La mattina del 21, e mentre che la plebaglia furibonda stendeva tavole di proscrizione, il Consiglio comunale elesse una reggenza provvisoria, composta del generale Pino, dei conti Carlo Verri, Giacomo Mellerio, Giberto Borromeo, Alberto Litta, Giorgio Giulini, e del signor di Bazzetta: tutti i quali, tranne il generale Pino e il conte Carlo Verri, erano Austriaci più o men puri.

Il generale Pino pubblicò poscia un suo bando od ordine del giorno nel quale esortava il popolo a confidare in lui, e ad aspettare pazientemente l'esito degli accordi che il novello governo stava per fare con le Potenze alleate. Eccitavalo nel tempo stesso a dichiarirsi intorno alla forma di governo cui preferisse, poichè, diceva, i collegi elettorali sono convocati quali rappresentanti della nazione, la quale dee, significando loro il voler suo, porli in grado di uniformarvisi. Aggiugnea poscia alcune parole per giustificare il duca di Lodi, più d'altri esposto all'ira del popolo, rovesciando ad un tempo sopra altri senatori la colpa e il biasimo di cui tentava sgravare il duca di Lodi. Il vicario generale capitolare unì la sua voce a quelle del generale e del podestà, e ordinò pubbliche preci pel ristabilimento della pace e dell'ordine. Appostaronsi truppe attorno ai principali palazzi ed alle case in ispezieltà minacciate. Il generale Pino accorreva dall'uno all'altro di quei corpi così appostati, procurando d'inanimirli con le sue parole; ma la folla, che il giorno innanzi avea mandate quelle grida ed acclamazioni ond'egli erasi inebbriato, vedendoselo ora contro, l'oppresse di motti acerbi e contumeliosi, e lo inseguì con oltraggioso schiamazzo. Anche i soldati furono attaccati, e si videro più d'una volta costretti ad isgombrare la piazza posta davanti al palazzo del vicerè, ed a nascondere in quel palazzo i suoi cannoni.

Il corpo tutto dei mercanti stava intanto trepidante pel timore che la città tutta da un istante all'altro venisse funestata dalle stragi e dal sacco. Mentre che il Consiglio comunale e il generale Pino chiamavano all'armi tutti i cittadini; questi, antivenendo la chiamata, uscivano armati dalle case loro, si raccoglievano in drappelli e scorreano le strade, e quelle a preferenza che conduceano all'ampia dogana attinente all'Uffizio del Dazio-grande.

La plebaglia non parea contuttociò in verun modo intimorita da questi apparecchi di difesa. Le truppe stanziali erano in poco numero; i cittadini accorsi spontaneamente all'armi non erano assuefatti alle pugne; cosicchè la plebaglia potea, mercè della prevalenza del numero e dell'impeto, prevalere sugli uni e sugli altri. Una fortuita circostanza mutò lo stato delle cose.

Fra i moschetti di cui i cittadini aveano potuto armarsi aveavene di quelli rimasti fuor d'uso per un lungo tempo, e la cui baionetta era come inchiodata dalla ruggine alla cima della canna. Erasi dato ordine che le baionette fossero tolte via, ma uno dei drappelli di quei volontari non poteva ubbidire per la narrata cagione. Comparve esso pertanto frammezzo alla calca colle baionette in asta: la moltitudine mostrossene indegnata e gridò: abbasso le baionette. Ma quel drappello non poteva ubbidire al grido, come non avea potuto al comando; epperciò, quasi non facesse caso del popolar desiderio, proseguì a marciare; e vedendosi assalito a sassate, pose le baionette in resta, ed inoltrandosi a passo concitato contro la plebe, fecela indietreggiare disordinata. L'esempio dato da quel drappello fu tosto imitato dall'altre schiere armate: la resistenza militare diventò di repente più grave ed acre, e gli assembramenti popolari si disciolsero.

Ma non appena dileguaronsi i timori cagionati dalla perseveranza del tumultuar della plebe, che gli autori o promotori dei fatti del 17 e del 20 d'aprile, si riposero all'opera e mossero con passo sicuro verso lo stabilimento d'un novello ordine di cose. Il Consiglio comunale avea convocato i collegi elettorali, i quali, instituiti da prima unicamente per proporre al governo i candidati a certe cariche determinate, si trovarono trasformati subitamente in depositari della sovrana potestà. Assembratisi il giorno 22, benchè in numero insufficiente, confermarono la novella provvisionale Reggenza, riserbandovisi di aggiugnervi altri membri appartenenti ai dipartimenti non ancora invasi dalle truppe alleate. E non solo confermarono nel comando di tutte le forze dello Stato il generale Pino, ma disciolsero tutti i pubblici ufficiali lombardi, sia civili che militari, dal giuramento di fedeltà inverso al governo del vicerè, loro ingiungendo di prestare alla reggenza un altro giuramento giusta la formola da essa già compilata. La deputazione mandata a Parigi dal senato fu dichiarata, da questi effimeri despoti, richiamata da ogni ufficio, e, quel che più montava, l'istesso senato fu dichiarato abolito. I captivi per reati d'opinione, di coscrizione, di frodo delle tasse furono liberati, e si bandì l'amnistia pei disertori, pei contumaci o refrattari ed altri. Cosiffatti decreti sono, a parer mio, piucchè sufficienti per dimostrare irrefragabilmente come i collegi elettorali erano allora in uno stato di mente che ritraeva della pazzia; ma ove il lettore, proclive all'indulgenza, non volesse attribuire quella farraggine di decreti stanziati in sull'orlo, per così dire, del precipizio, ad altro che a soverchio d'impreveggenza, io aggiugnerò ancora ai già riferiti particolari, la risoluzione che nel giorno 22 precedette la chiusura della seduta dei collegi elettorali. Ordinavasi per essa che i Sovrani o i ministri delle grandi Potenze, i comandanti in capo delle truppe degli Alleati, e quelli dell'esercito italiano venissero immantinenti ragguagliati dei provvedimenti dati dai collegi elettorali, e fra altre cose, della nomina del generale Pino; aggiugnendovisi qual coronide, che si avesse a compilare un indirizzo per richiedere le Potenze Alleate di concorrere a stabilire la felicità dell'Italia. In tal modo un corpo illegalmente convocato, abusante le facoltà conferitegli dalla legge, un corpo assumentesi in proprio e senza veruna legale autorizzazione la parte di sovrano, un corpo, infine, a trafatto rivoluzionario e privo d'ogni appoggio, si dava, pieno di folle fidanza, in balía di coloro che ambivano il suo posto, e si lusingava pazzamente con la speranza di essere sorretto da loro! Inutil cosa è ormai il mostrare la sciocchezza di quei disegni; che furono dal fatto spietatamente atterrati.

I collegi elettorali e i loro partigiani avevano cionnonpertanto parecchi giorni ancora di rispitto, duranti i quali potevano impunemente e senza ostacoli far la parte di sovrani. La seduta del 23 aprile ebbe principio con la nomina del consigliere di Stato Lodovico Giovio a presidente d'essi collegi, dopo del che il presidente novello esortò i collegi a meglio esprimere le loro domande alle potenze alleate, chiedendo loro, esempigrazia, instituzioni liberali e un capo independente, il quale, ignoto a tutti ancora per alcuni istanti, potesse tuttavia fin d'ora accogliere nel suo cuore i nostri voti e ricevere le nostre benedizioni.

Piacque il consiglio ai collegi, i quali, senza pure demandare, come porta l'usanza delle assemblee deliberanti, la cosa alla disamina di una commissione, furono solleciti di compilare, nella seduta medesima, il futuro statuto italiano.

Mi saprà grado per avventura il lettore del divisamento di cansargli la fatica di leggere il minuto ragguaglio delle operazioni dei collegi, e crederassi istruito sufficientemente con la cognizione dei capitoli contenenti le domande formali dei collegi elettorali alle Potenze Alleate. Gli è ben inteso che i collegi parlavano in nome della nazione italiana, e domandavano per essa quanto seguita:

Art. 1.° L'independenza assoluta del novello Stato italiano destinato a tenere il luogo dell'antico regno d'Italia, sia ch'esso serbi la stessa denominazione, sia che assuma quella che sarà preferita dalle PP. AA.