggiore possibile estensione del novello Stato, ma però tale che possa conciliarsi con gl'interessi e le vedute delle PP. e col novello equilibrio d'Europa.
Art. 3.° Una costituzione liberale, di cui sieno base la divisione delle potestà esecutiva, legislativa e giudiziaria, e l'assoluta independenza di quest'ultima; una rappresentanza nazionale esclusivamente incaricata a fare le leggi e a regolare le imposte; costituzione che assicuri la libertà individuale, la libertà del commercio e la libertà della stampa, e che astringa a strettissimo sindacato tutti i pubblici ufficiali.
Art. 4.° La facoltà di fare questa costituzione, attribuita ai collegi elettorali.
Art. 5.° Un governo monarchico, ereditario giusta il grado di primogenitura, e un principe la cui origine e le cui doti possano farci sdimenticare i mali che abbiamo sofferti durante il governo ora caduto.
La massima parte degli elettori avvisava che questi capitoli avevano ancora un senso troppo vago, ed avrebbeli desiderati più espliciti; ma essendo stato risposto da taluno che non convenivasi legar le mani alle PP. AA., una tale considerazione prevalse. Aggiunsesi solamente nella susseguente seduta, doversi chiedere un principe nuovo, onde rimuovere il sospetto che il paese serbasse tuttora un po' di affezione al principe decaduto. Volsesi ai Sovrani una preghiera per ottenere la libertà di tutte le vittime sagrificate ad una causa ingiusta, che viene a dire di tutti quelli ch'erano imprigionati per avere cospirato contro il governo franco-italo. Stanziarono infine i collegi che un'ambasceria composta d'illustri cittadini avesse a recarsi al quartiere generale delle Potenze Alleate per manifestare ai sovrani i voti della rappresentanza nazionale italiana. E furono eletti a tale uopo Marcantonio Fè, di Brescia, il conte Federico Confalonieri, il conte Alberto Litta, il marchese Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani e Pietro Ballabio, milanesi, sei membri in tutto, non noverato Giacomo Beccaria, che facea l'ufficio di segretario della deputazione.
Ond'ecco tre deputazioni mandate dalla Lombardia alle PP. AA., ma con istruzioni ben diverse. La prima, composta dal vicerè coi generali Fontanelli e Bertoletti, era nunzia d'una potestà stabilita, e recava ai Sovrani alleati le proposte d'una potenza allora declinante, ma non ancora spenta. La seconda era quella del senato, e parlava in nome di un corpo costituito, benchè riluttante col capo dello Stato. Non già proposte recar doveva essa ai Potentati, ma sì preghiere, alquanto però avvalorate dalla dignità del corpo che le proferiva. La terza, infine, rappresentava un'autorità usurpata, una rivoluzione intrapresa ed operata contro il capo dal quale procedeva la prima deputazione, e il quale era il solo che potesse tuttora trattare da pari a pari coi Sovrani alleati, e contro il corpo costituito da cui procedeva la seconda deputazione, e che poteva solo in certo qual modo legalmente eredare la potestà strappata al principe.
La rivoluzione, come abbiam detto, era trionfante in Milano, e tutti i disegni dei rivoluzionari erano stati coronati da un pieno esito. Il senato era abolito, il paese dichiarito contro il governo italo-francese; l'armistizio stipulato dal principe Eugenio col maresciallo Bellegarde, annullato col fatto; un nuovo governo stabilito, voglioso di trattare direttamente in nome della contrada cui rappresentava, con le PP. AA. Giova ora sapere come fosse accolta al di fuori la notizia di questi avvenimenti.
L'arrivo a Mantova dei conti Guicciardi e Castiglioni, e le istruzioni del senato ch'e' vi arrecavano, aveano chiarito il vicerè delle disposizioni del popolo milanese verso di lui, senza però immutarne (almeno in apparenza) i disegni. I deputati dell'esercito, ch'eran pure i suoi, doveano già allora esser giunti vicino a Parigi. E quelli del senato, che non poteano giugnere se non molto dopo, se doveano in fatto ricusare di dichiarirsi in suo pro, non aveano però a chiedere la sua esclusione dal trono d'Italia. Nè le PP. AA. sarebbero per determinarsi a seconda dei desideri più o meno espressi del senato italiano, ma sì a seconda delle scambievoli convenienze, e di altri riguardi non meno rilevanti. Avrebbe il vicerè adoperato con troppo precipizio ove indietreggiato avesse alla vista delle istruzioni date dal senato ai conti Guicciardi e Castiglioni; ma la sua fidanza nell'avvenire e nella benivoglienza dei Milanesi fu scemata d'assai.
Non tardò però guari a ricevere l'ultimo colpo. Le notizie del 20 d'aprile pervennero a Mantova. Grande e generale fu la costernazione in quella città. I conti Guicciardi e Castiglioni si affrettarono a pigliare il commiato dal vicerè e tornarono a Milano, ove furono accolti come traditori per avere comunicato con lui. L'esercito raunossi al grido: Viva il principe Eugenio! e i capi suoi accorsero a recargli le più calde proteste di devozione dei loro soldati. Supplicarono anzi acciò fosse loro concesso di muovere a Milano, pigliandosi essi l'assunto di ridurre, senza spargimento di sangue, a migliori sentimenti e a miglior senno la popolazione milanese. Caldissime erano le loro istanze; procedeano da nobili cuori, devoti alla gloria della patria, da animi semplici, ma retti, che nella pratica dei pericoli avevano acquistato un senso squisito per iscorgere subito i veri mezzi di salvezza.
Se il principe Eugenio fosse stato italiano, egli avrebbe potuto aderire alle instanze dell'esercito; ma, straniero qual era, nessuno sarebbesi mosso a credere che s'egli facea violenza al voler nazionale, proponevasi tuttavia il miglior pro della nazione istessa; nè quel che più monta, la sua stessa coscienza l'avrebbe ricisamente assolto. No, il principe Eugenio non provava per l'Italia quel tale sentimento sì forte e sì puro ad un tempo, che nel seguirne le ispirazioni non debbasi mai temer di misfare; egli era privo di quella infallibile guida. Che aveva egli in quella vece? Il suo interesse particolare. Or chi potrà biasimarlo di non avere ascoltato suggerimenti che egli stesso poteva attribuire ad un così ignobile consigliero?